Il mio Festival dei Minchioni

Con la cultura abbiamo capito che si mangia, ma si mangia a scapito del più debole, del soggetto privo della possibilità di poter giungere direttamente e liberamente al piatto nel quale è riposto il cibo. E’ un emblema del sistema in cui viviamo. E’, in senso lato, la piramide alimentare. E’ un errore strutturale – molto – italiano, dove la casta (qualunque essa sia, in qualsiasi campo ci arrabattiamo) è regia, scenografia, tecnico delle luci, fino a bigliettaio e venditore di popcorn prima di entrare in sala.

Io cerco sempre delle regole. Principalmente in un campo promiscuo e sovrappopolato come quello della letteratura.

Se internet ha aperto delle porte, negl’ultimi anni queste sono state sradicate insieme alle pareti, rendendo tutto un pappone senza condimenti né serietà di contenuto (ricercato); universalmente.

In generale, in positivo riscontriamo l’informazione, la divulgazione, la rapidità e la possibilità virtuale di essere ovunque e con chiunque.

Nei contenuti, però, si riscontra una globale confusione. L’incertezza, le troppe proposte quasi tutte a tinta unita, la violenza finanziaria di determinati prodotti, che sbandierano il termine libertà come religione ma traducendolo in una sorveglianza costante a scopo personale o di mercato, rendono questo importante complesso una sfida o un luogo per “perderci tempo”. La soluzione è pratica: riconoscere e frequentare il buono, trascurando il superfluo e l’inutile. Ma in un mondo dove si indottrina ad apprezzare il superfluo, tralasciando il senso e il valore umano/sociale dell’Oggetto, come fare?

Camminiamo su di un piano emozionale e spregiudicato. Ogni cosa, la parola in sé, è divenuta mercato. Non importa il valore artistico, la ricerca scientifica del linguaggio, l’intenzione parossistica, lo studio o il livello di preparazione, l’importante è avere il denaro per poterlo fare. Certo, la bravura è premiata – a lungo andare. Ma qui si cade sul pantano dei giovani. Suddetti, soggetti a un movimento globale di prostituzione mediatica, soggiogati da “tante belle parole” pubblicistiche e tecnologiche, vivono un processo di violenza perpetuato da un mercato interessato unicamente al valore materiale del prodotto e non di quello spirituale (cioè umano/sociale).

Il problema, spero sia semplice da capire, non sono i giovani.

L’impasse deriva da una politica che non ha saputo gestire il futuro, rimandandolo in continuazione. Fermi sull’istruzione, sulla giustizia, sull’incentivare e promuovere, finanziando, la cultura e la sperimentazione e la ricerca in qualsiasi campo, ha spento molte ragioni di crescita e sviluppo, condividendo (spesso) e accettando (fino a quando gli altarini non escono fuori dalle maglie degli scorretti) la deturpazione e la scorrettezza di determinati processi di equità e professionalità, sia a livello nazionale che mondiale. Questo va da Pompei ai libri sugli scaffali di ogni libreria. E’ quella che sono solito definire “cultura mafiosa”, dove tutto si fa in base alle richieste sporche di un’elite o di qualche potente nostrano. Dal micro al macro, in modo diverso per ogni diversa situazione, i tentacoli si allungano e strozzano una crescita necessaria per il domani. L’esempio più vicino è quello che è avvenuto in questi giorni nella Lega o del caso Lusi per il Pd. Ma il mio concetto di “cultura mafiosa” si estende anche ad altro, differente dalla politica, come il caso del mercato del libro.

Partiamo da questa metafora: è come essere contadino che vende carne ad un macellaio per tornare il giorno dopo ad acquistarla.

Io trovo ingiusto e, in molti casi, sproporzionato e subdolo il meccanismo di pubblicazione richiesto da (quasi tutte) le case editrici. Tornando all’esempio della carne, e parafrasandolo in altri termini: se creo un prodotto e voglio venderlo, non posso essere io a pagare per poterlo fare. E’ incoerente. Dovrei essere io a recepire un compenso per il lavoro svolto, non il contrario. Eppure è così che va il mondo.

In questo modo si incentiva “il mercato mafioso”, cioè: chi ha la possibilità di pagare (non valutando il valore artistico del prodotto) può accedere in questo campo – non menzionando le amicizie dirette o gli amici di amici degli amici, ext. ext.

Molto spesso la spesa per una “partecipazione dell’autore” avviene con la scusante che il mercato è saturo ed è difficile entrarci per una piccola o media casa editrice. L’incongruenza nasce dalla risposta che sono loro a rendere così grasso e vuoto il mercato. Come? Si richiede un contributo, che oscilla dai 500 ai 3000 euro. In sostituzione, la casa editrice, ricambierà questa spesa mandandoti a casa (se, ad esempio, il libro costa 10 euro e tu hai pagato 1000 euro per la pubblicazione) 100 copie del tuo libro. Capita anche che manchi l’editing o che il rapporto tra autore e casa editrice sia solo di comunicazione “stampa, pagamento, spedizione libro a casa”; abbandonando l’autore al suo destino, con le sue bellissime 100 copie regalate ad amici e parenti.

Comprendiamo facilmente che l’autore è costretto a pagare per poter vedere la sua opera trasformata in libro. Comprendiamo anche che 1000 euro si possono trovare e che questo è un sistema errato, denunciato, eppure ancora prevalente nel nostro paese.

Questo è un’umiliante percorso autogestito e autofinanziato, dove non esiste rapporto di scambio o di crescita, né di collaborazione o familiarità. Per questo cerco delle regole.

Se il mercato è saturo, è perché non esiste una valutazione competente che regoli il processo di scouting che, successivamente, porta una continuità di espansione e crescita (personale come generale).

Come ha affermato il poeta Bas Kwakman: <<La brutta poesia non è mai un ponte verso la bella poesia.>>

Se niente viene gestito con professionalità, e il prodotto si produce solo perché viene pagato (neppure venduto!), il buono viene sommerso dal marcio. Il brutto non ha paragone perché non c’è la conoscenza per distinguerlo dal bello. Se, in Italia, il film di Checco Zalone ha portato al cinema milioni di italiani, mentre il film “Una separazione” di Asghar Farhadi ne ha raccolto poco più di 700 mila, si comprende che c’è una disparità di comprensione e apprendimento, derivato da un’istruzione tecnica/specialistica assente (sia personale come generale). Mi si può ribattere che l’arte si apprezza in base ai propri gusti, ma se abbiamo dei gusti orribili o dei gusti impreparati per comprendere la portata di una vera opera d’arte, come fare?

Per questo parlo di una corrente inesistente e di un sistema balordo e cinico. Per questo parlo di riformare e promuovere e denunciare, dove è possibile (un po’ ovunque), tutto questo grande casino popolare.

Da qui passo al Festival dell’Inedito. E, per agganciarmi a tutto quello che finora ho detto, partiamo dall’evidenza degl’altarini.

Per partecipare bisogna pagare. Anche se parliamo di un programma dedicato al commercio di material-works letterario inedito, col quale si cerca di poter ricavare un guadagno, prima che questo avvenga, bisogna che il lavoratore-autore sborsi una cifra per comprendere se egli sia idoneo a partecipare a tale mercatino-festival.

Si parte da un target per giungerne ad un altro superiore in caso sia richiesta una valutazione scritta (sia positiva che negativa).

In caso l’autore sia apprezzato dalla giuria, scelta la sua opera, costui verrà inserito in uno stand (anch’esso a pagamento) dove potrà mostrare la sua opera ai vari personaggi influenti delle case editrici e partecipare ad un concorso che come premio ha una pubblicazione gratuita. Ammetto che non so se in caso di richiesta di pubblicazione sia dovuta quella “famosa” richiesta di contributo da parte dell’autore (ma, in molti casi, avviene così visto il sistema delle case editrici descritto in precedenza). Ammetto anche che parliamo di un’idea piacevole, se non fosse per questo brutto inconveniente del “pagarsi”, irrispettoso verso coloro che propongono le proprie opere inedite.

Un’altra cosa positiva è la presa di posizione di molti autori contro tale meccanismo, inutile e deleterio.

La cosa più ridicola è vedere come molte persone prendano le distanze (come la SIAE o il Comune di Firenze, che antecedentemente alle denuncie, erano finanziatori del Festival) e come i dirigenti della manifestazione hanno reagito alle accuse: non scusandosi ed eliminando (se non il Festival) la quota di partecipazione (visto che come dice un consigliere comunale vale solo il 10% dell’intero evento), ma, semplicemente, abbassando le quote. Il problema principale non è questo: il problema si verificherà se qualcuno domani pagherà per aderire, sostenendo tale sistema, sporco e clientelare. E avverrà sicuramente (sempre che il Festival non venga chiuso) perché, come dicevo sopra, questa è l’unica strada che si ha per raggiungere determinati livelli. Altrimenti si è fuori.

Quindi, deducendo che il prodotto creato dal lavoratore, per renderlo merce dell’unico mercato, deve pagare e non venderlo, vorrei proporre una mia cosa. Io vorrei creare un luogo dove tutte le persone di buon senso possano venire, gratuitamente, per collassare il sistema.

E’ un luogo dove non c’è niente oltre un grande falò. Qui ognuno potrà buttare la propria opera in segno di negazione assoluta. Cioè di assenza futura. Perché, in altro modo, lo sta facendo gente di questo nostro Stato in tutti i settori; da anni ormai. Questo suicidio artistico di massa è un boicottaggio verso coloro che sfruttano e non seminano.

Estinguere la corrente.

Un voto nullo.

Cioè, ripeto, un’assenza futura.

Immaginate di essere voi coloro che prendono le redini di questo schifo già in auge e in perenne requiem.

E’ un idea tremenda, la mia. Lo so. Ma mai come ora farei a qualsiasi cosa per pulire e dare una regolarità a un domani che vedo come oggi.

Senza altarini, benvenuti al mio Festival dei Minchioni.

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