Contributo ad una fenomenologia nordista

 Un’investigazione conoscitiva sul fenomeno della Lega Nord può prendere le mosse da una domanda ingenua: perché questo movimento ha due simboli? Detto altrimenti: quale rapporto intercorre tra il vessillo bianco crociato di rosso con l’immagine di Alberto da Giussano e quello con lo stilizzato sole verde su fondo bianco, il cosiddetto sole delle Alpi? Il primo, il simbolo originario del movimento, è ispirato alla storia: il guerriero lombardo che, brandendo lo spadone, difende la libertà della sua terra dall’invasore straniero (detto per inciso, una figura che l’agiografia risorgimentale aveva celebrato in chiave patriottica italiana: siamo di fronte ad una delle risemantizzazioni cui il leghismo è avvezzo, come è successo per il Va’ pensiero di Verdi o per il federalismo di Cattaneo). Il secondo simbolo invece attinge ad un retroterra mitico, ancestrale, solare (come è capitato -e sia detto senza alcun intento di assimilazione ideologica- ad altri movimenti politici della non lontana storia europea). In realtà, questo secondo simbolo è introdotto negli anni Novanta non per designare la Lega Nord, bensì per designare la Padania, cosa ben diversa. L’uno il simbolo del partito, l’altro il simbolo del fantomatico stato: uno la parte, l’altro il tutto. La confusione tra la parte e il tutto oppugna la logica, conducendo ad esiti stravaganti: come le elezioni del parlamento padano del 1997, a cui si presentarono una pluralità di liste che andavano dai comunisti alla destra, ovviamente tutte scaturite dal movimento bossiano (con l’eccezione dei radicali, che presero la cosa sul serio, salvo poi ravvedersi presto). Da allora i due simboli -quello del partito e quello dello “stato”- si sono giustapposti, senza sottilizzare troppo sull’inquietante sovrapposizione tra due concetti così ben distinti.

Sul piano dei codici comunicativi il leghismo si è connotato per la stessa istanza di semplificazione che ha imposto sulla scena della nostra res publica. Quale ideologia sottende un movimento che sfugge alle tradizionali antitesi politiche -quali destra-sinistra, socialdemocrazia-liberalismo ecc.- e che piuttosto si identifica in un territorio? Per cui la parola partito non richiama la parte di una società politica, bensì la parte di un territorio statale che ambisce a farsi tutto, e il cui connettivo non è dato dal pensiero o dalla visione del mondo ma dalla geografia? Nell’epoca post-ideologica, la Lega sembra sprigionare valenze non solo pre-ideologiche, ma addirittura pre-moderne e pre-politiche.

Al centro della propria costruzione identitaria questo movimento ha collocato due elementi: la comunità e il territorio. La comunità non è necessariamente una struttura politica, anzi in se stessa non lo è affatto: i richiami ai Celti in lotta contro i Romani la dicono lunga su questo punto, e in generale l’astio contro la Roma attuale può leggersi non solo in chiave antistatalistica ed anticentralistica ma anche in chiave antipolitica; d’altra parte, l’ethos della comunità confligge con l’individualismo intorno a cui si è costruita non solo la tradizione del pensiero liberale, ma anche la modernità tout court. Lo stesso nome del movimento, che vuole evocare la Lega dei comuni settentrionali che si opposero a Federico Barbarossa, coincide con quello utilizzato nell’ambito dell’associazionismo contadino e operaio a partire dal secondo Ottocento, teso ad opporre al padrone, potente ma uno, la forza dei lavoratori uniti, tra sé appunto legati.

Quanto al territorio, esso significa in primo luogo la terra. Pensiamo al colore verde, sottratto al monopolio del fragile ambientalismo italiano e diventato -anche se non alla prima ora ma solo nel corso degli anni Novanta- un segno distintivo della Lega Nord. Il verde -colore privo di connotazione ideologica- richiama la terra, la natura, il lavoro dei campi. Non è certo un caso che una delle battaglie storiche della Lega inerisca al latte (si ricorderà il rifiuto di pagare le multe comminate ai produttori per lo sforamento delle quote assegnate dall’Unione europea). E nella stessa chiave proporrei di leggere il Giro ciclistico della Padania organizzato nel 2011, così come lo storico manifesto con la gallina che sforna uova d’oro a beneficio dell’inoperosa Roma. Per arrivare alla scopa esibita da un ex-ministro ad una recente manifestazione del movimento: la scopa serve a pulire il terreno di casa, e il terreno di casa è il luogo simbolico del leghismo, oltre a costituirne evidentemente l’ultimo orizzonte. Capiamo bene che non si tratta certo del nord delle città, quello vicino all’Europa, ma di un nord di vallate e paesi, di cascine e villaggi.

Dunque, semplificazione parallela dei codici espressivi e dei contenuti (che il mezzo sia il messaggio è stato compreso bene anche dai leghisti), e riduzione all’essenzialità: quella nordista è rappresentata come una comunità che si mobilita per difendere il proprio territorio. Partendo da qui trovo molto discutibile il discorso sulle presunte radici popolari, sulla Lega “costola della sinistra” (come disse un infallibile stratega della stessa sinistra, che proprio il leghismo avrebbe poi contribuito a mettere nell’angolo), sul partito che fa politica dal basso, che ha ereditato le modalità organizzative del PCI -sezioni, partecipazione, dibattiti, comizi- e che sta dalla parte della gente (categoria prepolitica anch’essa, e molto pericolosa: gente sono i forti e i deboli, i privilegiati e gli esclusi, gli imprenditori e i precari: tutti nel calderone della gente, come fosse possibile stare contemporaneamente dalla parte di tutti costoro!). A meno che non si intendano come segni di un’ispirazione popolare la trivialità del linguaggio o certe rozzezze di stile (come un ministro in bermuda agli incontri politici).

In comune con la storia della sinistra che fu ci sono certamente la militanza combattiva, l’orgoglio dei simboli e delle bandiere, le feste popolari. Ma anche senza entrare nel merito dell’agire politico di questi due decenni e mezzo, e limitando il discorso ai soli codici comunicativi, è evidente come il movimento leghista abbia piuttosto molto in comune con la cultura della destra non liberale e non democratica: la mitologia del suolo, della nascita, della “razza” (ricordiamo il roboante sindaco di Treviso che parlava a nome della “razza Piave”?); il culto del capo; il maschilismo e il virilismo (a parte il famigerato celodurismo, si pensi all’insistenza sui concorsi di bellezza femminile); il disprezzo della cultura e degli intellettuali; l’inclinazione a lanciare messaggi semplificati ed elementari, spesso accompagnati da una gestualità plebea e da un linguaggio corporale capace di fare arretrare il logos al suo grado zero; la ritualità vagamente paganeggiante (il Dio Po, l’acqua nell’ampolla, i giuramenti) intrecciata con un cattolicesimo ultraconservatore, che si esaurisce nel formalismo dei segni (il crocifisso negli uffici pubblici) e nella difesa di una morale ipertradizionalistica in tema di famiglia e diritti civili.

Ma dove il leghismo rivela più evidenti parentele con la destra politica è l’atteggiamento verso l’altro, verso il diverso. In questo agisce certamente l’istinto a marcare il territorio. Ma agisce altresì la ben collaudata consapevolezza che aizzare contro l’altro -a prescindere dal fatto che sussista o meno un pericolo- è una formidabile strategia per compattare le proprie truppe e alimentare il bisogno di una guida forte. L’altro è essenziale, al punto che se non c’è viene inventato. E può avere tanto il volto del migrante -l’altro che arriva da fuori- quanto il volto di un membro interno alla comunità stessa, il membro cui addebitare tutti i mali e la cui espulsione è necessaria perché la comunità possa sentirsi purificata e assolta. Ecco la funzione della scopa brandita dall’ex ministro: spazzare via l’uomo nero, ancora meglio se l’uomo è una donna, e per di più macchiata da nascita non padana. Una scopa davvero simile ad un’altra scopa, quella con cui la domestica estromette il figlio-insetto dalla casa e dalla famiglia nel finale della Metamorfosi di Kafka.

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