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Tanto amata, quanto odiata: il ritratto della Lady di Ferro

 «Essere potenti è come essere una donna. Se hai bisogno di dimostrarlo vuol dire che non lo sei.»

Così diceva al Times quella che i Russi avevano soprannominato Lady di Ferro per il suo forte temperamento, Margaret Thatcher.

Impossibile non sentire parlare di lei in questo periodo, dato il grande successo che sta riscuotendo al cinema l’attrice Meryl Streep con il film The Iron Lady, candidato all’Oscar.

Margaret Hilda Roberts vede la luce il 13 ottobre 1925 a Grantham, nel Lincolnshire, in una famiglia di rigidi principi cattolici che la immerge fin dalla più tenera età nel clima politico: suo padre, droghiere, era sindaco.

Laureatasi in Chimica all’Università di Oxford, si dedica per qualche anno all’attività di ricercatrice per poi scegliere di consacrarsi completamente alla politica.

Dopo essersi candidata per il Partito Conservatore – nonostante la sconfitta portò molti voti al partito – sposerà Denis Thatcher, dal quale prese il cognome che la rese celebre e con cui ebbe due figli gemelli.

Nel 1959 venne eletta alla Camera dei Comuni e la vittoria dei Conservatori nel 1970 le valse la carica di Ministro dell’Istruzione che ricoprì per quattro anni.

Divenne in seguito leader del partito conservatore, il quale sfruttò a proprio vantaggio la situazione di scioperi e disoccupazioni per ottenere la maggioranza alla Camera dei Comuni. La Thatcher venne eletta Primo Ministro, la prima donna a ricoprire questa carica per tre mandati e periodo in cui attuò diversi cambiamenti in Inghilterra.

Per prima cosa si impegnò a risollevare la crisi economica della nazione e affrontò l’Argentina che rivendicava le Isole Falkland, occupandole militarmente. Il successo dell’operazione militare incrementò lo spirito patriottico degli inglesi e le valse la rinomina.

Il secondo mandato fu dedicato ad affrontare i sindacati. La lotta durò diversi mesi con costi umani alti e mise fine per sempre all’era degli scioperi in Gran Bretagna.

Nel 1984 Margaret fu obiettivo di un attentato a Brighton da parte di alcuni estremisti irlandesi dell’IRA, ne uscì illesa ma ci furono comunque cinque vittime.

In questo periodo strinse uno stretto rapporto con gli Stati Uniti, sostenendo la politica aggressiva del presidente Ronald Reagan nella Guerra Fredda.

Inizia nel 1987 il suo terzo e ultimo mandato durante il quale si dedicò a problemi ambientali come il riscaldamento globale e il buco dell’ozono.

In politica estera, si oppose alla creazione dell’Unione Europea, questione che provocò una spaccatura nel partito. Scambiando fermezza con ostinazione, introdusse la pall tax, una tassa uguale per ogni residente del Regno Unito. Scelta che la rese impopolare, tanto da avviarla verso il declino.

Le elezioni del 1990 vennero vinte dal Ministro dell’Economia John Major che le succedette in qualità di Primo Ministro e la Lady di Ferro fu costretta ad abbandonare la propria residenza. In seguito si ritirò quasi completamente dalla vita pubblica, soprattutto a causa dei suoi problemi di salute, poiché vittima del morbo di Alzheimer.

 

Basandosi sull’idea che “la società non esiste. Ci sono solo individui, uomini e donne”, pose l’individuo in quanto tale al centro della sua politica, che fu la politica del patriottismo, del lavoro, del risparmio, proprio come le aveva insegnato suo padre. Fu una dei pochi conservatori a favore dell’aborto e al mantenimento della pena di morte.

Nonostante le critiche che le sono state rivolte, talvolta legittime, sicuramente con la sua risolutezza ha dato una svolta a un paese come la Gran Bretagna.

Non si poteva dubitare che cosa volesse e cosa fosse decisa a fare per ottenerlo. Come lei stessa affermò «Quando cominci un lavoro, quello che conta è farlo fino in fondo». E se questo era ciò cui auspicava, si può dire senza dubbio che, nel bene o nel male, ci è riuscita.

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Egitto: il riscatto di una nazione

Un tempo fu la terra dei faraoni, una tra i più potenti stati al mondo, poi divenne impero tolemaico mantenendo sempre però quel fascino orientale e ancestrale del periodo delle piramidi, quindi fu reso protettorato romano, anche se apparentemente autonomo. La sua bellezza e la sua ricchezza, artistica e non, portarono conquistatori da ogni parte del globo, mantenne un certo potere e un certo fascino finché l’età moderna lo fece sprofondare nell’oblio.
A cavallo tra Ottocento e Novecento l’Egitto era parte dell’Impero Ottomano, anche se nel 1882 l’esercito britannico lo invase militarmente per sedare la rivolta di alcuni ufficiali; fino al 1914 il governo egiziano fu malcelatamente manipolato da quello di Londra, in questa data venne dichiarato protettorato, con lo scoppio della guerra.
Nel ’22 spinte indipendentiste da parte di una gran fetta di popolazione fecero dichiarare alla Gran Bretagna l’indipendenza del paese con il re Fuad I. Come tutti gli stati ex coloniali naturalmente fu controllato ancora in molti campi dall’Inghilterra. Il ’24 fu l’anno di promulgazione della Costituzione, che prevedeva un parlamento bicamerale che affiancasse il re. La situazione rimase uguale fino al 1936, anno in cui un trattato con il quale si riduceva l’occupazione militare del paese, si riduceva, ma non si estingueva.
La seconda guerra mondiale lo vide partecipe al fianco degli Alleati, territorio di vari scontri, tra cui il più famoso forse fu quello di El Alamein, che vide protagonisti anche i soldati italiani. Dopo la guerra, nel ’48, intervenne, facendo parte della neonata Lega Araba, nella guerra arabo-israeliana, ma la povertà e la crisi finanziaria e politica del paese con questi scontri non fecero che peggiorare, fino al 1952, anno del colpo di stato da parte del generale Muhammad Nagib e del colonnello Gamal ‘Abd al-Nasser; il re fu destituito e Nagib venne proclamato Presidente della Repubblica. In poco tempo però (1954) il presidente venne sostituito dal più carismatico e più brillante Nasser.
La politica di Nasser in quegli anni fu incentrata per lo più a rendere definitivamente autonomo il proprio paese. Dunque lo stesso anno firmo un accordo per cui entro 20 mesi ogni militare britannico avrebbe dovuto lasciare l’Egitto, dal 1956, dopo aver dato alla nazione una Costituzione di stampo socialista ed essere stato eletto presidente, mirò al pieno controllo sull’attività del canale di Suez, iniziato già nell’Ottocento e sotto le direttive del governo inglese, e della diga di Assuan. Lo stesso anno, con un pretesto, Israele invase l’Egitto fino alla regione del canale. Gli scontri continuarono fino all’intervento del “salvatore” Onu, le cui stesse nazioni partecipanti Francia e Inghilterra (e Usa) avevano indirettamente, e magari anche direttamente, causato la guerra.
Nasser represse ogni opposizione politica interna, mentre nel ’67 ottenne il ritiro delle truppe delle Nazioni Unite dai propri territori e chiuse lo stretto di Tiran e con lui ogni sbocco sul Mar Rosso a Israele. Per contro Israele invase nuovamente i territori egiziani dando vita ala cosiddetta Guerra dei sei giorni, conclusasi con l’occupazione da parte degli invasori di Sinai e striscia di Gaza.
La morte improvvisa di Nasser nel 1970 portò al potere Anwar al-Sadat, che rinnovò la costituzione aprendo l’economia del paese a un liberismo più occidentale. Anche il neo presidente si diede da fare in ambito militare e nel 1973 si aprì la cosiddetta Guerra del Kippur, o del Ramadan, in cui assieme alla Siria combatté nuovamente contro l’Israele a cui strappò buona parte della penisola del Sinai. Il termine della guerra risiede negli Accordi di Camp David di cinque anni più tardi.
Il 1981 vide la fine del governo di Sadat, con il suo assassinio da parte di un gruppo di fondamentalisti islamici. Il Parlamento si ritrovò a nominare il vicepresidente un personaggio a noi ben noto: Hosni Mubarak.
Il nuovo presidente mantenne in politica interna la linea del predecessore, in quella estera invece tentò di rappacificarsi con gli altri stati arabi. Per quattro volte (1987, 1993, 1999, 2005) venne rieletto come unico candidato alla presidenza, motivo per cui fu più volte criticato. Negli ultimi anni però la libera comunicazione si è rafforzata molto finché il 2011 non ha visto gli egiziani protagonisti e anzi primi promotori della cosiddetta “primavera araba”, conclusasi alquanto in fretta e senza eccessivi scontri l’11 febbraio, anche se ancora oggi il potere non è ancora passato interamente al popolo, rimanendo sotto l’egida dei militari.

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Cina: il comunismo vincente

Proviamo per un attimo ad immaginare un’enorme lente d’ingrandimento posizionata esattamente sopra l’occidente agli inizi del ‘900, una lente che permetta di osservare la successione di eventi storici che hanno interessato Europa e Stati Uniti. I libri di storia parlano infatti di colonialismo, imperialismo e nazionalismo, parlano di Africa, Francia, Inghilterra, Germania, Italia e USA, insomma: i soliti.
All’inizio del secolo scorso veniva ancora difficile pensare di spostare quella lente d’ingrandimento verso oriente, ora sarebbe indispensabile. Proviamo quindi a vedere come il gigante d’oriente, la Cina, abbia fatto, in silenzio e passo dopo passo, ad arrivare ad essere ciò che è oggi: la seconda potenza a livello mondiale.
Ogni avvenimento riguardante l’occidente, soprattutto negli ultimi due secoli, ha avuto ovvie ripercussioni su tutto il mondo orientale: il fermento dell’ideologia comunista provocò agli inizi del Novecento una sanguinosa guerra civile nella terra della Grande Muraglia, infatti il severo regime guidato dal generale Yuan Shi-kai non fu in grado di governare il paese. Nel 1917 la Cina, dopo diverse polemiche, si alleò con la Triplice Intesa entrando così nel tormentato vortice della Prima Guerra Mondiale. Si arrivò così al 1919 e ai diversi trattati di pace ai quali partecipò come stato vincitore, ma venne sorprendentemente sacrificata dalle grandi potenze dell’Occidente, che diedero al Giappone il controllo economico della regione dello Shantung, prima appartenente alla Germania e storicamente al centro di conflitti tra le due potenze orientali. Questa fu la goccia che fece traboccare un vaso già straripante di umiliazioni.
L’ex Impero dei Draghi capì così definitivamente di non avere alcuna sovranità all’interno del proprio territorio; tutto ciò risvegliò le ormai spente rivolte nazionaliste, che già alla fine dell’Ottocento (con la rivolta dei cosiddetti “Boxer”) si ribellavano all’ormai già chiaro tentativo di occidentalizzare il mondo. I nazionalisti, guidati dal leader Sun Yat-sen, che aveva già precedentemente dato vita a un’implicita alleanza tra la gioventù intellettuale e la nascente borghesia cinese, tentò nel ’19, con una serie di dimostrazioni di protesta, di opporsi all’invadenza straniera. Nel 1921 Sun creò un proprio governo che ebbe l’appoggio incondizionato del Partito Comunista Cinese, fondato da un gruppo di intellettuali, fra cui il giovane Mao Tse-tung.
I problemi arrivarono però nel ’25, alla morte di Sun, quando il successore Chang Kai-shek, decisamente meno propenso alle riforme sociali e molto più aperto all’occidentalizzazione dello stato cinese, fece crollare l’alleanza fra nazionalisti e comunisti. Dopo aver stroncato l’opposizione operaia, il nuovo primo ministro riorganizzò l’economia statale basandosi su modelli europei, ma fortemente autoritaristi.
Nel 1931, con il pretesto di un incidente di frontiera, i Giapponesi invasero la Manciuria, una vasta regione ai confini con la Siberia. Vi crearono così uno stato con lo scopo di fare da base per un ulteriore espansione all’interno del territorio cinese. L’invasione da parte dei nipponici e lo scarso appoggio che le potenze occidentali fornirono al governo Chang provocò un aumento delle pressioni da parte dei comunisti, visti ormai da tutti come gli unici difensori degli interessi nazionali. Mao puntò su una strategia che si rivelò decisiva per le sorti del paese. Identificò infatti i contadini residenti nelle zone rurali come i veri protagonisti del processo rivoluzionario; nel ’34 i comunisti, completamente circondati nello Yunan, nel sud del paese, decisero di trasferirsi a nord, nello Shanxi; tra i centomila che partirono ne arrivarono a destinazione meno di dieci migliaia. Con quella che sarebbe poi passata alla storia come la Lunga Marcia Mao riuscì comunque a salvare il nucleo dirigente comunista e a ricostruire il suo partito. Costretto a combattere su due fronti il primo ministro diede la priorità alla lotta contro i comunisti, dando ancora una volta l’impressione di non essere poi così interessato alla difesa del paese. Ecco perché si trovò, nel ’36, davanti a una serie di proteste militari, le quali chiedevano l’unione tra i due principali schieramenti politici contro l’unico vero nemico: il Giappone. Ma nell’estate del 1937, prima che il difficile accordo potesse effettivamente portare qualche risultato i nipponici sferrarono un attacco in massa contro gran parte dei territori cinesi. Il tentativo di resistenza fu senza dubbio accanito, ma non riuscì a impedire l’avanzata giapponese. Ecco quindi che nel 1939, dopo due anni di guerra, gli attaccanti si trovavano già in possesso di gran parte della zona costiera e di quasi tutte le più importanti città.
Una svolta definitiva fra il mondo socialista e il mondo capitalista si ebbe nel 1949, quando il Partito Comunista prese le redini dello stato. Questo avvenimento diede una dimensione planetaria al confronto tra i due sistemi che si trovavano già al centro di ogni questione politica con quella che Walter Lippmann definì “Guerra Fredda”. La rivoluzione cinese fu però anche il punto di raccordo con un altro grande fenomeno iniziato dopo il secondo conflitto mondiale: la decolonizzazione. Essa segnò infatti l’affermazione della Cina come stato indipendente e grande potenza mondiale, e diede vita a un modello di società comunista diverso da quello sovietico. La nascita della Repubblica Popolare Cinese venne proclamata ufficialmente il 1° ottobre del 1949 e riconosciuta immediatamente da Gran Bretagna e URSS. Non fecero però la stessa cosa gli Stati Uniti, che continuarono a considerare come legittimo il governo cinese di Taiwan (che occupò il seggio della Cina all’Onu fino al 1971). Nel febbraio del ’50 Mao stipulò un trattato di amicizia e di mutua assistenza con l’Unione Sovietica, tentando di rendere ancora più difficile l’affermazione del capitalismo.
Dalla fine degli anni ’80 il processo che ha portato la Cina sul trono dell’economia mondiale è chiaro: partendo da una manodopera molto produttiva e a basso costo, passando per gli investimenti giusti e una concezione di comunismo che rimane tale riuscendo comunque ad aggirare il capitalismo occidentale. L’unica pecca di questo gigante d’oriente rimane l’oppressione psicologica esercitata dal governo sul popolo, una chiusura nei totale nei confronti di tutto ciò che è estraneo e che può quindi portare a un cambiamento d’ideologia.
Si tratta di uno stato che un po’ affascina e un po’ fa paura, si dice che la Cina sia il futuro, ma forse è il presente.

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Preferì “morir de pié”

E’ l’8 ottobre del 1967. Nella Quebrada del Yuro, a pochi chilometri da La Higuera (Bolivia), viene catturato un uomo, ferito alle gambe e rimasto disarmato, dai soldati dell’esercito regolare boliviano, in collaborazione con agenti Cia. René Barrientos Ortuño, presidente boliviano salito al potere grazie a un colpo di stato, diffonde la notizia che quell’uomo è morto in un combattimento contro le proprie forze militari; allo stesso tempo i soldati che lo tengono in custodia ricevono dal palazzo l’ordine di esecuzione del prigioniero.
L’uomo in questione, che avrebbe dato la vita per la liberazione della Bolivia non era boliviano. Era lo stesso uomo che pochi anni prima aveva rischiato quella stessa pelle per Cuba e per il Congo, pur non essendo né cubano né congolese. La persona di cui sto parlando era un idealista argentino, un guerrigliero e rivoluzionario, troppo attaccato alla propria idea di libertà per essere limitato da meri confini nazionali, che infine diede la propria vita per quella stessa idea, quell’uomo era soprannominato “Che”, ma il suo vero nome era Ernesto Guevara de la Serna. Ernesto “Che” Guevara muore dunque nella piccola scuola di La Higuera il 9 ottobre 1967.
Vari racconti si sono diffusi dopo la sua esecuzione. Secondo alcuni il suo esecutore, il sergente Mario Teràn, essendo troppo nervoso uscì dalla stanza e i suoi commilitoni dovettero riportarlo dentro con la forza per costringerlo a commettere l’omicidio, oppure che, non volendo guardare “El Che” in faccia, gli sparò alla gola; un’altra versione racconta che dovette bere qualche alcolico per trovare la forza di ammazzarlo; per altri Teràn avrebbe sparato al prigioniero voltato di spalle, mentre altri ancora sostengono che questo non riuscì a ucciderlo e il colpo di grazia fu inflitto invece dall’agente della Cia che aveva coordinato le operazioni di caccia al rivoluzionario: Félix Rodrìguez (alias di Felix Ramos). La versione più accreditata dagli storici narra invece che al suo esecutore fu ordinato per prima cosa di sparargli alle gambe, per simulare meglio la morte in combattimento, quindi al petto, come colpo di grazia.
Dopo l’uccisione e il riconoscimento internazionale della persona, un medico militare tagliò al cadavere le mani, successivamente i resti del corpo sparirono in mano alle autorità boliviane. Solo il 28 giugno del 1997 i resti del cadavere furono ritrovati in una fossa comune vicino a Vallegrande. Dal 17 ottobre sono sepolti in un mausoleo appositamente costruito a Santa Clara, Cuba, il monumento è accompagnato da una grande statua che lo raffigura, con alla base una sua famosa frase “Hasta la victoria siempre”, e una lapide recante l’inizio di un ordine firmato da Fidel Castro nell’ormai lontano 1958: “Si assegna al comandante Ernesto Guevara la missione di condurre dalla Sierra Maestra fino alla provincia di Las Villas una Colonna ribelle e operare nel suddetto territorio in accordo con il piano strategico dell’Esercito ribelle”.
La morte di Che Guevara fu vista come un fallimento per tutte le lotte armate rivoluzionarie mirate all’emancipazione non solo dell’America Latina (sogno principale di Ernesto), ma anche di tutto il Terzo Mondo. Sicuramente questo era l’intento della Cia e di tutti gli Stati Uniti: sconfiggere le rivoluzioni latinoamericane non sul campo ma moralmente, morto il “Che”, hanno pensato, morirà anche la voglia di ribellione. In realtà poi gli assassini non hanno fatto i conti con la storia. L’esecuzione del rivoluzionario argentino è divenuta un martirio e la sua icona un esempio da seguire. “Se tremi per l’indignazione davanti alle ingiustizie, allora sei mio fratello” diceva il Che, questa frase rappresenta un po’ il motto di chi segue le sue orme e il riassunto di una vita volta totalmente all’emancipazione e alla vendetta dei popoli oppressi.

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Anna Politkovskaja

“Facevo il mio lavoro di giornalista, che consiste nel raccogliere informazioni. E sempre mi veniva contestata la stessa accusa: ‘Sei dalla loro parte’.”
Queste sono le parole di Anna Politkovskaja. Parole che esprimono esattamente che significava per lei essere una giornalista, amare il proprio lavoro, nonostante da ogni parte venisse denigrata, non capita, etichettata. Una grande giornalista resta per me, una persona che ha dato la sua vita per raccogliere e raccontare le informazioni. Un eroe dei nostri tempi. E il 7 ottobre cade l’anniversario della sua uccisione. Una morte che ancora non ha dei mandanti, anche se ha trovato un colpevole. E per ricordare la sua figura lascio uno dei suoi tanti articoli pubblicati. Le sue parole meglio di ogni ricordo.

Cinquantasette ore dopo

Gli ultimi giorni sono passati nel delirio più completo. Mosca seppellisce gli ostaggi. Oggi, ieri, domani. È insopportabile…I defunti hanno volti tranquilli, per nulla deformati dalla morte, come se fossero addormentati; in effetti li hanno addormentati: la nostra nazione ha soltanto calcolato male la dose…
Non scrivo mai reportage dai funerali, ma questa volta farò un’eccezione. Lena, una vecchia conoscente, ha seppellito il marito Sergej e il figlio Andrjusa. Il 23 erano andati tutti insieme a teatro, sedevano vicini ma soltanto Lena è sopravvissuta.
…In chiesa i feretri di Andrjusa e Sergej stavano uno di fianco all’altro. La gente era così numerosa che non si riusciva a passare. Nessuno parlava. Non una parola di politica. Solamente Lena, ogni tanto, si muoveva avanti indietro per lo stretto passaggio, mormorando qualcosa. Quando si fermava, appoggiava una mano su una bara, una sull’altra, e sorreggendosi sulle gambe, lasciava cadere la testa tra le due casse e rimaneva così, come un uccellino con le ali spiegate, o uno ferito che tenta con tutte le sue forze di rimettersi in piedi.
Anche io sono colpevole di fronte a Lena, ora e per sempre. Sono la sola a conoscerne la ragione. Ed è una colpa che non verrà mai espiata.
Comincia il servizio funebre, aleggia una strana sensazione. Chissà perché sono pochi a farsi il segno della croce. Non c’è neanche un rappresentante dello Stato, non uno della Duma, né del Consiglio della Federazione. “Partito e governo”, sono loro che hanno lasciato entrare i terroristi a Mosca. Sono arrabbiata, arrabbiatissima, anche se non è il luogo adatto per il rancore. A completare il quadro c’è il prete, che padroneggia male la sua voce roca e debole. E stona persino quando canta. Sarà raffreddato? All’inizio non capisco perché debba andare proprio così, nella chiesa del cimitero di Kunzevskij, con questo prete. Torno ad arrabbiarmi: da noi va sempre a finire in questo modo…
Ma poi capisco che probabilmente il sacerdote avrà avuto moltissimo lavoro in questo periodo, e perso la voce per la serie infinita di servizi funebri degli ultimi giorni. Anche lui è un essere umano e le sue corde vocali non hanno retto; non avranno mandato nessuno ad aiutarlo.
Inaspettatamente il servizio funebre si conclude in fretta, più o meno dopo venti minuti. Verso la fine la voce del pope è quasi un sussurro. Lena con le ali spalancate tra le due bare e il prete senza voce sono le “mie” icone di questa tragedia d’ottobre, le cui conseguenze saranno più forti della tragedia stessa. Lena e il prete hanno infranto l’immagine di una cecena-kamikaze con la pistola in una mano, nell’altra una granata con la linguetta infilata nel pollice e la carica esplosiva legata alla cintura; hanno spazzato via la sua conversazione con un’altra di queste “bombe viventi” a proposito della famiglia lasciata a Groznyj, la sua ostinata allegria a qualche ora dalla morte; hanno annullato le immagini, trasmesse senza sosta sulle nostre reti, di combattimenti sconfitti, riversi in una pozza di sangue, le fotografie scattate attraverso i finestrini degli autobus agli ostaggi asfissiati dal gas; e infine le domande, domande e ancora domande…
Perché c’erano così pochi medici per la rianimazione? Perché i soccorsi non avevano antidoto in quantità adeguata? Perché, con l’uso del gas, il Cremlino ha messo ostaggi e terroristi sullo stesso piano? E dove sono i “dispersi”? perché gli investigatori dell’FSB (la polizia politica federale) incaricati dell’inchiesta, quando interrogano gli ostaggi negli ospedali, non consegnano loro un certificato di “vittime”? E se lo fanno, come mai su quei documenti tanto approssimativi spesso manca il cognome della vittima, così da rendere impossibile rivolgersi al tribunale?
Come tutti, anch’io sono sommersa da domande senza risposta.
Eppure quelle due immagini – “il prete senza voce” e “Lena tra due bare” – restano i miei punti fermi.  Il primo passo, la prima cosa da fare è preoccuparsi per chi soffre. Pensare alla loro sorte, alle loro condizioni, alla loro salute, garantire le cure mediche necessarie, il supporto sociale e psicologico. Per sopravvivere dopo la sopravvivenza. Fare tutto il necessario perché diventi veramente possibile una seconda nascita.
Dopo il funerale volo per qualche ora a Parigi, ma non tardo a pentirmene. Il canale France 2 mi ha invitato a partecipare al programma di punta del sabato sera; accetto solo perché mi dicono che in Occidente non riescono a capire quello che sta succedendo da noi, in “Oriente”. Durante lo show, condotto da Thierry Ardisson, una star della tv francese, prima che tocchi a me si esibisce un cantante di cui ora non ricordo il nome, ho dimenticato di annotarlo. C’è anche il ministro della Sanità del governo Maschadov, un tale Umar: ho subito dimenticato anche il suo cognome. Per cominciare, fiumi di parole sui ceceni, che da tanto lottano instancabilmente per ottenere la loro libertà, (il cantante li ammira moltissimo, il conduttore pure), così a me rimangono pochissimi minuti.
Ma per dire cosa? Proprio ora che ho un posto dove esprimermi liberamente.
Parlo male, poco e non dico niente di quello che vorrei. Ovviamente è un peccato. Perché se ti danno l’opportunità di esprimerti, devi coglierla al volo. Ma non ci provo neanche, non sono in sintonia con l’ambiente, lì non c’è nessuno che abbia voglia di sentire quello che mi preoccupa davvero. E siccome vengo direttamente dal funerale, vorrei parlare soprattutto delle vittime, delle pesantissime conseguenze. Intorno al ministro della Sanità dell’Ickeria (e anche lui lì c’entra poco e la cosa lo turba) si scatenano alcune francesi, come me non più giovani, che gli esprimono la loro ammirazione. Sono esaltate e romanticamente superficiali. Già dopo cinque minuti comincia a venirmi la nausea: queste francesi sono così lontane dalla realtà, e non sono le uniche.
Anche noi lo siamo, ma in senso opposto.
Torno a Mosca, è il primo novembre. Una rappresentanza di ceceni moscoviti ha partecipato al Congresso mondiale ceceno, svoltosi a Copenaghen subito dopo l’assedio, che ha scatenato un’ondata di proteste senza precedenti da parte del Cremlino contro la Danimarca, con cancellazioni di visite e di incontri ufficiali, fino all’arresto di Achmed Zakaev, a mo’ di risarcimento e scuse per i russi. Così il primo novembre, a seguito di una decisione presa dal Congresso, quella stessa rappresentanza cecena depositerà una corona davanti al Teatro Dubrovka.
Anch’io ero stata invitata a partecipare, ma non ci sono andata per due motivi. Il primo è semplice: non mi piacciono le manifestazioni di massa e non ho mai reso omaggio a nessuno insieme alla folla. Il secondo motivo è ancora più semplice: non ne avevo il tempo, ero sull’aereo.
C’è anche un terzo motivo, ed è il più importante. Ma non so bene come spiegarlo, e mi fa star male. Ci proverò in qualche modo. In quella cerimonia c’era qualcosa che non andava, e non perché, come ora pensano in molti, “i ceceni hanno tutte le colpe”. E neppure per qualche mio rancore personale verso i ceceni: ovviamente non ho nulla contro di loro. Non mi è assolutamente piaciuto il comportamento tenuto dalla maggior parte dei ceceni importanti in quella cinquantasette ore, quando tutto era appeso ad un filo, l’intero Dubrovka poteva saltare per aria da un momento all’altro, e una loro parola agli uomini guidati da Baraev il giovane poteva avere un peso maggiore che quella di chiunque altro. Io, almeno, ne ero convinta. Ma quelle parole non sono arrivate. Non è successo nulla. Hanno deluso le aspettative. E ora questo appartiene alla storia. Un’altra ragione per non sopportare quelle nauseanti signore francesi.
Solo Aslambek Aslachanov, ceceno e deputato della Duma, ha avuto il coraggio di recarsi dai terroristi, senza temere per la propria sorte. Eppure gli assalitori del Nord-Ost lo consideravano un generale dell’MVD (ministero degli Affari interni) e un “federale”. Ma Aslachanov ci è andato lo stesso, nonostante a casa lo aspettassero i figli piccoli…ci è andato e basta. Anche questo ormai fa parte della storia.
E gli altri, dov’erano? Dov’era Malik Sajdulaev? E quell’Umar, di cui ho dimenticato il cognome, e non desidero ricordarlo, lo stesso ricco signore che possiede l’albergo alla stazione Kievskij di Mosca? E Gantamirov? E Chadzev? E tanti altri ancora…
Tutti, fino a Kadyrov, cui è tanto attaccata la maggior parte dei ceceni di Mosca, e che quando vola da Groznyj nella capitale induce a fare cattivi pensieri sui veri interessi di entrambe le parti. Kadyrov, già avanti negli anni, si è coperto di un tale incancellabile disonore, valutando la propria vita più importante di cinquanta spettatori innocenti del Nord-Ost. (I terroristi avevano invitato Kadyrov – tra tutti i possibili negoziatori proprio lui, il capo della Cecenia, il prescelto di Putin – e in cambio avrebbero ridato la libertà a cinquanta ostaggi. Ma Kadyrov non ci è andato, spiegando in seguito che non lo avevano avvertito).
In quelle cinquantasette ore i ceceni importanti non hanno fatto altro che confabulare di nascosto. Solo quello. Vergognosamente poco. E nessuno ha biasimato Kadyrov: non sono riusciti a persuaderlo a entrare nella storia come salvatore di cinquanta, tra donne e bambini. Una diaspora, quasi al gran completo, avvenuta in cinquantasette ore. Ne sono usciti in parte soltanto a Copenaghen.
Personalmente lo ritengo uno schifo. Una mancanza di umanità. Ma può anche darsi che io mi stia sbagliando, e meriti un rimprovero: i ceceni di una certa importanza avevano paura, e ancora ne hanno, delle conseguenze per i fatti del Dubrovka, si preoccupavano della loro sopravvivenza in una società pronta a scatenarsi ancor più duramente nei loro confronti. Sì, deve essere così.
È quasi come un listino prezzi. E la paura costa cara. Non c’era modo di pagare un prezzo minore? A quanto pare in quel momento i rappresentanti della Cecenia non si rendevano contro che gli ostaggi, quasi inevitabilmente destinati alla morte, avevano ancora più paura; che centinaia e più di loro (non sappiamo quanti per la precisione), in ogni minuto di quelle cinquantasette ore, le ultime della loro vita, si preparavano a morire. E così noi oggi continuiamo ad andare ai funerali, con un prete cui manca la voce per le troppe cerimonie funebri che anche le sue corde vocali non riescono più a sopportare.
Dopo tutto questo è giusto tener conto del terrore che ha scatenato quella diaspora cecena? Non credo proprio. Se mettiamo da parte cose come la paura – tutti l’hanno avuta, senza eccezioni, sia gli assedianti che gli assediati – torniamo al punto di partenza: perché i rappresentanti ceceni in quelle prime cinquantasette ore si sono comportati così?
Perché gli è mancato il coraggio. Il coraggio di intervenire nei confronti dei loro stessi giovani, trasformatisi in radicali incapaci di scendere a compromessi. Così sono strisciati via di soppiatto. O, forse, hanno provato ribrezzo. Si sentivano in alto, ma sono scesi tremendamente in basso.
E anche questo appartiene ormai alla nostra storia. Il mito di una nazione dal grande coraggio non esiste più, è svanito il 23 ottobre 2002.
Intanto in Cecenia continuano i rastrellamenti. La gente continua a soffrire, sta male esattamente come prima. I paesi sono isolati. La zona oltre la sbarra con la scritta CECENIA si è di nuovo trasformata in un poligono.
Da questo lato della sbarra va un po’ meglio, ma non a molti.

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