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Tanti auguri 194

Negli ultimi giorni sta ritornando per le strade e i mezzi di comunicazione italiani un tema che divenne quasi di moda in Italia come in tutto il mondo occidentale nel corso degli anni Settanta: l’aborto.

Aveva fatto discutere, aveva fatto manifestare, addirittura incarcerare i cittadini italiani dell’epoca e oggi viene rispolverato e scende in piazza, stavolta però dalla parte opposta. A Roma “Migliaia in marcia contro l’aborto”, si tratterebbe di una “Marcia per la vita”, così titolano “La Stampa” e “Repubblica” i loro articoli. La gente manifesta il proprio pensiero, se si legge in questo modo la situazione ammetto che non vi sia nulla di particolarmente interessante. E’ il contenuto, l’argomento di tale corteo che dovrebbe invece allarmare le persone.

Come sostenevo poco sopra il diritto a praticare l’aborto, diritto du cui oltretutto dispone all’incirca il 90% del nord del mondo, è stato raggiunto dopo anni di lotte e proteste, finché il 22 maggio 1978 fu approvata la cosiddetta legge 194 che così recita (art.1):

Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio.

L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite.

Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite.

Questo fu un traguardo memorabile per le femministe, per i difensori dei diritti dell’individuo e per coloro che ancora credevano in ciò che definiamo democrazia.

L’unico problema che differenzia l’Italia dagli altri paesi, lo definirei un handicap molto grave, è la presenza della Chiesa nei nostri territori. Non è segreto per nessuno, o così spero, il fatto che essa tenti sempre di ostacolare il lavoro dei legislatori italiani con tutti i mezzi e finché riesce a manovrare l’opinione pubblica. Ora, non intendo colpevolizzarla della retromarcia intrapresa da questi individui riguardo l’aborto, mi è difficile però credere che coloro che sono scesi in piazza lo scorso 13 maggio siano ferventi atei, ma tutto è possibile.

La cosa forse più triste però è che tra questi manifestanti vi fossero dei giovani. Quanti non ha importanza, è cruciale però la loro presenza. Significa veramente che “i figli commettono gli stessi errori dei padri”, “la storia insegna che la storia non insegna nulla” e chi più ne ha più ne metta. Significa che questi ragazzi o sono stati trascinati a forza, oppure sono stati educati a calpestare i diritti e le possibilità di scelta altrui. Perché è proprio di questo che si tratta: un diritto, una scelta. Se una persona non vuole abortire è libera di non farlo, ma allo stesso tempo un’altra che ne ha voglia o bisogno dev’essere ugualmente libera di poterlo praticare.

A questo punto si va a incappare nella morale, nel credo religioso e tutte quelle cose che piacciono tanto alla gente la quale non si rende conto del male che fanno. Si parla di anima perlopiù, ma anche di diritto alla vita. Bisogna ricordare che l’Italia è uno stato laico sulla carta? Ebbene, l’Italia è uno stato laico. La nostra religione di stato non è il cattolicesimo, perché non ne abbiamo una. L’unica fonte di certezze o almeno l’unica soluzione dei dubbi che un paese laico fornisce a ogni cittadino è la scienza, non Dio, il Papa o Obi-Wan Kenobi. La scienza ha dimostrato che per i primi due mesi di gravidanza il feto non esiste ancora, il futuro neonato è infatto ancora un embrione, un organismo pluricellulare che non può ancora essere definito umano. Sinceramente non credo che tutti coloro che si dicono contro l’aborto piangano la perdita di ogni organismo pluricellulare del mondo, altrimenti non potrebbero mai smettere di farlo.

Detto ciò, dato che la legge crede alla scienza, al sapere dell’uomo sulla Natura, e in nessuna divinità o entità soprannaturale sarà bene ricordare a queste persone che la violazione di un diritto equivale alla violazione di una libertà e dove non c’è libertà non c’è quella che noi occidentali ci ostiniamo a voler esportare senza saperla gestire: la democrazia.

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La giovane indifferenza

L’indifferenza è già di per sé una delle più nocive malattie morali di cui il nostro animo possa essere affetto; diventa micidiale quando la si riscontra nella mia generazione, nei giovani. Quando colpisce chi avrà la responsabilità un giorno, nemmeno tanto lontano, di cambiare questo Paese, lasciatoci in eredità da generazioni che evidentemente non hanno saputo offrirci di meglio. E non mi nascondo dall’accusarle e dall’attribuire le loro colpe: hanno fallito. Come hanno fallito, con responsabilità maggiori, gli intellettuali/giornalisti/editorialisti e tutti coloro che avrebbero dovuto essere una guida, dei consiglieri, dei lumi per il popolo, e che invece non hanno rispettato la loro deontologia professionale, vendendosi, mascherando la verità e obnubilando le nostre menti; nel nostro passato altri lo fecero prima di loro, portandoci alla guerra e al fascismo: Piero Gobetti, una delle più illuminate menti del nostro ‘900, non esitò a definirli “una vile razza bastarda”.
Ripropongo con tutta la sua enfasi questo giudizio, ma non solo. Piero parlò di due caratteristiche che ogni persona deve far proprie e diffondere: la dignità e l’intransigenza. Dignità come supremo valore, intransigenza nel rispettarlo e pretenderlo. Ed è proprio da qui che deve cominciare la nostra ricostruzione: intransigenza nel non accettare e dignità nel non subire passivamente determinati contesti e scelte politiche. Per questo è necessaria la nostra più profonda ed attiva partecipazione alla vita politica e sociale della nostra comunità e alle iniziative che vengono propugnate dai vari movimenti delle nostre città, dalle manifestazioni e assemblee di piazza al volontariato. Il nostro imperativo categorico è quello di diffondere, come Gobetti avrebbe desiderato, valori costruttivi per il nostro bene comune e, nello stesso momento, isolare coloro che li vogliono distruggere. E’ indubbio affermare che questo lavoro di rigenerazione è da concretizzarsi subito.
Non possiamo più permetterci una vita basata solo sul nostro “io”, perché facciamo parte di una collettività che ha bisogno più che in qualsiasi altro momento del nostro contributo: l’individualismo ha da sempre caratterizzato il nostro popolo, molti studiosi italiani, da Mazzini a Turiello, hanno cercato di capirne le cause. Ora è arrivato il momento di pensare ad un “noi”. Democrazia è partecipazione; un popolo stagnante e inerte ne è la degenerazione. Non possiamo più permetterci di pensare che le iniziative di protesta dei nostri compagni liceali ed universitari siano inutili, che non servano a nulla; sono accuse vecchie e soprattutto non costruttive. La democrazia ha bisogno di voce, di protesta, di dissensi, e se “i rappresentanti del popolo” (o meglio dire impiegati dei partiti) non vogliono sentire e infangano gli ideali portanti di queste iniziative, allora bisogna alzare la voce: mai arrendersi, mai rassegnarsi. Rassegnazione e denigrazione sono sintomi d’indifferenza. Siamo protagonisti, non inutili spettatori. Non possiamo più permetterci di pensare che il voto sia l’unico  nostro contributo alla vita politico-sociale: è l’ultimo atto di un percorso di presa di coscienza, che non si forma né davanti alla televisione, talvolta né davanti ai giornali: il voto bisogna respirarlo insieme alla comunità. Non possiamo più permettercidi pensare che la politica non sia una cosa che ci riguarda: per anni abbiamo formulato questo pensiero, perché stanchi o non interessati. Dobbiamo comprendere che la politica e i politici non si stancano mai di pensare o al nostro bene, come dovrebbe essere, o ai loro interessi personali, come è. E le conseguenze ricadono comunque su di noi, a prescindere dalla nostra stanchezza o dal nostro disinteresse. Svegliamoci. Non possiamo più permetterci di pensare che l’unico modo per sopravvivere sia andarsene dal nostro Paese: i patrioti della Resistenza sarebbero così morti invano, insieme ai valori che cercarono di trasmettere donandoci la libertà; la Costituzione della nostra Repubblica sarebbe stata così inutilmente scritta, le speranze dei nostri padri così ignobilmente distrutti, le parole di Calamandrei ed Antonicelli così tristemente inascoltate. Cominciamo a comprendere che rappresentiamo il cambiamento in virtù del quale non possiamo più permetterci di non pensare.
Dopo aver letto queste poche righe potreste reputarmi un utopista; può darsi, anzi forse è proprio così, ma non voglio smettere di credere nel cambiamento e nella mia generazione. Norberto Bobbio avrebbe detto: “Se l’ideale è la tramutazione, non tramuto nulla se non comincio a mutare me stesso. L’utopia comincia domani, e può anche non cominciare mai; la tramutazione comincia oggi e non ha mai fine”.
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La Padania agli italiani!

La Palestina, prima di essere un movimento politico, era uno stato autonomo. Il Kurdistan, prima di diventare un’ideologia indipendentista, era un’identità culturale oltre che una nazione. La Padania, prima di trasformarsi in una xenofoba e verde idiozia, era una semplice pianura in cui passava il fiume più lungo d’Italia.

Questi e altri sono i non-stati partecipanti alla Viva World Cup, il mondiale di calcio per nazioni non riconosciute. Da questa competizione sportiva è derivata l’ispirazione per questo articolo.

La parte che più mi ha personalmente sconvolto è proprio la partecipazione a questacoppa del mondo di una follia che mi auguro non verrà mai riconosciuta per ciò che si professa: la Padania. Il fatto che vengano messi a paragone nazioni (in senso romantico) quali la Palestina e Il Kurdistan appunto, o ancora l’Aramea, la Lapponia e altre ancora, con la nostra pianura padana è per me assolutamente sconcertante perché questi altri stati danno un contributo al minimo riconoscimento di tale idiozia, irrispettoso da parte dei celti-padani nei confronti di chi da decenni o addirittura da secoli lotta per la propria indipendenza, anche sacrificando il proprio sangue, tutto privandosi finché si è potuto di una qualsivoglia ideologia politica, socio-economica o razziale.

Se devo dare un mio parere, le persone che lottano per l’indipendenza di una reale identità nazionale, quindi in prevalenza culturale, meritano di essere almeno definiti indipendentisti, anche se magari sognatori. Coloro che invece si definiscono padani, perché abbracciano, non avendo ovviamente una vera e unitaria identità culturale, un’ideologia xenofoba, populista e stupidamente divisionista non meriterebbe affatto di avere posti a sedere in Parlamento, ma nemmeno in un Consiglio comunale. Anche perché mentre per gli altri stati di cui abbiamo parlato un partito indipendentista è legato alla storia e alla cultura del territorio in cui è nato, per la Padania è totalmente l’inverso: la storia e la cultura di un partito (la Lega Nord) sono legate a un territorio praticamente inventato su due piedi da un certo Umberto Bossi. Con ciò intendo dire che un conto è se un’identità nazionale si trova quasi costretta a costruire un partito con tanto di ideologia per agire legalmente e avere una voce nel paese “oppressore”, adattandosi quindi all’evoluzione della società in cui si trova immischiata. Un altro è se è un partito a dare vita a uno stato a sé, inventandolo completamente dal nulla, trovandosi quindi anche a dover creare una cultura praticamente nuova. Ora la Padania non è ancora fatta e il suo creatore già si è ritirato; figuriamoci, aggiungerei per fortuna, quando saranno fatti i padani!

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I nuovi utopisti immobili

Un tempo ci furono gli estremisti liberali, poi arrivarono gli illuministi, seguirono nel XIX secolo comunisti e anarchici; l’utopia è sempre esistita nella mente e nelle opere umane, poiché l’uomo è sempre stato in grado di sognare a occhi aperti. L’essere umano sogna cose possibili, ma anche cose impossibili, queste ultime sono definite (fin da Thomas More) utopie, dal greco o (“non, senza”) e tòpos (“luogo”).

Ogni forma utopistica era figlia del suo tempo: il liberalismo, ad esempio, nacque dalla necessità del ceto medio di libertà individuali atte ad aumentare i proprio profitti e sviluppare l’economia moderna. Oggi la società ha dato la vita a nuovi ideali, se così si possono chiamare, essi stessi figli dei nostri modern times. Le persone, in particolare al di sotto dei 25 anni, sembrano seguire o almeno predicare tali “ideali” quotidianamente. Gli esempi più emblematici di certe tendenze a mio avviso sono alcune canzoni del milanese Alessandro Aleotti, in arte J-Ax, ma anche luoghi comuni che spesso la gente riesce a tirare fuori. Si loda una vita di divertimenti, ma anche di assoluta indifferenza anarcoide o apatia sociale. “Fare ciò che si vuole, come lo si vuole” potrebbe essere un motto, accompagnato da un “chissene frega delle regole, dei diritti e dei doveri di un cittadino”. Criticare le istituzioni stando seduti in poltrona a bere e fumare, accompagnati da frasi del tipo “la politica è merda”, “i politici sono tutti ladri”, “non voto al referendum perché tanto non cambia un cazzo”. Alcune idee possono essere affascinanti, lo ammetto; il tratto anarcoide di questi pensieri può esserlo sicuramente. Il grande lato menefreghista però è, almeno a mio parere, davvero idiota.

Qualcuno potrà pensare a questo punto che sia errato scegliere di classificarli come utopisti: in effetti forse sarebbe meglio definire certe persone distopisti. Senza stare a inutili precisazioni letterali il fatto siginficativo è che un uomo, in quanto cittafino, non può sperare di rimanere fuori della vita sociale del proprio paese, neppure diventando un parassita, anche in tal modo infatti si farebbe parte dell’intricata rete di cui è composta la società contemporanea. In questo senso quindi credo che si possano definire in qualche modo sognatori.

Passando ora specificamente agli ideali da essi promossi, direi che sarebbe banale anche solo controbattere, ma mi vedo costretto a farlo, dato che certi “pensatori” esistono, e purtroppo non sono nemmeno pochi. Dunque, caro distopista apatico sociale, se davvero vuoi che qualcosa cambi nella società, o vuoi che sia la società stessa a cambiare, molla la canna o la bottiglia di birra, alza il culodal divano e scendi in piazza a far sentire le tue ragioni!

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Il mio Festival dei Minchioni

Con la cultura abbiamo capito che si mangia, ma si mangia a scapito del più debole, del soggetto privo della possibilità di poter giungere direttamente e liberamente al piatto nel quale è riposto il cibo. E’ un emblema del sistema in cui viviamo. E’, in senso lato, la piramide alimentare. E’ un errore strutturale – molto – italiano, dove la casta (qualunque essa sia, in qualsiasi campo ci arrabattiamo) è regia, scenografia, tecnico delle luci, fino a bigliettaio e venditore di popcorn prima di entrare in sala.

Io cerco sempre delle regole. Principalmente in un campo promiscuo e sovrappopolato come quello della letteratura.

Se internet ha aperto delle porte, negl’ultimi anni queste sono state sradicate insieme alle pareti, rendendo tutto un pappone senza condimenti né serietà di contenuto (ricercato); universalmente.

In generale, in positivo riscontriamo l’informazione, la divulgazione, la rapidità e la possibilità virtuale di essere ovunque e con chiunque.

Nei contenuti, però, si riscontra una globale confusione. L’incertezza, le troppe proposte quasi tutte a tinta unita, la violenza finanziaria di determinati prodotti, che sbandierano il termine libertà come religione ma traducendolo in una sorveglianza costante a scopo personale o di mercato, rendono questo importante complesso una sfida o un luogo per “perderci tempo”. La soluzione è pratica: riconoscere e frequentare il buono, trascurando il superfluo e l’inutile. Ma in un mondo dove si indottrina ad apprezzare il superfluo, tralasciando il senso e il valore umano/sociale dell’Oggetto, come fare?

Camminiamo su di un piano emozionale e spregiudicato. Ogni cosa, la parola in sé, è divenuta mercato. Non importa il valore artistico, la ricerca scientifica del linguaggio, l’intenzione parossistica, lo studio o il livello di preparazione, l’importante è avere il denaro per poterlo fare. Certo, la bravura è premiata – a lungo andare. Ma qui si cade sul pantano dei giovani. Suddetti, soggetti a un movimento globale di prostituzione mediatica, soggiogati da “tante belle parole” pubblicistiche e tecnologiche, vivono un processo di violenza perpetuato da un mercato interessato unicamente al valore materiale del prodotto e non di quello spirituale (cioè umano/sociale).

Il problema, spero sia semplice da capire, non sono i giovani.

L’impasse deriva da una politica che non ha saputo gestire il futuro, rimandandolo in continuazione. Fermi sull’istruzione, sulla giustizia, sull’incentivare e promuovere, finanziando, la cultura e la sperimentazione e la ricerca in qualsiasi campo, ha spento molte ragioni di crescita e sviluppo, condividendo (spesso) e accettando (fino a quando gli altarini non escono fuori dalle maglie degli scorretti) la deturpazione e la scorrettezza di determinati processi di equità e professionalità, sia a livello nazionale che mondiale. Questo va da Pompei ai libri sugli scaffali di ogni libreria. E’ quella che sono solito definire “cultura mafiosa”, dove tutto si fa in base alle richieste sporche di un’elite o di qualche potente nostrano. Dal micro al macro, in modo diverso per ogni diversa situazione, i tentacoli si allungano e strozzano una crescita necessaria per il domani. L’esempio più vicino è quello che è avvenuto in questi giorni nella Lega o del caso Lusi per il Pd. Ma il mio concetto di “cultura mafiosa” si estende anche ad altro, differente dalla politica, come il caso del mercato del libro.

Partiamo da questa metafora: è come essere contadino che vende carne ad un macellaio per tornare il giorno dopo ad acquistarla.

Io trovo ingiusto e, in molti casi, sproporzionato e subdolo il meccanismo di pubblicazione richiesto da (quasi tutte) le case editrici. Tornando all’esempio della carne, e parafrasandolo in altri termini: se creo un prodotto e voglio venderlo, non posso essere io a pagare per poterlo fare. E’ incoerente. Dovrei essere io a recepire un compenso per il lavoro svolto, non il contrario. Eppure è così che va il mondo.

In questo modo si incentiva “il mercato mafioso”, cioè: chi ha la possibilità di pagare (non valutando il valore artistico del prodotto) può accedere in questo campo – non menzionando le amicizie dirette o gli amici di amici degli amici, ext. ext.

Molto spesso la spesa per una “partecipazione dell’autore” avviene con la scusante che il mercato è saturo ed è difficile entrarci per una piccola o media casa editrice. L’incongruenza nasce dalla risposta che sono loro a rendere così grasso e vuoto il mercato. Come? Si richiede un contributo, che oscilla dai 500 ai 3000 euro. In sostituzione, la casa editrice, ricambierà questa spesa mandandoti a casa (se, ad esempio, il libro costa 10 euro e tu hai pagato 1000 euro per la pubblicazione) 100 copie del tuo libro. Capita anche che manchi l’editing o che il rapporto tra autore e casa editrice sia solo di comunicazione “stampa, pagamento, spedizione libro a casa”; abbandonando l’autore al suo destino, con le sue bellissime 100 copie regalate ad amici e parenti.

Comprendiamo facilmente che l’autore è costretto a pagare per poter vedere la sua opera trasformata in libro. Comprendiamo anche che 1000 euro si possono trovare e che questo è un sistema errato, denunciato, eppure ancora prevalente nel nostro paese.

Questo è un’umiliante percorso autogestito e autofinanziato, dove non esiste rapporto di scambio o di crescita, né di collaborazione o familiarità. Per questo cerco delle regole.

Se il mercato è saturo, è perché non esiste una valutazione competente che regoli il processo di scouting che, successivamente, porta una continuità di espansione e crescita (personale come generale).

Come ha affermato il poeta Bas Kwakman: <<La brutta poesia non è mai un ponte verso la bella poesia.>>

Se niente viene gestito con professionalità, e il prodotto si produce solo perché viene pagato (neppure venduto!), il buono viene sommerso dal marcio. Il brutto non ha paragone perché non c’è la conoscenza per distinguerlo dal bello. Se, in Italia, il film di Checco Zalone ha portato al cinema milioni di italiani, mentre il film “Una separazione” di Asghar Farhadi ne ha raccolto poco più di 700 mila, si comprende che c’è una disparità di comprensione e apprendimento, derivato da un’istruzione tecnica/specialistica assente (sia personale come generale). Mi si può ribattere che l’arte si apprezza in base ai propri gusti, ma se abbiamo dei gusti orribili o dei gusti impreparati per comprendere la portata di una vera opera d’arte, come fare?

Per questo parlo di una corrente inesistente e di un sistema balordo e cinico. Per questo parlo di riformare e promuovere e denunciare, dove è possibile (un po’ ovunque), tutto questo grande casino popolare.

Da qui passo al Festival dell’Inedito. E, per agganciarmi a tutto quello che finora ho detto, partiamo dall’evidenza degl’altarini.

Per partecipare bisogna pagare. Anche se parliamo di un programma dedicato al commercio di material-works letterario inedito, col quale si cerca di poter ricavare un guadagno, prima che questo avvenga, bisogna che il lavoratore-autore sborsi una cifra per comprendere se egli sia idoneo a partecipare a tale mercatino-festival.

Si parte da un target per giungerne ad un altro superiore in caso sia richiesta una valutazione scritta (sia positiva che negativa).

In caso l’autore sia apprezzato dalla giuria, scelta la sua opera, costui verrà inserito in uno stand (anch’esso a pagamento) dove potrà mostrare la sua opera ai vari personaggi influenti delle case editrici e partecipare ad un concorso che come premio ha una pubblicazione gratuita. Ammetto che non so se in caso di richiesta di pubblicazione sia dovuta quella “famosa” richiesta di contributo da parte dell’autore (ma, in molti casi, avviene così visto il sistema delle case editrici descritto in precedenza). Ammetto anche che parliamo di un’idea piacevole, se non fosse per questo brutto inconveniente del “pagarsi”, irrispettoso verso coloro che propongono le proprie opere inedite.

Un’altra cosa positiva è la presa di posizione di molti autori contro tale meccanismo, inutile e deleterio.

La cosa più ridicola è vedere come molte persone prendano le distanze (come la SIAE o il Comune di Firenze, che antecedentemente alle denuncie, erano finanziatori del Festival) e come i dirigenti della manifestazione hanno reagito alle accuse: non scusandosi ed eliminando (se non il Festival) la quota di partecipazione (visto che come dice un consigliere comunale vale solo il 10% dell’intero evento), ma, semplicemente, abbassando le quote. Il problema principale non è questo: il problema si verificherà se qualcuno domani pagherà per aderire, sostenendo tale sistema, sporco e clientelare. E avverrà sicuramente (sempre che il Festival non venga chiuso) perché, come dicevo sopra, questa è l’unica strada che si ha per raggiungere determinati livelli. Altrimenti si è fuori.

Quindi, deducendo che il prodotto creato dal lavoratore, per renderlo merce dell’unico mercato, deve pagare e non venderlo, vorrei proporre una mia cosa. Io vorrei creare un luogo dove tutte le persone di buon senso possano venire, gratuitamente, per collassare il sistema.

E’ un luogo dove non c’è niente oltre un grande falò. Qui ognuno potrà buttare la propria opera in segno di negazione assoluta. Cioè di assenza futura. Perché, in altro modo, lo sta facendo gente di questo nostro Stato in tutti i settori; da anni ormai. Questo suicidio artistico di massa è un boicottaggio verso coloro che sfruttano e non seminano.

Estinguere la corrente.

Un voto nullo.

Cioè, ripeto, un’assenza futura.

Immaginate di essere voi coloro che prendono le redini di questo schifo già in auge e in perenne requiem.

E’ un idea tremenda, la mia. Lo so. Ma mai come ora farei a qualsiasi cosa per pulire e dare una regolarità a un domani che vedo come oggi.

Senza altarini, benvenuti al mio Festival dei Minchioni.

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Dante tra logos e infinito

Quando Dante, uomo ancora vivo, si innalza dalla terra e comincia l’ascesa verso il cielo (siamo nel canto primo del Paradiso), egli sperimenta una sorte incompatibile con la sua natura terrena e finita. Quello che gli sta accadendo Dante non può capirlo in pieno: solo Dio, l’autore delle cose, può capire tutto; ma quello che gli accade Dante non può nemmeno dirlo (“significar per verba non si porìa”), e questo impedimento è più grave perché l’uomo è l’autore delle parole: sono proprie le parole -e i segni in genere- lo strumento di cui l’uomo dispone per approssimarsi alle cose. E, quindi, finché si è sulla terra, al loro creatore.

Il deficit di linguaggio che affligge l’uomo di fronte a ciò che lo trascende assume una gravità particolare per il poeta, il cui compito è proprio il “significare”, etimologicamente costruire i segni. Tornato al mondo umano e terreno, Dante è alle prese con l’opus infinitum di comunicare agli altri uomini la sua eccezionale esperienza, e il suo strumento è appunto il linguaggio. Ad esempio, per rappresentare questo frangente così decisivo il poeta si limita a coniare un nuovo verbo (trasumanar), convinto com’è che per esperienze nuove siano opportune parole nuove, e a ricorrere alla similitudine ovidiana del pescatore Glauco, promosso “consorto in mar degli altri dei”. Sebbene Dante ricorra più volte alla tradizionale richiesta di ispirazione soprannaturale, accogliendo l’idea che le alte sfide della materia rendano necessario al poeta il contributo di forze che lo trascendono, la sua concezione del poetare ha a che vedere più con una pratica costruttiva di impronta aristotelica che non con l’invasamento o la mania di tipo platonico: per lui il poeta è “fabbro”, ossia artefice, più che profeta o vate (il che non toglie che quella del profetismo sia prospettiva ben presente nell’ideologia di Dante e nel progetto della Commedia).

Del resto, in uno dei momenti culminanti del Paradiso (l’incontro con l’anima di Adamo, nel cielo dello stelle fisse, c. XXVI) Dante ci chiarisce come il linguaggio sia un prodotto umano, una costruzione artificiale che risponde ad un bisogno naturale e il cui soddisfacimento è reso possibile da una facoltà infusaci da Dio. Come tutti i prodotti umani, anche le lingue -le concrete determinazioni del linguaggio- sono ben inserite nella dimensione del tempo e vivono un ciclo destinato ad esaurirsi. A forgiare le lingue è dunque la razionalità umana, con i suoi limiti (quello del capire e quello del dire sono limiti distinti ma collegati, riconducibili entrambi alla nozione di logos).

Quando deve dimostrare a San Pietro di aver accettato per fede il dogma del Dio uno e trino, inafferrabile all’uomo terreno, Dante afferma: “credo una essenza sì una e sì trina / che soffera congiunto ‘sono’ ed ‘este’” (Paradiso, XXIV, 140-1), vale a dire il suo predicato di esistenza può accordarsi sia con la terza persona singolare sia con la persona plurale; il che equivale ad esibire un deficit del linguaggio per dimostrare l’impossibilità della mente umana a “trascorrer l’infinita via” che la separa dalla verità di Dio. Eppure la grandezza di Dante sta nella strenua determinazione a lottare fino allo stremo con le sue uniche armi, il linguaggio e lo stile, appunto. Per verificarlo proviamo a leggere questi versi, che contengono le parole con cui Beatrice prova a spiegare al compagno di viaggio la natura dell’Empireo, cui stanno per avere accesso: l’Empireo è il cielo di pura luce, “luce intellettual, piena d’amore; / amor di vero ben, pien di letizia; / letizia che trascende ogne dolzore” (Paradiso, XXX, 40-42). Questa terzina è costruita sulla figura dell’anadiplosi, ossia sulla ripresa nel verso successivo della parola che chiude il verso precedente: in questo modo le tre parole -“luce”, “amore”, “letizia”- acquistano particolare rilievo; come si vede, si tratta di parole-chiave per definire la beatitudine del Paradiso cristiano, e tutte tre connotano il modo in cui il creatore si manifesta alla creatura tornata a lui. Ebbene, se attraverso il congegno della terzina Dante tende sempre ad esprimere il rapporto tra l’uno e il tre, il tentativo è straordinariamente evidente qui: l’anadiplosi connette fluidamente i tre versi, che tendono a fondersi in un’unica inestricabile immagine. I significanti collaborano a fornire il significato, e questo significato è implicato proprio con quell’infinito divino di fronte a cui il linguaggio umano deve arrestarsi!

L’espediente della recusatio con la protesta di inadeguatezza del logos, già sperimentato per la bellezza di Beatrice (oltre che, sia pure per diverse ragioni, per l’orrore dell’ultimo cerchio infernale), ricorre nell’ultimo canto del Paradiso all’approssimarsi della visione definitiva: “Omai sarà più corta mia favella”; “Oh quanto è corto il dire e come fioco / al mio concetto”. Ma dove il poeta rivela il suo valore è ancora una volta quando, alle prese con l’inesprimibile, non si arrende al silenzio e ci sorprende con le risorse dello stile. “Un punto solo m’è maggior letargo / che venticinque secoli a la ‘mpresa / che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo” (vv. 94-96): così Dante per dimostrare come la visione della luce divina trascenda le sue facoltà umane e non abbia lasciato traccia di sé nella sua mente. Tuttavia questa terzina presenta una serie di problemi: la contrapposizione tra un punto e venticinque secoli non funziona, perché il punto coincide con l’evento dimenticato (la visione di un istante), mentre i venticinque secoli sono il tempo che si frappone tra il presente e l’evento ricordato (la spedizione degli Argonauti guidati da Giasone); inoltre il riferimento a Giasone -una delle controfigure di Dante (cfr. Paradiso, II, 18)- è fuorviante, perché qui la figura chiave è Nettuno, colui che scorge l’ombra sul fondo marino e quindi alza gli occhi per vedere quale ne sia la causa; infine, se l’immagine è introdotta per la questione di oblio-memoria essa si piega subito a significare tutt’altro, ossia l’osservazione meravigliata di Dante (infatti il testo prosegue: “Così la mente mia tutta sospesa, / mirava fissa, immobile e attenta”). Un logos barcollante, imperfetto, che procede per slittamenti, e che porta impressa con straordinaria potenza la difficoltà a tener dietro all’esperienza del divino. Ed intanto Dante agens, il pellegrino ormai giunto alla meta, del logos ha sempre meno necessità, considerato che, proprio come Nettuno, le cose che gli si presentavano come ombre ora le può cogliere con visione diretta, e l’intelletto già costretto all’interpretazione ormai sta per attingere la conoscenza vera.

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The Raven, Edgar Allan Poe sul grande schermo

 Chissà cosa avrebbe pensato Edgar Allan Poe se avesse saputo che, quasi due secoli dopo la sua morte, sarebbe stato protagonista di un film, un buon film. James McTeigue porta il celeberrimo autore de I delitti della rue Morgue, La caduta della casa degli Usher, Il pozzo e il pendolo, Il gatto nero, sul grande schermo, ponendolo al centro di una storia in cui si trova in qualche modo ad essere protagonista dei suoi racconti.

Baltimora è il teatro di un orribile e misterioso delitto: due donne uccise in un appartamento chiuso dall’ interno e in cui l’ unica altra via d’uscita è una finestra sigillata, e dell’ assassino non c’è traccia. All’ ispettore che indaga sul caso, questo delitto fa venire in mente qualcosa : è l’ identico omicidio descritto in un racconto di un autore che in quegli anni ha acquistato una notevole fama : Edgar Allan Poe. Poe, in crisi economica ed artistica e non poco attratto dall’ alcol, interpretato da John Cusack , appena giunto a Baltimora si trova coinvolto suo malgrado in una spirale di orrore e violenza, in cui uno spietato assassino, ispirandosi ai suoi racconti, da vita ad una lunga serie di macabri delitti che arriverà a colpire lo scrittore americano in ciò a cui più tiene, sfidandolo a risolvere l’ enigma della sua identità. Poe dovrà quindi fare ricorso a tutto il suo ingegno, al suo senso del macabro e alla sua genialità letteraria per scoprire il colpevole, in un finale sorprendente e ad alta tensione.

Il film oscilla tra il giallo e il thriller, tra l’ action movie e lo splatter, in un collage sapientemente costruito di generi, che presenta una trama efficace, in cui la tensione cresce di minuto in minuto per deflagrare nel sorprendente finale, e ricca di citazioni letterarie di Poe, che diventa il protagonista di ciò di cui solitamente è autore, in un labirinto macabro e misterioso in cui lo scrittore americano veste i panni del detective ( in alcuni momenti ricorda il  Sherlock Holmes interpretato da Robert Downey jr). In tutta la trama aleggia una patina di orrido e di paura, in perfetto stile delle storie di Poe. Non è però un film biografico sull’ autore del Cuore rivelatore e questa scelta alla fine si rivela efficace e vincente per costruire una trama che tiene seduti gli spettatori dal primo all’ ultimo minuto.

Avvincente anche se un po’ strano, è un’ esplosiva combinazione di vari generi cinematografici, e di cinema e letteratura, che, con l’ aggiunta di un’ atmosfera macabra onnipresente, regala un film per cui vale sicuramente la pena di spendere del tempo. A tratti forse un po’ troppo splatter, ma non al punto da banalizzare la crescente tensione, la quale rende il film forse più facilmente classificabile come thriller, anche se un’ etichetta rigida non rende del tutto conto della complessità, forse non immediatamente percepibile, che caratterizza l’ ultima fatica di McTeigue . Buone idee e buoni attori per un film, forse non imperdibile ma che vale la pena di vedere.

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E’ un paese per vecchi

Siamo un paese di vecchi. E’ stato detto e ridetto, l’Italia non è certo giovane, e i suoi abitanti lo sono ancora meno. Siamo statici, stantii, quasi ammuffiti. Lo si capisce, lo si vede ovunque: ai lati delle strade, nelle piazze, nelle chiese, sui treni e in parlamento. Lo si capisce ai vecchi valori ai quali forse ci appelleremo per sempre ma che non metteremo in pratica quasi mai.

I nonni in Italia sono più di undici milioni, ma la nostra attenzione viene totalmente catturata dai nuovi arrivati, non certo da chi c’era prima di noi. Non dico che sia sbagliato, si tratta di un meccanismo naturale, probabilmente primordiale, si tratta della speranza di portare avanti tutto ciò che siamo e che abbiamo. Fermandomi a riflettere mi sono però resa conto dell’enorme bagaglio culturale che perdiamo ogni volta che solo abbandoniamo un anziano a se stesso, ogni volta che un nipotino non va a trovare il nonno, ogni volta che la nonna non cucina la pasta fatta in casa e ogni volta che non si ascoltano racconti di guerra o anche solo di fame.

Ho visitato una casa di riposo l’altro giorno, e l’unica cosa che riusciva a sollevarmi l’umore in quei minuti era sapere di non aver nessun parente all’interno di quella struttura. Li abbandoniamo, è questa la verità. Sono vecchi, sono un peso. Mi terrorizza il pensiero di poter fare la stessa cosa in futuro con i miei genitori. Dal mio punto vista, alla base del problema rimane il fatto che siamo tutti troppo viziati, troppo comodi, troppo abituati a delegare tutto a tutti. Ed ecco allora che un uomo o una donna sull’ottantina si ritrovano a vivere in camere che mascherano l’essere ospedali semplicemente dipingendo le pareti di un colore particolare, nonne e nonni che segnano su un calendario appeso al muro il giorno in cui passeranno qualche ora con i propri figli o i propri nipoti, come cani che aspettano a casa il padrone. Infermiere che ogni mattina li spogliano dei vestiti e della propria dignità.

Con questa mia riflessione non voglio certo puntare il dito contro chi, per necessità, si ritrova costretto a pagare ogni mese la rata -mai economica,oltretutto- di una casa di riposo. Vorrei solo sapere però per quanti sia una necessità e per quanti una comodità.

Io spezzo quindi questa grossa lancia a favore dei nonni, a favore del nostro passato, dei racconti, dell’amore, dei valori e,perchè no, delle dentiere.

 

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Il sorriso africano

E’ difficile descrivere, ed è ancora più difficile capire, le emozioni cha l’Africa può regalare. Sono state scritte pagine e pagine a milioni sull’Africa e i suoi abitanti, ma oggi io voglio concentrarmi su un aspetto in particolare che colpisce il turista appena vi sbarca per la prima volta, e in realtà anche chi vi ritorna, ossia una serenità che all’inizio può parere sconcertante e quasi fuori luogo, tutto dovuto, a mio parere, a una cosa che chiamerei senza troppe metafore “sorriso africano”.

Gli abitanti del Continente nero sembrano tutti felici, non si sa bene di cosa: felici di vivere forse, oppure felici di vedere che l’Africa non è del tutto dimenticata. Probabilmente la motivazione non è nessuna delle due. Io credo molto semplicemente che il sorriso permanente, la solarità siano una caratteristica insita nelle loro culture, culture che non hanno tentato in ogni modo di conquistare terreno dopo terreno fino ad avere il mondo intero, culture felici di ciò che avevano e di vivere dove vivevano, culture felici quindi sorridenti. Il sorriso africano non è frutto di semplici convenzioni, non nasconde la totale indifferenza verso le altre persone, il menefreghismo assoluto, l’apatia e la freddezza tipiche di un pezzo di marmo.

In Africa le persone non hanno completamente ibernato passioni e sentimenti, lì la gente è sinceramente preoccupata, anche solo minimamente, per le altre persone, o comunque ti trasmette la sensazione, attraverso un semplice sorriso, di essere felice di vederti, senza motivo, senza che ci si conosca, a mio parere è questa la prima impressione che hai nel vedere il sorriso africano, venga esso da un anziano o da un bambino. Sembra quasi che il regalo più grande che tu possa fare loro è guardarli e parlare con loro, e in un attimo ti trovi a sorridere anche tu e non ti rendi bene conto del motivo per cui lo fai ma non ne puoi fare a meno.

Tutto ciò può sembrare una banalità o un’assurdità ma è qualcosa che purtroppo solo chi l’ha vissuto può capire. Anche se l’Africa fosse vuota, senza luoghi incantevoli da visitare, senza mari, foreste e savana ricchi di fauna e di flora, anche se non ci fosse nulla fuorché i suoi abitanti rimarrebbe comunque nel cuore di ognuno dei suoi visitatori.

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Leopardi: natura sentimento pensiero

  Nell’antica letteratura greca l’idillio (eidỳllion) era un genere poetico minore e, come suggerisce la sua radice -id- (“vedere”), consisteva in una scena descrittiva, in un quadretto di natura, in una visione tendenzialmente statica; legato inizialmente al nome di Teocrito di Siracusa (III sec. a. C.) e poi divenuto sinonimo di componimento pastorale, l’idillio fiorì nell’ambito della raffinatissima civiltà letteraria dell’ellenismo e fu espressione di una cultura prevalentemente cittadina, in cui la rappresentazione della natura non sapeva rinunciare ad effetti di idealizzazione e di stilizzazione.

Il giovane Leopardi riprende il nome di questo remoto genere non da Teocrito ma da un suo imitatore meno noto, Mosco (II sec. a. C.), e ne fa -insieme alla più collaudata e paludata canzone- la forma principe della sua prima stagione poetica. A muoverlo è il desiderio di fare poesia come gli antichi, una poesia i cui cardini fondamentali siano il contatto con la natura e il primato dell’immaginazione; ma l’esito ci appare ben diverso.

Prendiamo in considerazione uno dei sei idilli leopardiani, Alla luna (composto probabilmente nel 1819). In questo breve testo -sedici versi nella versione definitiva- il poeta si rivolge alla “graziosa luna”, ricordando che un anno prima si ritrovava nella stessa situazione di adesso, solo sul colle a contemplarla, “pien d’angoscia” così come è tuttora. Lo scenario è notturno (coerentemente con la predilezione moderna e romantica, il che capovolge la solarità mediterranea dell’idillio teocriteo) e la luna che pende sulla selva appartiene ad una natura statica, immobile, serena. Ma a questa quiete si contrappone la soggettività del poeta, inquieta per due ragioni: la vita “travagliosa” e il movimento della memoria, che lo porta a ricordare il passato (“or volge l’anno”). L’uomo si protende alla natura ma essa è diversa e distante da lui; la contemplazione non porta ad alcuno scambio: non c’è comunicazione né tanto meno fusione; la stessa interlocuzione è a senso unico, ficta, artificio retorico e istanza patetica che enfatizzano la solitudine del soggetto e la sua tensione frustrata (come accade in altre poesie astrali di Leopardi: le Ricordanze con l’apostrofe iniziale alle “vaghe stelle dell’Orsa”, il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia con la serie delle domande alla luna stessa). La luna rischiara la selva ma non l’animo del soggetto contemplante, che resta immerso nel dolore. Il volto della luna, in sé nitido e sereno, appare “nebuloso e tremulo” al poeta, perché mentre lo guarda sta piangendo: la natura non è percepita con oggettività, ma alterata e stravolta dai sentimenti del soggetto che la contempla. A distanziare il soggetto dalla natura contribuisce un secondo filtro, quello della memoria: la luna descritta non è quella contemplata nel presente ma quella dell’anno prima, la luna rammentata e affidata al tempo imperfetto (“alle mie luci / il tuo volto apparìa”).

Ma un ulteriore segno della modernità affiora negli ultimi versi, quelli in cui il poeta svolge una riflessione di tipo morale proprio sul meccanismo della memoria e giunge ad individuarvi a sorpresa una fonte di dolcezza: una dolcezza che non è data dall’oggetto del ricordo (il passato era triste) né dal superamento di quella tristezza (il presente è ugualmente triste), bensì dall’atto stesso del ricordare. Il puro movimento a ritroso della memoria -non perseguito deliberatamente ma innescato da un luogo o da una situazione occasionale- occorre “grato” a prescindere dal suo contenuto particolare. Qui gioca il tema leopardiano della ripetizione, della dolce consuetudine, del “sempre caro”: un tema implicito qui nell’uso del tempo imperfetto, oltre che nell’indicazione del volger dell’anno.

Il carattere filosofico –si potrebbe dire gnomico- del finale dell’idillio è accentuato dai versi 13-14 (“nel tempo giovanil, quando ancor lungo / la speme e breve ha la memoria il corso”), versi che non comparivano nella stesura originaria; essi furono aggiunti da Leopardi alla fine della sua vita e contengono una precisazione importante: il piacere del ricordare agisce solo quando si è giovani, ossia quando il movimento a ritroso verso il passato è bilanciato dalla facoltà di nutrire speranza nel futuro. La precisazione è coerente con l’evoluzione del pensiero leopardiano, che sulla questione del ricordo trova una drastica ridefinizione nelle Ricordanze: persa la giovinezza il ricordare il passato non è dolce ma straziante, perché esso ripropone alla coscienza la stagione delle speranze quando di esse si è ormai verificata la fallacia. Detto altrimenti: quando la dinamica del ricordare è vissuta nella giovinezza essa non intacca la speranza di felicità futura, ed anzi vi è inconsciamente implicata; quando il ricordare accade al di fuori della giovinezza e ha questa fatalmente come oggetto, esso conferma l’impossibilità di essere felici. Alla luna coglie prodigiosamente quel raro crocevia dei tempi umani in cui il soggetto è sospeso tra memoria e speranza, il che rende tollerabile e dolce perfino la vita “travagliosa” con il suo pianto.

“Situazioni, affezioni, avventure storiche del mio animo”. Così scriveva Leopardi a proposito della sua personale interpretazione del genere dell’idillio, ponendolo, come si vede, sotto il duplice segno della soggettività e della temporalità. Se si aggiungono -come abbiamo verificato- la protensione alla natura lontana e l’irrompere del pensiero, possiamo assumere Alla luna come chiaro paradigma di quello che intendevano Friedrich Schiller e Friedrich Schlegel per poesia sentimentale dei moderni. O di quanto scriveva lo stesso Leopardi nello Zibaldone nel 1821: la forza creatrice e ingenua degli antichi si è spenta quando “il mondo è divenuto filosofo”; la ricchezza del poeta antico era l’immaginazione, mentre oggi il poeta “si rivolge all’affetto, al sentimento, alla malinconia, al dolore”; il poeta moderno è sentimentale e la sua poesia non può più trarre nutrimento dall’ingenuità della natura, bensì inevitabilmente “dalla filosofia, dall’esperienza, dalla cognizione”.

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151 anni di storia e lo Stato non ha imparato quasi nulla

Il nostro Stato non ha imparato nulla, è smemorato, diffidente e riluttante nei confronti della storia. D’altronde tutta acqua passata, la si studia, si impara a memoria e poi si dimentica. Questa però non si dimentica mai di noi, forse perchè da noi è stata creata e sempre nutrita: si ripresenta perpetuamente con vesti diverse e sempre moderne – paradossalmente anch’essa, seppur un po’ vecchiotta si adegua ai tempi – a degli uomini, anche loro, col passare dei secoli, diversi ma smemorati. Forse con gli anni ha capito questo difetto e si prende gioco di questi… o forse no? Potrei sbagliarmi a considerarla così crudele. Se invece volesse semplicemente offrirgli un generoso aiuto per comprendere meglio il presente?
Interpretazioni a parte, lo Stato, “l’ordinamento che gestisce la vita collettiva di un gruppo sociale all’interno di un certo territorio e che ha il monopolio legittimo della forza”, deve essere il primo a intuire e superare i tranelli, malvagi o salvifici, della storia e saperli riutilizzare a suo favore. Quando tutto questo non avviene, si rischia di ricadere in errori atavici e secolari. Un pericolo più che mai attuale, che mi spaventa e induce alla riflessione.
Allora le comari si affacciarono all’uscio, colle conocchie in mano a sbraitare che volevano ammazzarli tutti, quelli delle tasse”. Così, il verista Giovanni Verga, ne “I Malavoglia”, ha raccontato come la popolazione della cittadina siciliana di Aci Trezza del 1881, e più in generale del Sud Italia, visse lo Stato italiano a vent’anni dall’unione. Un occupante, invasore, estraneo, tassatore, ladro di uomini da mandare al fronte per combattere e morire in guerre sconosciute ai più. La cosiddetta “piemontesizzazione” dell’Italia, con l’allargamento del vecchio ed inadeguato Statuto Albertino, non fu una soluzione lungimirante ed efficiente per l’Italia. Così si sviluppò, da un disagio sociale, il movimento antagonista del brigantaggio, trasformatosi nella mafia parassita che tutti conosciamo. Eppure all’epoca, ignorando i motivi sociali della sua formazione, venne utilizzato il “pugno duro” a cui conseguì la sciagurata decisione di impegnare l’esercito per fronteggiare quell’ostacolo, senza successo. Anzi, fu una delle guerre più atroci e sanguinose, i cui effetti e pregiudizi sono perdurati nel tempo, sino ad oggi. Un errore di portanza storica, un vero e proprio handicap per il futuro del neonato Paese.
Analizzando la storia italiana, scopriamo però che non solo la popolazione meridionale subì un’occupazione straniera. Se si compie un gigantesco salto temporale, necessario per mantenere il filo logico del ragionamento, nel Nord Italia del 1943-45 scopriamo che anche la popolazione settentrionale subì un’occupazione, principalmente quella tedesca affiancata, con un ruolo decisamente minoritario, alla Repubblica fascista di Salò. Proprio da questa occupazione militare, nacque il movimento partigiano della “Resistenza”, che cambiò radicalmente la storia italiana.
E’ evidente la differenza temporale, economico, politico e sociale dei due episodi storici presi in analisi, ma l’attenzione si deve porre sulla loro sostanza: ad un’occupazione indesiderata corrispose una reazione, da parte degli occupati, che in entrambi i casi ha mutato profondamente la società che viviamo oggi.
In virtù degli episodi storici fin qui riportati, si può affermare che la storia, come inizialmente sostenuto “con vesti diverse”, stia tendendo un tranello che gli organi dello Stato si ostinano a non riconoscere. Mi sto riferendo alla militarizzazione del cantiere per il Treno ad alta velocità in Val Susa. Stessa sostanza, stesso schema del passato: imposizione dello Stato, reazione della popolazione locale, risposta più dura da parte degli apparati statali: dal rifiuto del Presidente della Repubblica Napolitano di incontrare i sindaci No Tav durante la sua recente visita a Torino, alla proposta maroniana di inviare l’esercito italiano nel territorio Val Susino. Prevedibile quale sarà la risposta della popolazione. Da una parte la storia dà qualche indizio: i valsusini continueranno a lottare, a prescindere dal compimento dell’opera o meno (come hanno fatto i briganti e i partigiani) semplicemente perché in quelle terre ci vivono e sentono in egual modo lo Stato come un nemico occupante. Il “come” continueranno a lottare non ci è dato saperlo con certezza, a causa dei cambiamenti politico, economico e sociali che il paese ha subito durante i suoi anni di vita, ma si può ipotizzare: non sarà, secondo me, una rivolta violenta, ma si può sicuramente affermare che non verrà mai perdonato allo Stato questo sopruso e se ne diffiderà a lungo, il che, in una Repubblica democratica, avrà degli effetti e delle ripercussioni gravissime.
Ma vi è un aggravante: oggi, a differenza delle circostanze degli avvenimenti storici qui riportati, abbiamo uno Costituzione che nell’articolo 44.2 recita “La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane”, un articolo 5 dello Statuto piemontese che ribadisce: “La Regione, nella politica di programmazione, adotta le misure necessarie a conservare e difendere l’ambiente naturale per assicurare, alla collettività ed ai singoli, condizioni che ne favoriscano lo sviluppo civile e ne salvaguardino la salute”; ma soprattutto, viviamo in una democrazia, dove il popolo, sovrano, deve essere sempre interpellato nelle decisioni che riguardano il Paese.

Un canto, sollevatosi tra i sentieri della Val Clarea, mentre ero insieme a quelle gioiose, indignate e solidali persone, ha ispirato questa riflessione. Ma soprattutto una frase di quel canto, che suonava più o meno così: “Questa mattina, mi sono alzato e ho trovato l’invasor”.

(dal blog di Luca Minici: http://pensierocostituzionale.blogspot.it/)

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La libertà di culto un optional non è

E’ una religione ormai, ne ha tutte le caratteristiche necessarie e non, a parte quella burocratico-legale del riconoscimento ufficiale da parte degli stati: sto parlando della culto Jedi.

Solo in Gran Bretagna nell’ultimo censimento si è parlato di 400000 persone che hanno dichiarato di appartenere alla Chiesa Jedi. In Nuova Zelanda se ne sono contati addirittura 53000, che su una popolazione di meno di 4 milioni e mezzo è una cifra notevole, tanto che in questo paese sta per diventare la seconda religione per numero di adepti. Persino qui in Italia c’è chi professa tale culto. I numeri insomma non gli mancano.

Hanno un sito internet ufficiale, luoghi di culto, rilasciano certificati, ma soprattutto credono in qualcosa: nell’esistenza della “Forza”. Per chi fosse digiuno di Star Wars la Forza è “energia Pura generata da tutti gli esseri viventi, presente in ogni cosa che pervade l’universo e tutto ciò che esso contiene” (cfr. Wikipedia). E’ facile pensare superficialmente che certe persone siano ridicole, superficialmente, ripeto. Suggerisco di guardare più a fondo nella questione. Ogni religione che non abbia una pura tradizione orale si ispira o si basa, oltre a qualche entità superiore, a un’idea o un insieme di idee, queste sono raccolte di norma in uno o più libri. Ebbene, perché un libro dovrebbe essere più credibile di un film? L’Antico testamento, che ha ispirato poi la religione cristiana (e non solo), è una favola pseudostorica che, se fosse scritta oggi, definiremmo fantasy. Star Wars è una fonte di ispirazionecome può esserlo stato appunto il libro di Noé e compagni per i primi cristiani, non più autorevole, non meno autorevole.

Ormai siamo entrati in un’era in cui il libroha trovato rivali più moderni e comodi. Questo ci deve far capire che libri e film possono essere classificati per preferenze, ma non per credibilità. In fondo la religione Jedi si ispira a concetti e ideali che si possono ritrovare anche in altri culti. L’unica differenza è che è più “ridicola”, ma non mi sembra corretto da parte degli stati dare giudizi simili. A me la maggior parte delle religioni sembra ridicola, ma non per questo motivo toglierei la libertà di culto a delle persone. Anche per il semplice fatto che non riconoscendo una religione non si stimola l’abbandono della stessa, ma si incoraggiano la professione del culto, l’aggressività e la formazione di sette segrete.

Insieme a tutte le libertà individuali, quella di culto sembra essere molto importante, se non (aggiungerei purtroppo) fondamentale. L’uomo ha ancora bisogno di qualcosa in cui credere e non è corretto, non è egualitario costringere le persone a non credere o anche solo declassare (termine che va di moda in questo periodo) un culto come secondario o inesistente. In una società democratica come la nostra, che ha come valori dominanti appunto quelli di libertà, uguaglianza e parità di diritti direi che è una bella contraddizione.

In conclusione voglio ribadire che è incomprensibile questa avversione da parte dei governi verso i Jedi, mi sembra stupido e ottuso il mancato riconoscimento da parte di questi, quando in girosi vedono forme di culto ben più strane e molto meno diffuse, come ad esempio quello del file sharing nella liberale Svezia. Il maestro Yoda forse direbbe: “la libertà di culto un optional non è”.

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