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San Remo tra il sacro e il profano

Il Festival di  Sanremo è di Celentano, molti si chiedono ancora cosa ci faccia Morandi (e non solo) sul palco dell’Ariston. Le canzoni di questo evento, pietra miliare della storia della musica e della televisione italiana, sembrano le grandi assenti quest’anno. Basta mettersi davanti allo schermo una di queste sere per accorgersi che ormai a Sanremo non si canta più, non si sa bene cosa si faccia. Chi invece è stato invitato (e pagato profumatamente) con uno scopo ben preciso è il “molleggiato”; lui fa spettacolo.

Vederlo apparire mercoledi 15 febbraio scorso su quel palco, in occasione della prima serata del Festival, è sembrato a molti un miraggio. L’uomo che rappresenta il rock italiano ancora oggi, alla veneranda età di 73 anni, ha tenuto testa a ogni altro tipo di intervento avvenuto durante il corso della trasmissione. Di tutto il discorso, intervallato da belle canzoni, fatto da Adriano Celentano, una sola frase sembra essere rimasta impressa, ovvero quella con cui il cantante critica aspramente i giornali “Avvenire” e “Famiglia Cristiana”, arrivando addirittura a invocarne la chiusura, poichè, a suo parere – e non solo -, sputerebbero sentenze di politica interna non lasciando spazio a quello che dovrebbe essere il loro argomento di maggiore interesse: la fede in Dio.
La replica dei giornali cattolici é stata ovviamente immediata: sostengono che il cantautore parli senza realmente conoscere le cose – come se non bastasse avere sottomano una loro rivesta per capire che di fede, in quelle pagine, si parla bene poco -, lo ritengono sostanzialmente un ignorante. Una critica mi sento di farla anche io, ovvero che, a mio parere, un’ora e un quarto di trasmissione, senza alcuna interruzione pubblicitaria, con un monologo del genere può risultare pesante. Sappiamo che il festival di Sanremo non brilla certo per leggerezza, e l’intervento prolisso del re del rock italiano non ha fatto altro che ricordarcelo.

Mamma Rai, dopo aver dato carta bianca a Celentano in cambio della sua presenza in almeno due serate dello show canoro, si affretta ora a scusarsi con chiunque si sia sentito offeso durante il lungo monologo del “molleggiato”. Probabilmente non potrebbero esserci scuse più ipocrite. La prossima volta Adriano potrebbe bestemmiare, la Rai correrebbe da Dio a porgere le proprie scuse, sorridendo di nascosto dopo aver visto i dati dell’audience.

Valentina Di Clemente

 

 

 

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Alfredo e il metodo B.

Quindi la colpa sarebbe del maggiordomo. Così Berlusconi annuncia nell’intervista per il nuovo libro di Bruno Vespa (l’unico uomo a cui sia concesso di dare delle risposte). Ma, in fin dei conti, anche qui l’accusa verso il povero “Alfredo” (nome del maggiordomo) non può reggere perché 1. è Berlusconi che risponde a Lavitola e 2. le parole dette fra i due sono le sue e del direttore dell’”Avanti!”. Lo vuole processare come complice? E’ stato minacciato di ritorsione in caso non avesse risposto? Immaginiamo la scena: “Alfredo” – uomo tarchiato, alto 2 metri, con denti da tigre della Malesia – entra con prepotenza nella stanza del Cavaliere mentre lui discorre con i 36 Giusti che reggono in piedi il mondo, comincia a sbraitare e a prendere a cazzotti i poveri invitati e, una volta giunto davanti al Presidente del Consiglio, con fare omicida, lo intima a rispondere al telefono altrimenti la profezia di Ibrahimovic e Cassano (che smetteranno tra pochi anni di giocare a calcio) si avvererà nell’immediato. Lui, sottomesso a tale forza e minaccia, è costretto a rispondere a quel maledetto cellulare.
Sappiamo benissimo che non è andata così. Conosciamo, grazie alle intercettazioni, le parole, le minacce, i servizi del faccendiere, le debolezze e i ricatti inferti. Sappiamo che Tarantini fu messo in contatto con Bertolaso per Finmeccanica. Sappiamo il “facciamo fuori il Palazzo di Giustizia e assediamo Repubblica”. E sappiamo che anche questa volta lui smentisce ogni cosa; che le sue parole vengono sempre travisate; che c’è un accadimento giudiziario dal ’94 su di lui, senza un motivo ragionevole. Tornano gli attacchi alla magistratura. Torna a dire che lui non ha paura dei giudici, che nessuno a mai trovato uno straccio di prova che abbia retto al vaglio dei tribunali (tanto per ricordarne una: il caso Mondadori).  E’ un comico. E’ un uomo che riesce a inventare storielle e far ridere chiunque. Ma è anche una persona ormai costretta a qualunque ricatto, sia personale che politico. La maggioranza è stanca dei suoi errori e dei suoi problemi; ultimo il ricucire in massa sulle parole dette riguardo il cambio della legge elettorale: da porcellum in plebiscito a favore delle preferenze. E’ uno che le spara in grande, senza rendersi conto di andare contro le sue stesse idee o contro le idee del partito e dell’intero Governo. In più, il decreto sviluppo sembra scomparso. Si parla di ogni cosa, si dice: <<Prima di tutto: il decreto>>, ma oltre questo nessuno conosce niente. Tremonti dice a costo zero (cosa?). Urso-Ronchi-Scalia dicono che a costo zero è invotabile (cosa?). Qualche volta esce qualcosa, poi -puff- scompare e si riparte: Patrimoniale? Condono? Concordato? E intanto la Ue chiede rigore, con urgenza e serietà politica. Cosa dobbiamo dire? Bini-Smaghi è ancora seduta a quella poltrona mentre Draghi ha preso il posto di Trichet (i migliori auguri da tutti noi di Trasumanar) e la Francia chiede di rispettare gli accordi – dando anche un ultimatum: domenica, (scrivendo di sabato non so come andrà a finire). Di certezze in questo momento è meglio non cercarle qui, in Italia. Siamo tutti costretti a camminare con le mani alzate bene in vista perché, in massa, ci stiamo arrendendo. Ci arrendiamo alla routine, ai black bloc che distruggono ogni senso di civiltà e umanità, ai politici corrotti, alla miseria che ci costringono a subire, alla decadenza scolastica e scientifica, letteraria e imprenditoriale. Tutto ciò è risanabile, ma non con questo Governo né con la minoranza, giammai con i cattolici (che se ci fate caso, ormai lo sono tutti). E visto che la politica la fanno i politi, il male minore è far sì che ci sia una coalizione tra i vari gruppi partitici – che si allunghi alle varie organizzazioni statali e civili, alle università, oltre che ai vari settori dell’imprenditoria – portando avanti un progetto comune di risoluzione riguardo la questione economica del paese. Ora. Poi tornare a nuove elezioni. Nessuno stallo. Ma con scadenze e regole da seguire. Neanche io penso sia una eccezionale soluzione, ma già il sol inserire le idee e le questioni più urgente dalla parte civile è un buon inizio di confronto e di rassicurazione. Le orecchie da mercante, oggi, sono lo Stato. Bisogna urlarlo: i problemi di Berlusconi non sono i “nostri”.

Ps. Un cordiale saluto al povero capro espiatorio, il maggiordomo “Alfredo”.

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