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Un anno dall’incidente

E’ passato ormai un anno dall’incidente che ha messo in ginocchio il Giappone intero. Sto parlando del disastro della centrale nucleare di Fukushima Daiichi che sicuramente è ancora nei ricordi di tutti, o almeno lo spero. Per noi italiani poi in particolar modo visto che proprio di lì a qualche mese ci sarebbero stati i quattro referendum tra cui proprio quello sull’energia nucleare.

Si era detto che il Giappone si sarebbe rialzato in fretta, i nipponici sono un popolo forte e determinato, ma contro la natura non si scherza. Soprattutto quando la sua potenza è scatenata, quasi a farlo apposta, dall’uomo stesso. E’ un discorso ormai vecchio: l’uomo piega la natura, tira un elastico che a un certo punto è praticamente inevitabile che scappi di mano, e così gli si rivolta contro. Quante volte abbiamo sentito una frase del genere? Eppure l’uomo in un’ottusa testardaggine persiste e non si corregge, se non minimamente. Un aforisma di Alessandro Morandotti dice, e nel nostro caso sembra fatto ad hoc, che “la storia insegna che la storia non insegna nulla”. Io spero davvero di sbagliarmi, che non solo il Giappone ma tutto il mondo possa capire la pericolosità dell’utilizzo di materiale radiattivo e dell’energia nucleare.

Mi rallegro leggendo di una manifestazione antinucleare che il 5 marzo scorso si è tenuta a Jakarta (Indonesia), perché in Italia per ora sembra che il problema nucleare sia stato accantonato e per qualche anno forse non ne sentiremo più parlare, ma nel resto del mondo sono ancora 435 i reattori nucleari attivi e tutti concentrati in 31 nazioni (come si evince dai dati Iaea).

Tornando al Giappone però, la situazione non è delle migliori, anzi, come si legge dal reportage di “Repubblica” entro 20 chilometri dal centro dell’esplosione non si può vivere, fino a 50 è sconsigliato farlo. Ormai la zona è deserta, a parte gli operai che devono occuparsi di evitare ulteriori incidenti. Il grave problema però oltre a questo è anche lo smaltimento delle scorie, e quello della centrale vera e propria. Per fortuna pare che la maggior parte dei giapponesi si sia “convertita” ora al antinuclearismo e stia spingendo per non riazionare le altre 54 centrali sparse per il paese. Lo stato giapponese però, come ben si sa, è fermo nelle sue decisioni e ritto nel suo orgoglio, purtroppo, come aggiunge tristemente Giampaolo Visetti “gli affari però sono affari, i soldi precedono la vita”.

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Tokyo come Cernobyl. Lo spettro della contaminazione

Uno spettro s’aggira per il Giappone, non è quello del comunismo, ma bensì quello della paura, paura di contaminazione radioattiva. Gli allarmi infatti sono molteplici. Dal governo, che però cerca di tenere la situazione sotto controllo forse non dicendo proprio tutto, a Greenpeace che invece rivela il peggio, fino agli stessi cittadini che hanno voluto controllare da sé, non paghi delle spiegazioni dei propri politici.
Ora il pericolo si trova nella capitale, a Tokyo. Tutto è cominciato quando le autorità locali hanno annunciato di aver registrato alti livelli di radioattività, in alcune zone della capitale addirittura superiori a quelle registrate nei dintorni di Fukushima dopo l’incidente di questo marzo. Il problema maggiore è che queste stesse autorità locali, spiega Salvatore Barbera (responsabile della campagna nucleare di Greenpeace Italia), cercano di  “decontaminare la zona usando idranti ad alta pressione, disperdendo ancor più il materiale radioattivo invece di rimuoverlo”, questo molto probabilmente perché “non hanno ricevuto il necessario supporto dal governo centrale”. Quest’ultimo però non si preoccupa molto della situazione, anzi assicura ai cittadini che non vi è alcun pericolo, che queste radiazioni non sono sicuramente collegate all’incidente della centrale elettronucleare, e addirittura il primo ministro Noda ha intenzione di rimettere in moto i reattori prima di aver capito a fondo cause e conseguenze dell’ormai celebre incidente.
Non tutti i cittadini di Tokyo, però, hanno ascoltato le parole dei governanti. Come racconta il “New York Times” alcuni abitanti della capitale, armati di rilevatori, hanno dato il via, su facebook, a un gruppo chiamato “Progetto per la difesa dalle radiazioni”, il quale ha avuto un grande e rapido successo, fino a essere contattati e aiutati dall’Istituto per la ricerca sugli isotopi di Yokohama. Grazie al sostegno degli esperti è stato possibile raccogliere e sottoporre a test alcuni campioni del suolo raccolti proprio vicino alle case dei diretti interessati. Nei pressi di un campo da baseball, dove si allenano dei bambini, la rilevazione è risultata di 138mila becquerel per metro quadro di cesio 137. Oltre a questa zona, 22 aree delle 132 totali superavano i 37mila becquerel per metro quadrato, livello di radioattività misurato nelle zone contaminate di Cernobyl. L’area maggiormente contaminata invece superava di gran lunga il milione e mezzo di becquerel.
Allo stesso tempo, per sicurezza, è stata messa al bando una coltivazione di riso in cui si erano registrati più di 5mila becquerels di cesio per chilogrammo di terra. A Yokohama invece nel tetto di un appartamento uno spot è risultato altamente radioattivo, con 60mila becquerels di cesio per chilogrammo di sedimento.
Non si è sicuri della causa. Prima il governo assicura che Fukushima non c’entra nulla, poi il sindaco di Tokyo Nobuto Hosaka sostiene che si debba trovare il colpevole in alcune bottiglie trovate in un seminterrato, ma gli esperti ammettono che questa alta contaminazione possa essere dovuta a un accumulo di acque piovane e sedimenti carichi di materiale radioattivo proveniente da Fukushima. Nonostante le varie rassicurazioni comunque la preoccupazione cresce anche solo per l’economia del paese, che da marzo ha visto mettere in ginocchio molti settori, in particolare quello del turismo, a cui il Giappone, come tutti i paesi moderni facenti parte il “primo mondo”, deve comunque buona parte dei propri profitti. Per ovviare a quest’ultimo problema il governo nipponico ha deciso di  stanziare un fondo per regalare 10mila biglietti aerei per lo stesso numero di stranieri in modo da far ripartire il settore turistico.
In compenso però, anche se il governo vuole che i propri cittadini stiano bravi e tranquilli nelle proprie case, ignari dei pericoli reali, anche se spera che i turisti facciano, come gli stessi giapponesi, finta di non sentire “odore di radiazioni”, alcuni abitanti della capitale hanno già lasciato le proprie case per trasferirsi altrove. Forse non sarà pericolosa come sembra, forse non sarà davvero una seconda Cernobyl, non essendoci state esplosioni, forse non è nemmeno l’incidente di Fukushima la causa di tali contaminazioni; fatto sta che alcune parti di Tokyo sono radioattive e le persone con le radiazioni rischiano la morte.

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