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Doveri dell’uomo, diritti della Natura

Sono passati ormai quattro anni da quando l’Ecuador, un paese di cui in realtà pochi conoscono l’esistenza, si è fatto pioniere di un “grande passo giuridico per l’umanità”. Proprio nel 2008 infatti in questo paese dell’America Latina grazie a un referedum il popolo ha inserito all’interno della propria costituzione cinque articoli riguardanti i Diritti della Natura, o per dirla come gli indios di Pachamama (la Madre Terra).

Gli ambientalisti sono sempre più fiduciosi sul fatto che d’ora in avanti crescerà globalmente la consapevolezza che anche la natura, l’ambiente, animali, piante e minerali hanno i propri diritti che l’uomo deve rispettare. Il progetto di tali Diritti della Madre Terra in Ecuador è stato diretto dall’avvocato Mari Margil, grazie anche all’aiuto degli stessi popoli indigeni. Due anni dopo questa giurista della causa ambientale ha contribuito anche alla Dichiarazione Universale dei Diritti della Madre Terra (Cochabamba, 2010).

L’idea di base è che la Natura non debba più essere considerata da parte nostra come semplice “oggetto”, da sfruttare e manipolare a nostro piacimento. La Natura diventa un vero e proprio “soggetto” giuridico e come tale bisogna che l’uomo le riconosca pieni diritti. Soprattutto, a mio parere, c’è la necessità che noi esseri umani ci rendiamo finalmente e definitivamente conto che non siamo e non possiamo essere staccati da essa, dalla Madre Terra, dobbiamo invece comprendere e ammettere di essere parte di essa, di conseguenza dovremmo sentirci in dovere di riconoscere i diritti alla Natura.

Altri due importanti contributi alla dichiarazione dei diritti della Terra sono stati: in primis, il libro dell’avvocato Cormac Cullinan Wild Law: A Manifesto for Earth Justice (2002), pubblicato in Italia solamente quest’anno, in secundis, la conferenza intitolata appunto “I diritti della natura” svoltasi il 30 marzo scorso ad Alzano Lombardo (Bg). Il libro di Cullinan presenta la natura nella sua interezza (comprendente anche l’uomo dunque) come una Comunità, che ha appunto bisogno della propria autoregolazione, in modo tale che ogni parte della comunità possa vivere in serenità con le altre. E’ proprio questo il pensiero di base di tribù considerate primitive come gli indios amazzonici, o gli aborigeni, i quali hanno imparato, o meglio non hanno dimenticato che bisogna convivere con la natura che ci circonda e ci ospita, non combatterla e tentare di dominarla. La conferenza dello scorso venerdì ha visto invece come ospite d’onore la stessa statunitense Mari Margil, la quale ha presentato il proprio lavoro in Ecuador per i diritti di Pachamama. (per una breve intervista a Mari Margil cliccare qui)

Dunque ancora una volta non è scontato dire che la speranza è l’ultima a morire. Finché ci sarà anche solo una persona a lottare per qualcosa, soprattutto se è qualcosa di così importante che coinvolge il mondo intero e ogni uomo che lo abita, ci sarà anche la minima speranza che si possa cambiare. Lo ripeto, dobbiamo solo ricordarci che la natura siamo anche noi e ciò che accade alla Terra accade di conseguenza anche a noi, siamo un figlio legato incessantemente alla propria madre da un indissolubile cordone ombelicale.

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Un anno dall’incidente

E’ passato ormai un anno dall’incidente che ha messo in ginocchio il Giappone intero. Sto parlando del disastro della centrale nucleare di Fukushima Daiichi che sicuramente è ancora nei ricordi di tutti, o almeno lo spero. Per noi italiani poi in particolar modo visto che proprio di lì a qualche mese ci sarebbero stati i quattro referendum tra cui proprio quello sull’energia nucleare.

Si era detto che il Giappone si sarebbe rialzato in fretta, i nipponici sono un popolo forte e determinato, ma contro la natura non si scherza. Soprattutto quando la sua potenza è scatenata, quasi a farlo apposta, dall’uomo stesso. E’ un discorso ormai vecchio: l’uomo piega la natura, tira un elastico che a un certo punto è praticamente inevitabile che scappi di mano, e così gli si rivolta contro. Quante volte abbiamo sentito una frase del genere? Eppure l’uomo in un’ottusa testardaggine persiste e non si corregge, se non minimamente. Un aforisma di Alessandro Morandotti dice, e nel nostro caso sembra fatto ad hoc, che “la storia insegna che la storia non insegna nulla”. Io spero davvero di sbagliarmi, che non solo il Giappone ma tutto il mondo possa capire la pericolosità dell’utilizzo di materiale radiattivo e dell’energia nucleare.

Mi rallegro leggendo di una manifestazione antinucleare che il 5 marzo scorso si è tenuta a Jakarta (Indonesia), perché in Italia per ora sembra che il problema nucleare sia stato accantonato e per qualche anno forse non ne sentiremo più parlare, ma nel resto del mondo sono ancora 435 i reattori nucleari attivi e tutti concentrati in 31 nazioni (come si evince dai dati Iaea).

Tornando al Giappone però, la situazione non è delle migliori, anzi, come si legge dal reportage di “Repubblica” entro 20 chilometri dal centro dell’esplosione non si può vivere, fino a 50 è sconsigliato farlo. Ormai la zona è deserta, a parte gli operai che devono occuparsi di evitare ulteriori incidenti. Il grave problema però oltre a questo è anche lo smaltimento delle scorie, e quello della centrale vera e propria. Per fortuna pare che la maggior parte dei giapponesi si sia “convertita” ora al antinuclearismo e stia spingendo per non riazionare le altre 54 centrali sparse per il paese. Lo stato giapponese però, come ben si sa, è fermo nelle sue decisioni e ritto nel suo orgoglio, purtroppo, come aggiunge tristemente Giampaolo Visetti “gli affari però sono affari, i soldi precedono la vita”.

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Dove siamo arrivati? Dove arriveremo?

Io sono un essere umano. In quanto abitante del pianeta Terra mi sento in dovere di scrivere questo articolo. Questo non vuole essere il solito testo ecologista allarmista che ormai ci è stato rifilato più volte, anche se probabilmente allarmista lo sarà.
La grande maggioranza delle persone sa che l’uomo sta distruggendo l’ambiente che lo circonda, la grande maggioranza di queste però non conosce a fondo i problemi o semplicemente non sembrano importargli granché. Il fatto è che tali problemi non lo toccano direttamente, almeno in apparenza. Il fenomeno del nimbismo (che deriva dall’acronimo Not In My Back Yard, ossia “non nel mio giardino”) è forse l’esempio più emblematico di quanto ho appena affermato. Questo fenomeno infatti nasce dalla volontà da parte delle persone direttamente coinvolte in un’opera artificiale che degraderebbe l’ambiente a essa circostante di combatterla. Ebbene questo sì, ha qualche aspetto della coscienza ambientalista, ma se si guarda in fondo ai fatti è un’altra espressione dell’egoismo umano: non nel mio giardino, ma altrove che mi importa? La vera caratteristica fondamentale dell’ambientalismo e della lotta al progresso distruttivo attuato dall’uomo migliaia di anni fa dev’essere l’universalismo. E’ necessario che la coscienza ambientalista delle persone si espanda su scala universale. Quello che bisogna far comprendere alle persone è che se succede un disastro ambientale tutti noi ne siamo colpiti. Formuliamo un semplice ragionamento che potrà magari sembrare forzato e semplicista, ma a mio parere risulta efficace: l’uomo appartiene al mondo (e non il contrario come sostiene la Chiesa), essendo lui suo “ospite”, l’uomo inoltre dipende direttamente e indirettamente dal mondo; se il mondo viene intaccato, di conseguenza tutto ciò che da esso dipende vengono intaccati, quindi anche l’uomo viene intaccato.
Il fatto è che se il ghiaccio dei poli si scioglie non viene toccata solo la fauna che vive lì nei paraggi, ma bensì tutto il mondo, tramite l’innalzamento delle acque, modifiche delle correnti, etc. O ancora, quando in un secolo la popolazione mondiale rimasta da sempre quasi stabile fino a quel momento, aumenta di sei volte, passando dal miliardo e mezzo degli inizi del Novecento a 7 miliardi nel 2011, questi miliardi non sono soltanto bocche da sfamare, quindi “povero il Terzo Mondo”. Sette miliardi di persone significano necessità di spazio, quindi disboscamenti e modificazioni ambientali (ad esempio in Liguria e Sicilia, l’anno scorso, hanno causato non pochi guai), ma anche maggiore inquinamento, maggiori consumi, rifiuti, dispendio e domanda di energia, quindi produzione. Tutto ciò non fa che male alla nostra povera Terra e ai suoi abitanti, tra cui, udite udite, c’è anche l’uomo. Per fare una stima di quanto l’uomo si stia impegnando negli ultimi tempi per autodistruggersi assieme al proprio pianeta dovrebbe bastare sapere che “dal 1961 a oggi”, scrive Federico Paolini in Breve storia dell’ambiente nel Novecento, “l’impronta ecologica umana…”, ossia l’area di ecosistemi richiesta per produrre risorse per l’uomo e per ospitare i suoi rifiuti, “è triplicata e ha superato di circa un quarto la biocapacità della Terra”, quindi la quantità di aree produttive che soddisfino i bisogni umani.
Parlando di un effetto dello sviluppo umano più moderno, l’inquinamento, basterà ricordare che l’ozono ha ormai due buchi, per chi non credesse alla scienza e a certe “storie” può andare di persona a prendere il sole ai poli, tornerà bello abbronzato e con qualche cancro o modifica nel Dna in più. Se nemmeno ci spaventano i cancri allora pensiamo al fatto che i raggi solari non filtrati dall’ozono inibiscono la capacità di fotosintesi clorofilliana, con la conseguente crescita di piante e fitoplancton. L’inquinamento ha anche molte altre conseguenze, come ad esempio l’avvelenamento di mari e fiumi, ma ance dei terreni tramite rifiuti o concimi per esempio.
I gas serra, il nucleare, i diserbanti e i prodotti chimici di ogni genere, le radiazioni degli apaprecchi elettronici, lo sfruttamento eccessivo dei terreni e delle acque sono solo pochi esempi del vasto elenco che potrebbe essere scritto in questa sede. La fine delle risorse non è lontana ormai, ogni anno l’uomo consuma più risorse di quante siano calcolate a sua disposizione dagli scienziati, con velocità e voracità tale che la Terra non può stare dietro ai suoi ritmi con il rinnovamento. Il celebre analista dell’ambiente Lester Brown (intervistato da Beppe Grillo) ritiene a questo proposito che “la nostra economia globalizzata sia giunta, …, ad una soglia oltre la quale non sia più sostenibile dalla Terra”.
Le idee per combattere lo sfruttamento ambientale che si trovano su internet sono rassicuranti, sintomo di una coscienza ambientalista piuttosto diffusa. Il fatto è però che tutti pensano di fare “qualcosa nel proprio piccolo”. Ormai però siamo giunti a un punto in cui fare ciò non porterà a nulla se non a un lievissimo rallentamento della morte dell’uomo se non del pianeta. L’unica soluzione che vedo, e insieme a me molti studiosi dell’ambiente, è quella di creare un nuovo modo di produzione, una nuova economia, una nuova società, che abbia come obiettivo primario non produzione-consumo-profitto, ma l’ecosostenibilità, la preservazione della natura.
Se vi sono sembrato troppo allarmista, catastrofista, o come volete chiamarmi, mi spiace per voi, prima di giudicare me e il mio articolo vi consiglio di informarvi, poiché tanto i vostri governi non lo faranno di loro spontanea volontà. Se siete rimasti impassibili e non siete né preoccupati né contrariati mi dispiace per voi, ma è proprio il menefreghismo che ci ha portati dove siamo. Se invece siete preoccupati o incuriositi sono felice, perché sento così di aver fatto almeno qui il mio dovere.

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Kepler-22b: il gemello ritrovato della Terra

E’ una logica abbastanza comune ormai pensare che, essendo il nostro Universo così vasto, è praticamente impossibile non trovarvi altre forme di vita che non siano terrestri. Fino a qualche giorno fa tutto ciò era una supposizione, ora però ne possiamo essere praticamente certi! Il merito va agli scienziati della missione Kepler della Nasa.
Il 5 dicembre viene confermata l’esistenza di un esopianeta con caratteristiche più che simili a quelle terrestri, in pratica un gemello ritrovato del pianeta Terra. Si chiama Kepler-22b, dista circa 600 anni luce dal sistema solare, ha un diametro che è circa 2,4 volte quello terrestre, orbita in 290 giorni attorno a una stella simile al nostro Sole, Kepler-22, ma più piccola. Ovviamente non è stato scoperta l’esistenza di forme di vita sul pianeta, ma è stato classificato come primo esopianeta potenzialmente abitabile. Basti pensare che sulla sua superficie dovrebbe trovarsi acqua allo stato liquido, il vero brodo primordiale che diede vita a tutte le forme di vita del nostro pianeta, e, spiega il capo scienziato all’Ames Research Center della Nasa a Moffett Field Bill Borucki, la superficie del pianeta dovrebbe avere una temperatura di circa 22 °C, pianeta che è stato definito dallo stesso Borucki un “regalo natalizio”.
Quasi in contemporanea arriva un innovativo metodo di classificazione degli esopianeti potenzialmente abitabili da parte del Planetary Habitability Laboratory dell’Universita di Puerto Rico ad Arecibo, i cui astronomi, grazie anche ai dati della missione Kepler, hanno messo a punto una classifica di abitabilità, trovando più di 15 esopianeti e 30 esosatelliti potenzialmente ospitanti forme di vita.
Se un tempo arrivare sulla Luna fu un “grande passo per l’umanità” (ricordiamoci che erano quarant’anni fa) anche questo non è da meno. La scoperta di pianeti abitabili potenzialmente fa ritenere, a ragione, che non siamo soli nell’Universo, è un passo avanti anche per il semplice fatto che ricorda che le scoperte scientifiche, la ricerca, la scienza in generale è fondamentale per capire la natura, che ormai non concerne più solamente il nostro amato pianeta, ma bensì l’Universo nella sua interezza, in confronto al quale la Terra non è che un’insignificante acaro su un’enorme moquette.

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Tokyo come Cernobyl. Lo spettro della contaminazione

Uno spettro s’aggira per il Giappone, non è quello del comunismo, ma bensì quello della paura, paura di contaminazione radioattiva. Gli allarmi infatti sono molteplici. Dal governo, che però cerca di tenere la situazione sotto controllo forse non dicendo proprio tutto, a Greenpeace che invece rivela il peggio, fino agli stessi cittadini che hanno voluto controllare da sé, non paghi delle spiegazioni dei propri politici.
Ora il pericolo si trova nella capitale, a Tokyo. Tutto è cominciato quando le autorità locali hanno annunciato di aver registrato alti livelli di radioattività, in alcune zone della capitale addirittura superiori a quelle registrate nei dintorni di Fukushima dopo l’incidente di questo marzo. Il problema maggiore è che queste stesse autorità locali, spiega Salvatore Barbera (responsabile della campagna nucleare di Greenpeace Italia), cercano di  “decontaminare la zona usando idranti ad alta pressione, disperdendo ancor più il materiale radioattivo invece di rimuoverlo”, questo molto probabilmente perché “non hanno ricevuto il necessario supporto dal governo centrale”. Quest’ultimo però non si preoccupa molto della situazione, anzi assicura ai cittadini che non vi è alcun pericolo, che queste radiazioni non sono sicuramente collegate all’incidente della centrale elettronucleare, e addirittura il primo ministro Noda ha intenzione di rimettere in moto i reattori prima di aver capito a fondo cause e conseguenze dell’ormai celebre incidente.
Non tutti i cittadini di Tokyo, però, hanno ascoltato le parole dei governanti. Come racconta il “New York Times” alcuni abitanti della capitale, armati di rilevatori, hanno dato il via, su facebook, a un gruppo chiamato “Progetto per la difesa dalle radiazioni”, il quale ha avuto un grande e rapido successo, fino a essere contattati e aiutati dall’Istituto per la ricerca sugli isotopi di Yokohama. Grazie al sostegno degli esperti è stato possibile raccogliere e sottoporre a test alcuni campioni del suolo raccolti proprio vicino alle case dei diretti interessati. Nei pressi di un campo da baseball, dove si allenano dei bambini, la rilevazione è risultata di 138mila becquerel per metro quadro di cesio 137. Oltre a questa zona, 22 aree delle 132 totali superavano i 37mila becquerel per metro quadrato, livello di radioattività misurato nelle zone contaminate di Cernobyl. L’area maggiormente contaminata invece superava di gran lunga il milione e mezzo di becquerel.
Allo stesso tempo, per sicurezza, è stata messa al bando una coltivazione di riso in cui si erano registrati più di 5mila becquerels di cesio per chilogrammo di terra. A Yokohama invece nel tetto di un appartamento uno spot è risultato altamente radioattivo, con 60mila becquerels di cesio per chilogrammo di sedimento.
Non si è sicuri della causa. Prima il governo assicura che Fukushima non c’entra nulla, poi il sindaco di Tokyo Nobuto Hosaka sostiene che si debba trovare il colpevole in alcune bottiglie trovate in un seminterrato, ma gli esperti ammettono che questa alta contaminazione possa essere dovuta a un accumulo di acque piovane e sedimenti carichi di materiale radioattivo proveniente da Fukushima. Nonostante le varie rassicurazioni comunque la preoccupazione cresce anche solo per l’economia del paese, che da marzo ha visto mettere in ginocchio molti settori, in particolare quello del turismo, a cui il Giappone, come tutti i paesi moderni facenti parte il “primo mondo”, deve comunque buona parte dei propri profitti. Per ovviare a quest’ultimo problema il governo nipponico ha deciso di  stanziare un fondo per regalare 10mila biglietti aerei per lo stesso numero di stranieri in modo da far ripartire il settore turistico.
In compenso però, anche se il governo vuole che i propri cittadini stiano bravi e tranquilli nelle proprie case, ignari dei pericoli reali, anche se spera che i turisti facciano, come gli stessi giapponesi, finta di non sentire “odore di radiazioni”, alcuni abitanti della capitale hanno già lasciato le proprie case per trasferirsi altrove. Forse non sarà pericolosa come sembra, forse non sarà davvero una seconda Cernobyl, non essendoci state esplosioni, forse non è nemmeno l’incidente di Fukushima la causa di tali contaminazioni; fatto sta che alcune parti di Tokyo sono radioattive e le persone con le radiazioni rischiano la morte.

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Un gemello per il buco dell’ozono

L’ormai celebre buco dell’ozono ha un gemello! Questo è il sunto dell’allarme lanciato dalla rivista scientifica americana “Nature”. Il tutto sembra causato dall’eccessivo freddo che ha colpito il pianeta, e in particolare la regione artica, che ha visto allungarsi di ben trenta giorni il periodo invernale nel 2011.
Lo studio viene dai laboratori dell’Istituto “Albert Wegener” per la ricerca meteorologica in collaborazione con la rivista scientifica. A quanto pare durante la primavera di quest’anno sopra al Polo Nord, dunque sopra l’Artico, si è aperto un nuovo buco dell’ozono con una dimensione di circa  cinque volte la Germania, ed è rimasto aperto per una trentina di giorni. Il primo “foro” era stato scoperto nell’ormai lontano 1985, e da allora non era mai successo che potesse verificarsi un fenomeno simile. Difatti ogni anno l’ozono si assottiglia anche nell’emisfero nord, ma mai era capitato di osservare due buchi nello stesso momento. Ora si potrà parlare ufficialmente al plurale.
“Il 5 aprile 2011”, scrive la Repubblica, “l’Organizzazione meteorologica mondiale aveva effettivamente lanciato l’allarme per un eccesso di raggi ultravioletti nei paesi scandinavi”. Secondo le ricerche recenti infatti in quel periodo la fascia di ozono che si trova tra i 18 e i 20 chilometri dal suolo l’ozono è scomparso fino all’80%. Un simile impoverimento della quantità di ozono era stato osservato solamente in Antartide prima del protocollo di Montreal.
Le cause scatenanti del fenomeno però sono più di una. Non è infatti solamente colpa dei clorofluorocarburi, i cosiddetti CFC che sono stati tanto combattuti grazie anche allo stesso protocollo. Un altro motivo certo per cui l’ozono si è assottigliato così drasticamente sono le temperature rigide. Normalmente infatti il periodo freddo antartico era di 4 o 5 mesi in un anno, mentre quello dell’artico era di circa 3 mesi. Questo inverno invece il periodo si è protratto fino a raggiungere i 4 mesi al nord (da dicembre a fine marzo); quando negli strati più bassi dell’atmosfera la temperatura aumenta deve per forza di cose diminuire anche in quelli più alti, in tal modo si è resa possibile un fenomeno distruttivo che è stato dichiarato paragonabile a quello registrato la prima volta negli anni Ottanta.
“L’azione di killeraggio del cloro nell’atmosfera può durare 30 o 40 anni”, spiega Michele Colacino, coordinatore delle misure in Antartide, anche perché il protocollo di Montreal riesce a contenere e risolvere in parte il fenomeno solamente dal punto di vista chimico, ma non da quello climatico. Non avendo calcolato questo le ottimiste nazioni che firmarono il protocollo speravano di poter risanare il buco antartico entro il 2020, oggi però le cose sono cambiate e si è spostata la data di trent’anni. Quanto ci vorrà invece per risolvere lo stesso problema dall’altra parte del globo?

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