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Quanto è lontana la luce nel tunnel

Pensavamo che avremmo potuto cambiare qualcosa, essere i protagonisti. Ci siamo illusi. Tutto sta peggiorando, si sta deteriorando. Abbiamo festeggiato la caduta del governo Berlusconi. Siamo stati sciocchi, io il primo. Quella data rappresenta l’esplosione di una bomba che portava dentro sé un germe, un virus. I mali di questo continente si sono ingigantiti. La crisi sta mostrando il volto oscuro dell’essere umano, un’altra volta, dopo soli settant’anni.
Il riferimento al passato non è casuale. Nel 1947, dopo che il mondo ha visto circa 60.000.000 di MORTI, è stata approvata la nostra Costituzione, da molti giudicata la più bella del mondo per i suoi principi e i suoi valori! Si parla di diritti al lavoro, alla famiglia, all’istruzione, alla salute! Cosa ne rimane oggi? Le cosiddette morti “bianche” o  imprenditori che si suicidano perché non riescono più a pagare lo stipendio ai loro dipendenti distruggendo intere famiglie, magari precarie, che non possono permettersi dei figli perché sanno di non poterli mantenere;  famiglie che non possono essere riconosciute tali perché i componenti amano il sesso “sbagliato”; migliaia di ragazzi che ogni anno cercano lavoro all’estero perché qui non c’è posto per i loro studi;  ragazzi che ogni anno dal Sud emigrano al Nord per continuare a studiare perché la loro terra continua ad essere una colonia. Questo è ciò che ne rimane. E in questi giorni stanno cercando di massacrarla ulteriormente.
Potrei andare avanti con gli esempi ma i motivi di questo articolo sono tanti e a tutti vorrei dedicare un piccolo spazio.
Pensiamo ancora al passato, più precisamente al Manifesto di Ventotene, il fondamento dell’Unione Europea. Qui si parla di un’Europa unita, di un federalismo, di un’unione politica, di una democrazia continentale (per gli illusi)! Cosa ne rimane? Il diktat economico dei tre: Angela Merkel, il “socialista” Hollande che però non esita a dichiarare il suo sostengo all’esecutivo italiano e di conseguenza al suo operare (tutt’altro che socialista), e infine Monti. Si è creata l’Europa economica che prevale sulla democrazia dei singoli stati, attraverso l’uso spregevole dell’intimidazione, e libera dal controllo politico a causa di Stati e leader politici ancora vacillanti sull’effettivo cedimento dei poteri sovrani, l’opposto di ciò in cui Spinelli e Rossi credevano. Quando si capirà che l’unica strada per la fine dei conflitti sia economici sia politici è quella dell’unione, dell’internazionalismo? L’Europa non è dei tre, ma dei ventisette: finché premier di singoli stati verranno considerati leader europei, l’unione non avverrà.
Ciò che spaventa è che di democratico non rimane più nulla sia a livello italiano sia, come brevemente ho accennato, a livello europeo.
La riflessione sulla mancanza effettiva di democrazia, riferendoci al nostro paese, non deve scaturire dalla frase che risulta essere di moda oggi: “Questo governo non è democratico perché non l’abbiamo eletto noi”. Noi non abbiamo mai eletto nessun governo, piuttosto la coalizione che, una volta eletta, l’avrebbe formato! Quindi una Fornero o i membri di questo esecutivo avremmo potuto ritrovarli nel governo precedente, o di Prodi (per intenderci). La riflessione dovrebbe piuttosto cominciare quando i rappresentanti del popolo, i parlamentari, non vengo eletti direttamente da questo, ma dai partiti! In questo caso sì che i politici non agiscono più in nome del popolo ma delle aziende-partiti che li hanno eletti. O ancora, quando si sentono esecutivi affermare frasi del tipo “Il governo andrà avanti comunque con le sue decisioni”, pronunciate soprattutto quando manca un patto o compromesso con le parti sociali e i sindacati: quando non c’è confronto tra Stato e società civile si parla di autocrazia perché le leggi ricadono su un popolo che non ha contribuito a produrle! Qui sì che allora manca democrazia! Soprattutto manca democrazia quando il popolo, di cui è fondamento, è totalmente escluso dalla società in cui vive, inebriato dalla ricerca del benessere sfrenato, dall’altra realtà della televisione e della sua individualità. Quando i cittadini che ne fanno parte hanno troppo, non mettono in gioco nulla, perché avrebbero tanto da perdere!  Quindi lasciano che tutto sia lecito, purché non si tocchi il loro eden personale. Questo non è un popolo democratico che sempre deve porre attenzione sulla cosa pubblica. Ecco quando si deve parlare di carenza democratica!
Di democratico rimane poco probabilmente perché l’uomo, oltre ad essere indifferente, è pure smemorato e la crisi economica non aiuta.
Stanno rinascendo i partiti neo-fascisti e neo-nazisti, in tutt’Europa. In alcuni paesi ci sono sempre stati, ma oggi crescono grazie alla paura che le persone nutrono verso un mondo di cui non si fidano più. Gli estremismi raggiungono anche il Maghreb, così si spiega la maggioranza dei voti ai Fratelli Musulmani in Egitto. La religione diventa una via d’uscita metafisica da un mondo non più sopportabile. La paura acceca così anche la memoria in Europa. L’aspetto oscuro dell’uomo che viene rievocato con i nazismi in Grecia, ad esempio, o ai continui atti xenofobi sempre più numerosi. I diritti degli immigrati, fascia della società più debole, calpestati. L’ira sfocia attraverso anche i social networks dove vengono richiamati i forni crematori e parole di odio verso coloro che ci rubano il lavoro, o perlomeno così dicono.
Poveri italiani, poveri europei, ci siamo dimenticati di essere stati immigrati, di aver colonizzato, sterminato, ucciso anche noi stessi. E ora ci arrabbiamo se le nostre vittime vengono a chiederci aiuto.
Povera Italia, povera Europa che pretendono di esportare la democrazia, la stessa che stanno uccidendo,  e che non vogliono capire la voce e le ragioni di chi non finisce mai di combattere all’insegna di quei valori per cui i nostri avi si sono battuti, conquistandoli.
So che siamo tanti, alziamo la voce,  non fermiamoci mai. Ma soprattutto, restiamo umani.
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Contributo ad una fenomenologia nordista

 Un’investigazione conoscitiva sul fenomeno della Lega Nord può prendere le mosse da una domanda ingenua: perché questo movimento ha due simboli? Detto altrimenti: quale rapporto intercorre tra il vessillo bianco crociato di rosso con l’immagine di Alberto da Giussano e quello con lo stilizzato sole verde su fondo bianco, il cosiddetto sole delle Alpi? Il primo, il simbolo originario del movimento, è ispirato alla storia: il guerriero lombardo che, brandendo lo spadone, difende la libertà della sua terra dall’invasore straniero (detto per inciso, una figura che l’agiografia risorgimentale aveva celebrato in chiave patriottica italiana: siamo di fronte ad una delle risemantizzazioni cui il leghismo è avvezzo, come è successo per il Va’ pensiero di Verdi o per il federalismo di Cattaneo). Il secondo simbolo invece attinge ad un retroterra mitico, ancestrale, solare (come è capitato -e sia detto senza alcun intento di assimilazione ideologica- ad altri movimenti politici della non lontana storia europea). In realtà, questo secondo simbolo è introdotto negli anni Novanta non per designare la Lega Nord, bensì per designare la Padania, cosa ben diversa. L’uno il simbolo del partito, l’altro il simbolo del fantomatico stato: uno la parte, l’altro il tutto. La confusione tra la parte e il tutto oppugna la logica, conducendo ad esiti stravaganti: come le elezioni del parlamento padano del 1997, a cui si presentarono una pluralità di liste che andavano dai comunisti alla destra, ovviamente tutte scaturite dal movimento bossiano (con l’eccezione dei radicali, che presero la cosa sul serio, salvo poi ravvedersi presto). Da allora i due simboli -quello del partito e quello dello “stato”- si sono giustapposti, senza sottilizzare troppo sull’inquietante sovrapposizione tra due concetti così ben distinti.

Sul piano dei codici comunicativi il leghismo si è connotato per la stessa istanza di semplificazione che ha imposto sulla scena della nostra res publica. Quale ideologia sottende un movimento che sfugge alle tradizionali antitesi politiche -quali destra-sinistra, socialdemocrazia-liberalismo ecc.- e che piuttosto si identifica in un territorio? Per cui la parola partito non richiama la parte di una società politica, bensì la parte di un territorio statale che ambisce a farsi tutto, e il cui connettivo non è dato dal pensiero o dalla visione del mondo ma dalla geografia? Nell’epoca post-ideologica, la Lega sembra sprigionare valenze non solo pre-ideologiche, ma addirittura pre-moderne e pre-politiche.

Al centro della propria costruzione identitaria questo movimento ha collocato due elementi: la comunità e il territorio. La comunità non è necessariamente una struttura politica, anzi in se stessa non lo è affatto: i richiami ai Celti in lotta contro i Romani la dicono lunga su questo punto, e in generale l’astio contro la Roma attuale può leggersi non solo in chiave antistatalistica ed anticentralistica ma anche in chiave antipolitica; d’altra parte, l’ethos della comunità confligge con l’individualismo intorno a cui si è costruita non solo la tradizione del pensiero liberale, ma anche la modernità tout court. Lo stesso nome del movimento, che vuole evocare la Lega dei comuni settentrionali che si opposero a Federico Barbarossa, coincide con quello utilizzato nell’ambito dell’associazionismo contadino e operaio a partire dal secondo Ottocento, teso ad opporre al padrone, potente ma uno, la forza dei lavoratori uniti, tra sé appunto legati.

Quanto al territorio, esso significa in primo luogo la terra. Pensiamo al colore verde, sottratto al monopolio del fragile ambientalismo italiano e diventato -anche se non alla prima ora ma solo nel corso degli anni Novanta- un segno distintivo della Lega Nord. Il verde -colore privo di connotazione ideologica- richiama la terra, la natura, il lavoro dei campi. Non è certo un caso che una delle battaglie storiche della Lega inerisca al latte (si ricorderà il rifiuto di pagare le multe comminate ai produttori per lo sforamento delle quote assegnate dall’Unione europea). E nella stessa chiave proporrei di leggere il Giro ciclistico della Padania organizzato nel 2011, così come lo storico manifesto con la gallina che sforna uova d’oro a beneficio dell’inoperosa Roma. Per arrivare alla scopa esibita da un ex-ministro ad una recente manifestazione del movimento: la scopa serve a pulire il terreno di casa, e il terreno di casa è il luogo simbolico del leghismo, oltre a costituirne evidentemente l’ultimo orizzonte. Capiamo bene che non si tratta certo del nord delle città, quello vicino all’Europa, ma di un nord di vallate e paesi, di cascine e villaggi.

Dunque, semplificazione parallela dei codici espressivi e dei contenuti (che il mezzo sia il messaggio è stato compreso bene anche dai leghisti), e riduzione all’essenzialità: quella nordista è rappresentata come una comunità che si mobilita per difendere il proprio territorio. Partendo da qui trovo molto discutibile il discorso sulle presunte radici popolari, sulla Lega “costola della sinistra” (come disse un infallibile stratega della stessa sinistra, che proprio il leghismo avrebbe poi contribuito a mettere nell’angolo), sul partito che fa politica dal basso, che ha ereditato le modalità organizzative del PCI -sezioni, partecipazione, dibattiti, comizi- e che sta dalla parte della gente (categoria prepolitica anch’essa, e molto pericolosa: gente sono i forti e i deboli, i privilegiati e gli esclusi, gli imprenditori e i precari: tutti nel calderone della gente, come fosse possibile stare contemporaneamente dalla parte di tutti costoro!). A meno che non si intendano come segni di un’ispirazione popolare la trivialità del linguaggio o certe rozzezze di stile (come un ministro in bermuda agli incontri politici).

In comune con la storia della sinistra che fu ci sono certamente la militanza combattiva, l’orgoglio dei simboli e delle bandiere, le feste popolari. Ma anche senza entrare nel merito dell’agire politico di questi due decenni e mezzo, e limitando il discorso ai soli codici comunicativi, è evidente come il movimento leghista abbia piuttosto molto in comune con la cultura della destra non liberale e non democratica: la mitologia del suolo, della nascita, della “razza” (ricordiamo il roboante sindaco di Treviso che parlava a nome della “razza Piave”?); il culto del capo; il maschilismo e il virilismo (a parte il famigerato celodurismo, si pensi all’insistenza sui concorsi di bellezza femminile); il disprezzo della cultura e degli intellettuali; l’inclinazione a lanciare messaggi semplificati ed elementari, spesso accompagnati da una gestualità plebea e da un linguaggio corporale capace di fare arretrare il logos al suo grado zero; la ritualità vagamente paganeggiante (il Dio Po, l’acqua nell’ampolla, i giuramenti) intrecciata con un cattolicesimo ultraconservatore, che si esaurisce nel formalismo dei segni (il crocifisso negli uffici pubblici) e nella difesa di una morale ipertradizionalistica in tema di famiglia e diritti civili.

Ma dove il leghismo rivela più evidenti parentele con la destra politica è l’atteggiamento verso l’altro, verso il diverso. In questo agisce certamente l’istinto a marcare il territorio. Ma agisce altresì la ben collaudata consapevolezza che aizzare contro l’altro -a prescindere dal fatto che sussista o meno un pericolo- è una formidabile strategia per compattare le proprie truppe e alimentare il bisogno di una guida forte. L’altro è essenziale, al punto che se non c’è viene inventato. E può avere tanto il volto del migrante -l’altro che arriva da fuori- quanto il volto di un membro interno alla comunità stessa, il membro cui addebitare tutti i mali e la cui espulsione è necessaria perché la comunità possa sentirsi purificata e assolta. Ecco la funzione della scopa brandita dall’ex ministro: spazzare via l’uomo nero, ancora meglio se l’uomo è una donna, e per di più macchiata da nascita non padana. Una scopa davvero simile ad un’altra scopa, quella con cui la domestica estromette il figlio-insetto dalla casa e dalla famiglia nel finale della Metamorfosi di Kafka.

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La caduta delle ombre giganti

Quando la luce proietta un’ombra su un muro essa sembra più grande dell’oggetto che la provoca. Più l’oggetto si avvicina alla fonte di luce, più l’ombra aumenta di dimensioni.

Finora abbiamo guardato delle ombre sedersi sulle poltrone in Parlamento, queste ombre sembravano proiettate da giganti. Come lo schiavo di Platone nella caverna, molti di noi stavano girati verso la parete e non verso il fuoco. La fine della storia sembra però diversa per quanto riguarda le nostre ombre politiche. Noi non usciamo dalla grotta per trovare la libertà e la verità, noi ci giriamo sì, ma per osservare delle piccole statuette, che sembravano essere gigantesche, cadere l’una dopo l’altra.

La prima a cadere è stata quella che pareva la più grande di tutte, ma che si è rivelata la più piccola di statura, tarchiata, quella che cercava sempre di divertire l’uditorio, si è rivelata alla fine l’immagine di un buffone di corte con i capelli finti. ormai quella statuetta è sempre imbronciata e anche la sua squadra sembra aver smesso di ingranare, e il suo stesso cane fede…le è caduto dalla sua cuccia.

Ora è toccato invece all’ombra storta di un uomo malato, malato soprattutto per le idee che propina a un pubblico di verdi scimmie urlatrici travestite da vichinghi, infiorendo sempre meglio i propri linguaggi con parole sporche come la sua coscienza. Dietro di sé ha trascinato la propria prole: come l’ha fatta stare al suo fianco sul piedistallo davanti al fuoco, così l’ha portata nel baratro in una scomposta caduta. E se volessi citare un fomoso film fantascientifico (in cui si parla però di democrazia e applausi), è così che cadono i politici: sotto scroscianti fischi.

Chi potrà essere il prossimo? Difficile a dirsi, sembra però quasi inevitabile la caduta, almeno per la maggior parte degli italiani, che paiono ormai pronti e decisi di cambiare statuette. Spero vivamente che Ken Follet non me ne vorrà per aver paragonato i nostri politici ai veri Giganti della Grande Guerra. Purtroppo per noi così sono parsi e paiono tuttora a qualcuno.

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Il sosia

La storia prende la piega che il narratore ha voluto creare, impostare, figurare e, anche, delegittimare, riformare, rivedere. Forse è stato il viaggio in Russia. Magari Putin gli ha rimembrato i mezzi per tentare il ribaltone, e cioè: gridare alla malvagità di un nemico (quasi) inesistente. Per Putin: il terrorismo ceceno. Per Berlusconi: il comunismo. Ma, questa volta, a proporlo è stato il delfino Alfano, il successore. E’ carino vedere che il tempo passa e porta mutamenti, mentre tanta gente continua ancora a parlare di fantasmi di un passato che nel presente non supera la soglia del 4% elettorale. Perché, diciamocelo chiaramente, non si può definire il Pd un partito comunista. Neppure quello di Vendola. Forse, Alfano e Berlusconi, parlano di un qualcosa che identificano nell’unione dei vari partiti finora citati? Non penso. Penso soltanto che è un ritornello senza alcuna fantasia né ritegno verso una fazione politica ormai in via d’estinzione. Però c’era d’aspettarselo. Ormai pure i gesti delle mani sono simili a quelli del padrone. I comici saranno felici di avere un nuovo Cesare da ridicolizzare. E, spero, che questo valga anche per i cittadini italiani. Proviamo tenerezza per un uomo – e un partito – che, abbandonato da Lega e Terzo Polo, prova a giocare la carta della disperazione. Si allontanano sempre più dalla realtà, ora che il paese necessità di avere e ricostruire una realtà distrutta da quel Berlusconi che ha portato il delirio, la falsità, la corruzione, ovunque abbia messo mano (o baciato e stretto mani). E mi dispiace vedere Dell’Utri, mafioso, sorridere e dire che ora la giustizia ha trionfato. Come è banale, sempre e ancora, sentire Berlusconi e Alfano lodare l’ingiustizia e sentirsi soddisfatti quando gli errori e il reato hanno il sopravvento sulla giusta causa e sulla verità dei fatti. Qui sembra che il tempo si sia arrestato. Un quadro di Hopper dove risulta vedersi una grande distesa verde sul quale giace un morto e accanto un cane che gli urina addosso. Perdonate la violenza dell’immagine. E’ il rispetto assente per chi è morto per tentare di salvare un paese che ha sempre tentato di non salvarsi. Come dice Giancarlo Caselli, procuratore di Torino, ed ex capo della procura di Palermo: “La requisitoria del sostituto procuratore generale della Cassazione Iacoviello non ha ferito solo me, ma Giovanni Falcone che ha teorizzato e concretizzato nei maxiprocessi il concorso esterno in associazione mafiosa.”

La requisitoria ha ferito tutto noi che crediamo e lottiamo contro questo sistema corrotto e malsano per tutti; per domani, per oggi.

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Il gioco dell’oca. Un’annotazione per il Premier Monti

Una constatazione: Mario Monti è un uomo che annota tutto. E lo fa seriamente.

Questo è un bene, avendo tutto scritto non si rischia di dimenticare. Ma lo scrivere ha, comunque, una subdola capacità: il tralasciare se non si ritorna a leggere le pagine precedenti. Quindi c’è la possibilità di dimenticarsene o di occultare alcune parti.

Quando Berlusconi, a pranzo col Premier, lo ha supplicato di darsi una mossa sulla riforma della giustizia (tra l’altro è stato prescritto riguardo il caso Mills, lamentandosi pure –dopo tutti gli imbrogli e i sotterfugi per sfuggire da tale sentenza- di non aver ricevuto l’assoluzione), Mario Monti ha ritenuto corretto che questo rientrasse nel suo taccuino; che lo annotasse.

Questo è un esempio dell’uso che si può fare con un quaderno personale, di lavoro, di studio.

Ma passiamo alla seconda operazione: il rivedere.

Questo, il Presidente Mario Monti, sembra non compierlo.

La riforma sui Taxi, le Professioni, le farmacie, cambia e si addolcisce giorno dopo giorno. Diciamo che le pagine vengono scritte e riscritte sempre con una grafia più piccola e riassumendo sempre di più i pensieri e le riflessioni trascritte precedentemente. Cioè, in breve, si scorpora il grande pensiero centrale in piccole parti; continuamente. Ancora più in breve, si dimenticano o si occultano le parole e le richieste o riflessioni scritte precedentemente.

Non parlando più metaforicamente, c’è un ridimensionamento costante. Questo deriva dal logorio interno da parte di lobby, parti sociali, partiti senza ideologie concrete che tentano – unicamente – di accaparrarsi il Monti per il 2013 (anche se Lui, sperando riesca a mantenerla, ha promesso di non candidarsi alle prossime elezioni).

Ok, la Grecia è salva, lo spread non emoziona più, ma il timore e la sporcizia resta. Qui non stiamo parlando di un qualcosa che funziona. Qui parliamo di un paese vissuto nel caos primordiale, dove vige la legge del chi arriva e corrompe prima vince. Qui non parliamo solo di creare posti in più per incentivare la crescita, ma discutiamo anche di una ristrutturazione di un sistema corrotto e malsano. Oppure mi sbaglio?

Va bene – finalmente – far pagare l’Ici alla chiesa. Va male invece l’eliminazione del “tesoretto” del Fisco per l’agevolazione sulle tasse. Non sarebbe stato meglio farlo nascere questo “tesoretto”, anche con entrate minime? I dati mostrano che la gente è sempre più povera, che il carrello della spesa soffre di anoressia, che lo spread comunque non ha interesse verso nulla. Era un punto in più, non un’illusione (come è stata definita). Questo dimostra incertezza. Però non è fantasia chi trema davanti a un supermercato o, una volta alla cassa, deve dire alla cassiera di eliminare qualche alimento perché non ha modo di pagarlo. L’ho visto diverse volte in quest’ultimo mese.

Non giochiamo al gioco dell’oca. Si rischia così di non arrivare mai al capolinea. Qui a noi non serve la fortuna per lanciare i dadi; a noi non servono neppure i dadi. Qui si richiede la trasparenza e la potenzialità di saper gestire, anche con severità e costanza, per eliminare quelle facezie losche che per vent’anni e oltre hanno distrutto questo nostro paese. Cerchiamo di stabilire delle regole sincere e comuni, senza scendere a patti con chi ha corrotto e con chi vuole “essere un colluso”.

Se ci guardiamo intorno, c’è pace. La gente, con la disperazione, sta perdendo l’onore e convive con la mortificazione pur di cercare di tornare a crescere e ad avere una possibilità. Ok, non siamo la Grecia, ma non serve a nulla questo monito ripetuto come una slogan pubblicitario, e il rischio che lo diventi è sempre dietro ogni porta di supermercato o di aula universitaria (non tutti hanno la possibilità di andare alla Bocconi; non tutte le università sono la Bocconi).

Gentilmente, annoti anche questo signor Presidente.

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“Sarà colpa tua”, Supereroe M

 “L’economia italiana, tradizionalmente lenta, è oppressa da corruzione, evasione fiscale, criminalità organizzata, basso tasso di natalità, povertà (nel Sud), scarsi livelli d’istruzione, infrastrutture inadeguate e un immenso debito pubblico. L’elenco potrebbe continuare e ogni economista avrebbe un’opinione diversa su quale sia il problema più grave: un sistema giudiziario irrazionale o la burocrazia, un mercato del lavoro inefficiente o un tasso di occupazione troppo basso? E’ questa la verità italiana […]. Le riforme sono un’operazione di facciata e trascurano problemi con conseguenze molto più serie sull’inefficienza dei servizi […]. Finora Monti ha fatto poco per migliorare le prospettive di crescita, l’unico modo in cui l’Italia può sperare di ridurre un debito pubblico pari al 120% del PIL […]. “L’aumento delle licenze dei taxi e delle farmacie non avrà un grande effetto sulla crescita, ma se non andasse in porto si avrebbe l’impressione che Monti non è riuscito a fare praticamente nulla.”

 Immaginate questa scena: un immensa distesa grigia con centinaia di lapidi e su ognuna di essa il nome e l’anno di nascita e di morte. Il nome è quello di uno Stato. L’anno di nascita e di morte è relativo all’entrata nella globalizzazione, nel mercato unico mondiale, e la sua estinzione da questa folgorante struttura. Ancora l’anno di decesso è vuoto. La terra davanti ad esse è aperta e ci sono dei tizi, in ognuna di queste fosse, che scavano, scavano, scavano. Altri invece stanno fuori, appoggiati ad una pala che aspettano di ricoprire e firmare l’atto conclusivo sul marmo. Il cielo è terso. Forse cade della neve acida. Questo è il contesto generale. In più c’è, davanti a questo triste panorama, un altro tizio immobile, teso come la corda di un arco, di spalle, con un mantello rosso appeso sulle spalle e con su scritto Super M.

E’ un supereroe (è stato insignito del premio di europeo dell’anno al parlamento francese! In più in America è stato lodato e applaudito con vigore e furore!). Vicino a lui c’è un cartello, un po’ macabro, con su scritto: “Ora se qualcuno muore è tutta colpa tua.”

Bene.

Ma, bisogna confutare, per fortuna, che questo non accadrà: sono in procinto di apertura oltre 5 mila farmacie. Tutti avranno un luogo certo dove trovare la cura. Questo è l’esempio di un operazione seria per tutte le recessioni e le problematiche economiche (tutti i partner europei sono felici di queste incredibili mosse di mercato).

E’ inutile estinguere la malattia, siamo seri!

Pensate al casino che ne deriverebbe? Pace, fratellanza, gente che fa lo scontrino e paga le tasse, parlamentari che tagliano il proprio stipendio o che addirittura lo devolvono interamente a persone bisognose e precarie. Operai che hanno uno stipendio fisso. Immigrati che non lavorano più in nero e che non vengono sfruttati. Meritocrazia nei concorsi. Scuole competenti. Mafia estinta. Berlusconi in galera, cioè una giustizia finalmente libera di poter fare il suo lavoro, con la possibilità di ristrutturarsi, sfoltirsi, regolarizzarsi. E tanto tanto altro ancora.

Siamo seri: sappiamo che questo è impossibile.

Altrimenti come laverebbero e a che servirebbero i supereroi?

 

 

Ps. Quel meraviglioso affresco del nostro paese riportato a inizio pagina è stato scritto dal giornalista britannico Gavin Jones per Reuters.

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I 4 amici e il teleschermo

Stanno seduti ad un tavolo. M. con A. B. e C. (strana causalità questo inizio dell’alfabeto – di certo, involontario perché la disposizione poteva essere anche B. C. A. o B. A. C. o, ancora, A. C. B.; ma questo non è importante). Loro sono qualcuno. O, almeno, è la loro carica ad essere qualcosa. M. ha i capelli bianchi, tante rughe e una serietà da far ribrezzo. A. assomiglia a B., cioè entrambi hanno perso la calotta centrale dei capelli e mantengono un cespuglietto sui lati. Mentre C. sembra un divo del cinema con la sua folta chioma grigia patinata che non vuole tramontare mai. Parlo dei capelli perché è la cosa maggiore che li distingue. L’altra è il credo. M. è un tecnico che pende sia di qua che di là. B. va verso sinistra, ma sta comodo anche al centro. A. è tutto spostato verso destra. C., invece, ha i piedi saldi al centro, ma ha vocazioni innate di ubiquità: capita di vederlo sia al centro che a sinistra o a destra, dipende il tema trattato o il guadagno che ne riceve. Comunque questi sono loro e questo è lo scenario.
Stanno in rigoroso silenzio.
Si guardano e si studiano. In rigoroso silenzio.
Neppure il respiro disturba quel rigoroso silenzio.
Nessun movimento. Alcuna voglia di grattarsi, e non si parli neppure di qualche formicolio alle gambe o uno sbattere di ciglia!
Sul tavolo c’è uno schermo. Diciamo un 42 pollici.
Non emette ronzio. E’ attraversato da immagini e diciture.
Questo è parte dell’elenco che scorre: – Un giovane su tre è disoccupato; – La Fornero parla di passi avanti sulla questione lavoro, ma Cigl, Cisl e Uil non vogliono trattare sull’articolo 18; – Studio aperto consiglia agl’anziani, ai bambini e ai senza tetto, per il gelo, di restare a casa (ne sono morti già 7); – Passa la mozione Pini sulla questione giustizia (sulla Responabilità civile, cioè sarà il giudice che sbaglia, a rimborsare, di tasca propria, l’incidentato); – Lusi ruba 13 milioni dalle casse del Pd; – Stragi naziste in Italia, Berlino vince il ricorso
la Corte dell’Aja blocca le indennità; – Violenza di gruppo: non è necessario il carcere; – Sciolta la giunta di Ventimiglia per infiltrazione mafiosa (come se fosse umidità); – Edilizia, in 4 anni persi 300.000 posti di lavoro. Nel 2012 gli affari caleranno del 3-4%; – Cala la fiducia dei consumatori, mai così bassa dai livelli raggiunti nel 1996: il potere di acquisto delle famiglie a reddito fisso è diminuito dell’1,9%; – Bologna: laurea a Napolitano…; – Ricorso contro i tagli ai vitalizi. I leghisti guidano la rivolta; – Il capo del consiglio dice che il lavoro fisso è una monotonia. I giovani si ribellano e fanno tanto bel casino su internet; – Caso Rai (stop.); – Romano La Russa, assessore regionale del Pdl alla protezione civile della Lombardia, vuole usare i profughi per spalare neve e spargere sale; – La Camera approva il rifinanziamento per le missioni militari. La Difesa decide di usare gli aerei per bombardare. Si realizza l’idea di La Russa; – Le carceri sono sempre più affollate; – La benzina aumenta giorno dopo giorno; – 6/7 mila gatti vengono uccisi ogni anno per la nostra alimentazione…; – L’Italia si lega alla legge ACTA, si cerca in ogni modo di ostacolare la libertà d’espressione e di parola; – Migliora a gennaio l’indice di attività dei servizi nell’Eurozona, ma non in Italia; ecc. ecc.
Ecco cosa passa il teleschermo.
E loro stanno seduti e in rigoroso silenzio.
Si guardano e si studiano. In rigoroso silenzio.
Neppure il respiro disturba quel rigoroso silenzio.
Nessun movimento. Alcuna voglia di grattarsi, e non si parli neppure di qualche formicolio alle gambe o uno sbattere di ciglia!
Hanno fatto qualcosa e continuano a farlo ed è quello che passa quel teleschermo, diciamo di 42 pollici.

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L’Italia a portata di un click che non funziona

“Quasi 5,6 milioni di italiani si trovano in condizione di “divario digitale” e più di 3000 centri abitati soffrono un “deficit infrastrutturale” che rende più complessa la vita dei cittadini.”
Questi sono dati ripresi da un comunicato governativo relativi all’`Agenda digitale comunitaria [dell`agosto 2010 (COM (2010) 245 f/2)].
Il nuovo Decreto Semplificazioni, varato pochi giorni fa dal Consiglio dei Ministri, è concentrato – e mira – sulla ristrutturazione di un sistema burocratico antico e pesante, basato su scartoffie e procedimenti lenti e, troppo spesso, inutili. Tutto passa alla mano rapida del web. Eppure, rileggendo i dati sopra riportati, mi sorge un dubbio: se le linee telematiche hanno problemi di recezione globale come possono tutti gli italiani, nord centro e sud, poter usufruire di tale velocità di elaborazione dati riguardo lavoro, certificati vari, scuola? Se alcuni paesi ancora camminano con la famosa e antiquaria linea 56k, se non addirittura non conoscendo neppure questa (e mio malgrado conosco paesi e gente del sud che ancora abbonda di questi problemi e tabù, cioè internet come mezzo del male fisico-mentale o – più tristemente – come una spesa inutile per l’uso che ne concerne o che può derivarne), come si fa?.
Sono d’accordo con questa determinata soluzione riduzionista di un sistema olistico e prepotente verso la semplicità di determinate azioni che a volte richiedono un percorso lungo e irto di innumerevoli e noiosi ostacoli. Ridurre tutto a passaggi telematici è di certo un gran vantaggio, principalmente per i più giovani e per le imprese. Però c’è il problema che la mia domanda rivela: come faranno coloro che questo mezzo ancora non lo ha o lo ha come avesse un plico di 100 pagine da firmare e compilare?

Sul Sole24Ore di Domenica Fabrizio Forquet esprime forte e chiaro il problema risultante da tutto questo ottimismo che aleggia tra le sale di palazzo Chigi: assenza di riforme. Cioè “liberalizzazioni e semplificazioni, da sole, non ci tireranno fuori da qui”. Cioè dal solito sistema. Cioè dai guai del debito e del Pil. Cioè dall’impasse del nostro mercato e della nostra fiducia nella politica.
I punti nevralgici da lui menzionati – e da me condivisi – per risollevare e migliorare il degradante status quo sono: a) riduzione del carico fiscale su lavoro e imprese b) riforma del lavoro c) riforma della giustizia e, aggiungo, d) combattere l’evasione fiscale.
Questi sono i 4 punti che ostacolano, a sufficienza, il processo di evoluzione che conduce a un graduale miglioramento.
Il governo sembra essersene accorto. Parla di destinare i soldi recuperati dalla lotta all’evasione a quelle persone che pagano le tasse “veramente”. Non è roba da poco. Ma, soprattutto e ricordando l’impossibilità di unione tra partiti e parti sociali, ci vorrà tempo.

Per concludere, chiudo con la mia solita, ma sensata, tiritera.
Sulla Repubblica di domenica, Marco Panara e Elena Polidoro, pongono tre domande a diversi personaggi della politica pubblica riuniti a Davos riguardo il sempre maggiore allarme riguardo la disuguaglianza tra ricchi e poveri che sembra spinga sempre più verso la recessione. Alla domanda “In che modo i governi possono ridurla?”, in breve e in coro, la risposta è stata: incentivando educazione, istruzione e formazione (che portano a meno disoccupazione e quindi meno disuguaglianze).
In primis: riforme per il futuro.

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Il non so e non sono e la fase due

La fase due è pronta. Monti parla di una “grande azione sociale, oltre che economica”. Napolitano è fiero. Lo sarà anche qualcun altro. Eppure, chi dovrebbe brindare per queste aperture, ha già convocato scioperi e proteste. Sono le lobby farmaceutiche e quelle dei taxi. Tutto è sempre il contrario di tutto. La nuova fase parla, riguardo ad esempio ai farmacisti, di avere una farmacia ogni 3 mila abitanti; verranno assegnati oltre 5 mila nuove licenze; i giovani farmacisti potranno concorrere anche in forma associativa; gli orari, i turni, gli sconti saranno liberi. In poche parole, ci sarà concorrenza e meno guadagno per gli status quo. Questo vale, in teoria diversa, per i tassisti e gli avvocati. E in questo possiamo trovare la ragione e il torto. Se cominciassimo dal torto, dovremmo parlare della mala gestione di questo sistema, della mano libera lasciata a chiunque per poi pentirsi e ritrovarsi con le mani – ormai – legate. La ragione sta nel colpire (nel senso di riformare) quelle strutture dove il lavoro è saturo e l’andamento della bilancia non sempre è in equilibrio (questo non riguarda la casta dei notai). Come ho espresso da qualche parte, non siamo tutti dei farmacisti né degl’avvocati o tassisti. Per essere critico, la questione riguardo l’istruzione è stata molto lesinata dalla manovra. Poco e nulla è cambiato. Sì, si punterà più sulla correttezza e sulla meritocrazia, ma non c’è un entrata che possa offrire nuove assunzioni. In più, il vecchio regime è ancora in auge. La pulizia che permette una rifioritura dell’istruzione, sia riguardo al sistema scolastico e sia riguardo alle caste che al suo interno governano le regole e le poltrone, non c’è stata e chissà quando avverrà. Quando Monti si ringalluzzisce dicendo di aver offerto ai giovani (sotto i 35 anni) di poter aprire una società con “1 euro”, (“perché ci sono tanti Bill Gates in Italia”), non si rende conto che il problema non sta solo nella possibilità monetaria di aprire una società, ma anche nel gestirla, nel trovare introiti, nell’entrare nel mercato. Ma se il nostro mercato è vuoto, privo di movimenti, fermo come una crisalide in inverno, che senso ha aprirsi una società? Liberalizzare senza incentivare (parliamo del sistema mercato e non di regole che stabilizzano nuovi parametri tipo quelli dei benzinai) è come invitare a nozze dei parenti senza dare l’indirizzo o il nome della chiesa dove avverrà il matrimonio. Bello a dirsi, complicato a farsi.
Per concludere, Monti a una domanda della Gruber che gli fa notare di aver letto su internet che il suo nome viene associato alla “massoneria” risponde: <<Non so bene cosa sia la massoneria. So certamente di non essere massone. E non mi accorgo se qualcuno lo è>>.
Oltre il controsenso nel dire di non sapere per poi affermare di non esserlo un massone, mi dispiace che il Premier abbia questo limite di non riconoscere un massone: la politica italiana è lo specchio di quella casta e molti di loro lo fanno ben bene notare.

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Intorno al Pd

Né il nome né il simbolo del Partito Democratico italiano -un autoreferenziale acronimo tinto dei colori nazionali- aiuterebbero a capire che si tratta di un partito di centrosinistra. Eppure la storia ci dice che nel suo nerbo più consistente esso è l’ultima tappa del cammino evolutivo degli eredi del Partito Comunista Italiano (sciolto nel 1991);  a costoro si è unito uno spezzone della sinistra della defunta Democrazia Cristiana. Gli eredi di PCI e DC, i due grandi rivali del primo mezzo secolo della storia repubblicana, sono adesso sotto lo stesso tetto, nel nome del riformismo e del centrosinistra, in opposizione alla destra incarnata da quasi un ventennio da Silvio Berlusconi.
Con il PD -nato nel 2007 ma preceduto fin dal 1995 dall’alleanza dell’Ulivo- sembrerebbe realizzarsi il disegno di Enrico Berlinguer: l’incontro della sinistra e dei cattolici democratici, le due grandi tradizioni popolari del nostro paese; quel disegno -il cosiddetto “compromesso storico”- era sorretto dall’idea che solo la convergenza di quelle tradizioni avrebbe potuto avviare un profondo rinnovamento dell’Italia, liberare il paese dalle resistenze conservatrici dei ceti privilegiati e intraprendere la via della democrazia e della giustizia.
A ripensarci e a confrontare quella prospettiva di quarant’anni fa con il presente colpisce innanzi tutto la differenza dei numeri: negli anni Settanta il PCI e la DC erano due giganti e insieme giunsero a superare il 70%, mentre oggi il PD è sotto il 30%. Ma soprattutto c’è da sottolineare la perdita di quella spinta ideale e di quell’ampiezza di prospettiva: come se in fondo ci si fosse rassegnati ad accettare il mondo così com’è, rinunciando a trasformarlo e limitandosi ad amministrarlo (possibilmente con il pareggio di bilancio). Certo, quel totem che per il PD è la parola riformismo sembra mantenere il solco di uno dei filoni della sinistra italiana, ma con significativi spostamenti di accento: dalla giustizia alle opportunità, dai lavoratori agli individui, dalla difesa dei diritti alle esigenze della modernizzazione, dalla  classe alla nazione, e così via. Il solidarismo sia socialista sia cattolico sembra essersi appannato, ed è come se entrambe queste nobili tradizioni fossero giudicate ormai non più adeguate ai tempi.
Del resto, è evidente che anche l’idea di partecipazione e di militanza sia valutata un vecchio arnese del Novecento: l’occasionale chiamata del proprio popolo a votare per le primarie ha sostituito l’attività continuativa delle sezioni, per non dire della cancellazione di vecchi riti come il comizio in piazza, il volantinaggio o la distribuzione porta a porta del quotidiano.
Il timore di apparire sorpassati induce la smania di novità esteriori, smania che si manifesta nel rifiuto della cultura politica europea e nell’irresistibile tentazione di attingere termini e concetti alla cultura politica statunitense: elezioni primarie (mobilitazione solo in occasione di elezioni e solo per scegliere la persona, e non i programmi), il vecchio congresso rimpiazzato dalla più sbarazzina convention (dove più che discutere dal basso si conferisce l’investitura al leader che sfila davanti al pubblico plaudente), lo stesso nome derivato dal partito progressista degli USA.
Si potrebbe indugiare a lungo sulle ragioni del repentino passaggio da comunista a democratico, con il salto di qualsiasi riferimento al socialismo (malgrado il collegamento con il Partito Socialista Europeo e con l’Internazionale socialista, cui la componente cattolica per ovvie e comprensibili ragioni non può guardare con occhi del tutto convinti!). Di mezzo non c’è soltanto il doloroso epilogo giudiziario della storia del PSI, ma a mio parere anche e soprattutto questi tre fattori: 1) l’innamoramento per la cosiddetta terza via (quella teorizzata da Anthony Giddens e su cui hanno poggiato fasti e sventure del New Labour inglese di Tony Blair; per tacere del cosiddetto Ulivo mondiale dei tempi di Bill Clinton, ossia l’idea di un progressismo che travalicasse i confini dell’obsoleta socialdemocrazia); 2) l’antica propensione del vecchio gruppo dirigente del PCI all’abbraccio con i cattolici; 3) un’istanza di espiazione dell’essere stati comunisti. A margine di questo terzo punto si può osservare che anche i partiti hanno un inconscio, altrimenti non sarebbe facile spiegare l’insistente e quasi rancoroso tiro al bersaglio contro la sinistra politica e sindacale, che di certi esponenti del PD è diventato ormai una cifra.
Con quali risultati? Machiavelli ci ha insegnato che in politica la bontà delle strategie si misura dagli effetti. E per ora i conti non tornano. Non tornano in primis sul piano elettorale: la “vocazione maggioritaria” che ha riempito i discorsi della fase fondativa è ben lontana dal realizzarsi. L’identità del partito è debole: presentato come il contenitore indistinto di tutti i buoni, rischia che ciascuno dei suoi membri lo interpreti come gli conviene, così come rischia di non conquistare né voti a destra, dove è giudicato comunque un partito di sinistra, né a sinistra dove è giudicato troppo moderato. Un partito del ma anche, che forse ha esagerato con la mitezza postmoderna che cancella ogni differenza. Così come per ora non ha prodotto i risultati sperati la scelta di impugnare e far proprie le parole d’ordine dell’avversario, della destra (meno tasse, uno stato leggero ecc.), né l’idea dell’equidistanza tra capitale e lavoro, con la generosa disponibilità ad aprire le porte e le liste agli imprenditori (il caso di Calearo eletto con i voti degli italiani di sinistra e poi passato con Berlusconi parla chiaro) né l’opzione di risolvere tutto “con la politica”, che significa privilegiare le intese tra i gruppi dirigenti rispetto al lavoro nella società (si veda la tenace ricerca di un accordo con il Terzo Polo). Ne consegue che nell’Italia di oggi certe classi o certi gruppi sono sovrarappresentati politicamente, mentre altri -i lavoratori dipendenti, i precari- rischiano di perdere qualsiasi rappresentanza che ne tuteli le istanze. Quanto sia miope questa strategia lo dimostrano i risultati: la sinistra non è mai stata così esangue nel nostro paese, ed è malinconico vedere come essa, per contrastare tale debolezza, tenda a piegare sempre più a destra, con il doppio fallimento di rimpicciolirsi ulteriormente e di vanificare la sua ragion d’essere. Ed intanto i dati confermano che il bacino elettorale del PD resta all’incirca quello dell’antico PCI: mentre il gruppo dirigente marcia da tempo verso lidi moderati, i militanti e i simpatizzanti sono sempre quelli che sudavano alle feste dell’Unità; come potrà consolidarsi un partito centrista e interclassista con una tale base elettorale? Ambiguità paradossale che non potrà protrarsi a lungo.
Ma i conti non tornano neppure se consideriamo la questione cattolica, declinata troppo spesso dimenticando la laicità di De Gasperi e confondendo il mondo dell’associazionismo e del volontariato con le gerarchie vaticane o episcopali.
Ed infine i conti non tornano soprattutto se si guarda al paese. Viviamo nell’Italia più ingiusta e diseguale dall’Ottocento, con la democrazia umiliata, i diritti calpestati, la corruzione dilagante, la criminalità senza freno, i giovani senza speranza, i servizi pubblici privatizzati, l’istruzione che sta tornando un privilegio. Finora il PD non ha saputo essere un efficace antidoto a questa deriva.
Alle sorti di questo partito potrebbe giovare un’analisi più lucida della società italiana (e non solo italiana), in cui il persistere di ingiustizie e privilegi dovrebbe rafforzare le ragioni di chi sceglie di stare a sinistra, così come è evidente che capita in chi legittimamente sceglie di stare a destra. E poi sarebbe utile recuperare un minimo di tensione morale, il coraggio di stare da una parte e non da tutte, la tenacia operosa e concreta che sanno infondere solo gli ideali nobili e alti.

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Ancora una democrazia?

L’operazione politico-istituzionale che lo scorso novembre ha portato alle dimissioni del governo Berlusconi e alla formazione del governo Monti è stata condotta nella piena osservanza della carta costituzionale. L’argomento del mancato rispetto della sovranità popolare è inconsistente: le “forme” e i “limiti” di cui parla la Costituzione (art. 1) distinguono la vita istituzionale della democrazia dei moderni dal ribollire di un’assemblea popolare permanente, e sono proprio quelli a cui si è attenuto il presidente Napolitano nel gestire questa importante transizione.
In una repubblica parlamentare i cittadini (“il popolo”) eleggono il parlamento, e non il governo; il governo -presidente del consiglio dei ministri e ministri- è prima nominato dal presidente della repubblica, e poi legittimato democraticamente attraverso il voto di fiducia del parlamento. E così è andata: nominati dal presidente Napolitano, Monti e i suoi ministri hanno ottenuto la fiducia del parlamento con un’amplissima maggioranza. Sembrerebbe dunque non sussistere alcun dubbio: l’operazione Monti rientra nella più ligia ortodossia costituzionale.
Eppure, i dubbi non mancano, e riguardano in particolare il repentino venir meno dei due tratti caratterizzanti della costituzione materiale della cosiddetta seconda repubblica: la personalizzazione della politica e il bipolarismo. Difficile contestare che a partire dalla metà degli anni novanta gli italiani andando alle urne abbiano coscienza di indicare con il voto non solo un partito, o una coalizione di partiti, ma anche e soprattutto un personaggio: da questo punto di vista, che alla testa del governo si trovi chi non ha ricevuto alcuna investitura dal basso -come si dice- appare un’anomalia. Così come certamente anomalo è che a comporre la maggioranza parlamentare che sostiene il governo Monti siano tre forze che alle ultime elezioni, quelle del 2008, si erano sfidate su fronti opposti e che avevano sostenuto tre diversi candidati premier (ricordiamoli: Berlusconi, Veltroni e Casini); colpisce in particolare trovare affiancati centrodestra e centrosinistra: come se l’emergenza economica giustificasse l’evaporazione delle contrapposizioni molto nette che hanno percorso trasversalmente la nostra storia politica recente.
Lecito dunque chiedersi: i voti dei cittadini dati al centrosinistra contro Berlusconi così come quelli dati a Berlusconi contro il centrosinistra trovano adeguata rappresentanza nella situazione attuale? Nei partiti italiani resta ancora qualcosa dell’antica e nobile funzione di organizzare ed esprimere la volontà popolare, o si tratta ormai solo di oligarchie ristrette che decidono in proprio, rimandando il problema del parere degli italiani alla prossima campagna elettorale? I partiti intendono ancora parlare e agire a nome di quella porzione di società costituita dai militanti-simpatizzanti-elettori, o questa funzione di rappresentanza è temporaneamente sospesa? E ancora: considerato che i provvedimenti anticrisi e le iniziative per il risanamento economico implicano una visione della società, richiedono scelte di parte e il dispiegarsi di una strategia di profondità, come riusciranno a coesistere Partito democratico e Popolo della libertà?
Colpisce poi questo docile e veloce ritrarsi all’ombra del governo dei professori (chi lo chiama tecnico, chi apolitico, chi apartitico…) da parte dell’intera classe politica espressa dagli ultimi decenni di storia italiana, come ad ammettere l’incapacità di costituire da sé un’efficace e praticabile proposta di governo. Quando il gioco si fa duro, loro si ritirano in tribuna, a fare il tifo oppure a fischiare e contestare: in campo si ripresenteranno solo quando ci dovranno disputare le partite più facili! In questo frangente sembra balenare una divaricazione tra chi si propone per ricevere il voto degli italiani e chi poi deve governare il paese, fare le cose, risolvere i problemi. I primi possono essere anche degli yes-men (o yes-women, of course) appariscenti e impreparati; tanto poi all’occorrenza subentrano i secondi, per cooptazione dall’alto ad opera di qualche autorità illuminata (categoria che uso volentieri per il presidente Napolitano).
Appare dunque evidente che qualcosa abbia smesso di funzionare nei meccanismi della nostra democrazia. Già umiliata dall’orripilante legge elettorale tuttora vigente, la funzione parlamentare appare adesso ulteriormente svalutata e svilita. E se il parlamento rappresenta la nazione, svalutata e svilita è la volontà della nazione, la sovranità popolare su cui dovrebbe reggersi la nostra democrazia rappresentativa. Del resto, non è detto che la democrazia sia sempre e comunque la migliore tra le forme di governo: se la maggioranza sceglie i peggiori, si afferma quella forma degenerata che Polibio chiamava oclocrazia, il governo dei peggiori appunto, rispetto al quale saremmo tentati di preferire il dispotismo illuminato. Ma ammetterlo significherebbe sancire la sconfitta del progetto antifascista, resistenziale, costituzionale, di rendere l’Italia una vera democrazia. Costruzione faticosa, irta di ostacoli e avversata da forze potenti, per cui però varrà sempre la pena di impegnarsi e di lottare.

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Il lusso non è per sempre?

La manovra, dopo giorni di contestazioni da parte delle parti sociali, di Lega e IDV, di bagarre in aula e scioperi e manifestazioni in giro per l’Italia, viene approvata alla Camera con 402 voti a favore e 75 contrari. Il Pacchetto Salva-Italia ha subito diverse modifiche e, fino a fine anno, sono previste nuove aggiunzioni e altre manomissioni e sottrazioni. Prima di rispondere alla domanda che il titolo di quest’articolo pone, facciamo una passeggiata tra i vari punti interni di questa pesante manovra:
Casa: nasce l’Imu (Imposta municipale unica) che prende il posto dell’Ici. Si pagherà dal 2012 anche la prima casa e si calcolerà su rendite catastali rivalutate del 60%. Colpiti anche gli immobili posseduti all’estero.
Pensioni: estensione per tutti dal 2012 del sistema contributivo. Età di vecchiaia fissata a 66 anni per gli uomini e 62 per le donne. Parità nel 2018. Pensioni anticipate se si raggiungeranno i 42 anni di contributi per gli uomini e 41 per le donne. Chi esce prima subirà un taglio dell’1% nell’immediato e il 2% per ogni ulteriore anno di anticipo).
Tasse: le aliquote Iva del 10% e del 21% saliranno di due punti dall’1 ottobre 2012 e dello 0.5% dall’1 gennaio 2014. Aumentano le accise sul tabacco macinato (e non sulle sigarette). Già in vigore l’aumento delle aliquote su benzina e diesel. Nelle Regioni cresce l’aliquota base dell’addizionale all’Irpef; si passa dallo 0,9% all’1,23%.
Lotta all’evasione: tracciabilità fiscale per i pagamenti oltre mille euro e uso del contante entro questo livello. Sparisce il segreto bancario.
Banche: il Tesoro potrà rilasciare la garanzia statale sui finanziamenti erogati dalla Banca d’Italia e da quelle estere fino al giugno 2012. Divieto di incroci di poltrone tra le varie banche o assicurazioni, e l’obbligo di indicare in dichiarazione dei redditi il numero di abbonati Rai.
Costi della politica: l’abolizione delle giunte provinciali e delle Provincie non sarà immediata, ma avverrà solo alla scadenza naturale  delle giunte attuali e dunque dal prossimo mandata. I membri delle Authority scendono da 50 a 28. Inpdap e Enpals vengono incorporati nell’Inps. Sui vitalizi e stipendi dei parlamentari si deciderà entro il mese di gennaio. Ci sarà un tetto massimo per gli stipendi nella Pubblica amministrazione pari al trattamento del primo presidente della Cassazione (300 mila euro annui).
Patrimoniale: i capitali rientrati con lo scudo fiscale sono colpiti da un’imposta dell’1% nel 2012, per salire all’1,35 nel 2013 e assestarsi allo 0,4% nel 2014. Tasse anche sul lusso: auto potenti e barche sopra i 10 metri e aerei privati. La tassa diminuisce col tempo (Dopo 5, 10, 15 anni dalla data di costruzione). [Analisi ripresa dalla Repubblica, 17/12/2011, articolo di Valentina Conte]
Ed è con queste ultime righe che la domanda scaturisce. La risposta, in sé, è semplice ed è la seguente: il lusso è un bene, nella maggior parte dei casi, inestinguibile. Certamente una barca può perdere il suo valore col tempo; lo perde principalmente un auto visto il suo maggiore impiego. Ma una tassa sul lusso avrebbe dovuto avere un altro senso. Basare la tassa sul valore è come dire che la ricchezza diminuisce col tempo o che la povertà è la destinazione finale di tutto quello che siamo e abbiamo. E lo sappiamo che questo non è vero. Tassare il valore del lusso e non il lusso posseduto (perché si ha la possibilità di acquistarlo) è una beffa creata appositamente per arginare un male comune in Italia: non esiste potere che può contrastare le lobby e i diversi ricchi che non conoscono distinzione tra il valore e la temporaneità del valore posseduto. Sembra difficile da spiegare, ma basta fare un esempio: se io sono un collezionista di auto e acquisto una Maserati, la utilizzo per diverso tempo e poi la colloco nel mio museo personale o la rivendo o la scambio ecc. ecc., il suo valore può perdere peso, ma non perde peso la ricchezza che io posseggo (oltretutto tenendola in un garage o in un museo o nella mia stanza, non faccio girare il mercato). La tassa sul lusso, lo dice la parola stessa, tassa il mio patrimonio in base a quello che ho e non sul valore di ciò che io posseggo. Sembra più di tassare la Natura e il procedere del tempo che la ricchezza intrinseca all’uomo che possiede quel bene.
Diciamo che mi sono impuntato su questo punto perché sembra quello meno pulito e più facile da sorvolare.
Non so se sono stato chiaro, ma è certo che la chiarezza non è un principio di questo pacchetto e, come sempre accadde e accadrà, si sta sfibrando in mille concessioni (come le liberazioni per le autostrade, le farmacie, i negozi, le edicole, i taxi) alle lobby e ai Partiti e ai ricchi imprenditori.
Quei 50 euro in più sulla bolletta di luce e gas avrà peso su chi, oggi, vive a stento e arrancando arriva a fine mese.
Monti spera che <<questo sia l’ultimo Decreto per salvare l’Italia>>.
Lui è sempre felice e speranzoso.

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