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Un nuovo massacro

E sono qui di nuovo a scrivere di un’altra pagina di proteste che naturalmente finiscono con il sangue. Inutile parlare di protesta, ormai siamo di fronte ad una guerra civile, quella che si sta combattendo in Siria. Da una parte le truppe lealiste, fedeli al governo di Bashar al-Assad, e dall’altra i civili, i militari dissidenti e le forze di opposizione che hanno istituito il CNS, il Consiglio Nazionale Siriano. Sono scontri giornalieri, le notizie arrivano, come al solito sono notizie che variano, che dipendono dalle fonti. Notizie che riguardano i morti. Dall’inizio delle proteste di marzo, si contano almeno 14mila vittime, molti di meno secondo le stime del governo. Si combatte e si parla. Ecco come è questa guerra civile siriana.

Si parla, soprattutto a New York, nel palazzo di vetro per cercare una risoluzione che vada bene per tutti. E l’hanno trovata, anche la Russia, sempre contraria a qualsiasi risoluzione per non far storcere il naso all’amico Bashar, ha detto sì a questo piano, che si avvicina a quello già proposto dalla Lega araba. Le dimissioni di Assad con la cessione dei suoi poteri al suo vice. La protezione dei civili, la liberazione di tutti gli arrestati in questi mesi, e il ritiro dell’esercito da tutte le città della Siria. Esclusi interventi militari. Ora il piano entro le prossime 48 ore verrà votato dal consiglio di sicurezza dell’Onu. Aspettando le reazioni.

Non sono mancate. Oltre 260 i morti negli ultimi scontri a Homs, dove l’esercito lealista ha bombardato la città, in un vero e proprio assedio. Smentito dall’agenzia di stato. Il solito andare e venire di notizie che non si possono sapere. I pochi giornalisti presenti non riescono neppure a scrivere e si spera nelle informazioni che fuggono dai confini e arrivano in Turchia, dove risiede il cervello del CNS. Massacri, senza tener conto di civili, di bambini. Si spara, si uccide.

Dopo il bombardamento di venerdì, nella mattinata di sabato l’esercito lealista ha ripreso a sparare, mentre gli oppositori cercano di raccogliere i corpi dei bombardamenti precedenti. Come raccontato da un giornalista della tv panaraba al-Arabiya. E si continua a scendere in piazza a protestare con la voce rotta dalle morti di amici, parenti, ma sono sempre lì a protestare. E come non condividere. E come non ammirarli. Un esponente del CNS, Bassam El Abdulla, dichiarava e se venissero a massacrarvi? Come reagirete? Parlo per me, esattamente come stanno facendo loro, combattendo.

La risoluzione Onu che sta per essere votata conferma il non intervento militare. E quindi si continuerà a morire. Moriranno tra loro, forse è quello che hanno pensato nel palazzo di vetro. Moriranno loro. È un problema loro che deve essere risolto da loro. Oltre a condannare le violenze, a spingere Assad a dimettersi con le parole, tanto il potere passerà al suo vice. Che cosa cambierebbe se passasse al suo vice? Fa parte sempre del suo governo. Ci vorrebbero subito delle elezioni, elezioni armate, e controllate, altrimenti sarebbero a rischio brogli. Ma forse è meglio così, un intervento militare in quella regione sarebbe una bomba. Se si colpisce la Siria, come potrebbe reagire l’Iran? Colpirebbe Israele? Pensando così sarebbe davvero una follia e soprattutto ci sarebbe ancora una guerra senza un esito certo. Un nuovo Afganistan, in questo momento non è auspicabile. Ma intanto l’esercito lealista massacra e non si ferma. E sono sicuro che non si fermerà nemmeno con questa risoluzione. Siamo pronti a leggere ancora notizie di sangue. Di morte. Forse a leggere qualcuno si scoccerà, ma a scrivere ci saremo ancora…credo, spero che ci saranno ancora.

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Risiko mediorientale

Ancora una volta, la quarta, da quando sono cominciate le manifestazioni, che il presidente siriano Bashar al-Assad è tornato a parlare in pubblico. E sono state parole rivolte all’Occidente. Parole rivolte alla Lega araba e parole rivolte ai propri cittadini, un monito a continuare la lotta. La lotta contro il complicato complotto che alcuni siriani, in combutta con il mondo occidentale cercano di far cadere il suo governo. Non vuole arrendersi, e forse non ne ha neanche il motivo e continua la sua battaglia aizzando i suoi sostenitori contro i terroristi che stanno rendendo instabile il suo paese. Non ha mai dato l’ordine all’esercito di sparare ai suoi sudditi, e intanto continuano le battaglie nelle strade di Homs, Dera’a, Damasco. Ma se non ha dato l’ordine chi ha detto all’esercito di sparare? Quindi non ha in mano l’esercito e quindi il suo potere è inesistente? E allora se dichiara questo viene logico dire che deve dimettersi per non far aumentare altre vittime civili. E invece no. Lui sa che mente. Anche nei tre discorsi precedenti aveva dichiarato che non avrebbe dato ordine di sparare alla folla, è il suo modo di agire, se da una parte offre la mano per la pace, dall’altra è pronto a sparare senza distinzione. Sì, senza distinzione anche se la vittima è solamente un bambino di sette mesi. Come accaduto nella piccola cittadina di Jisr al-Shughur, dove gli uomini di Assad hanno punito un uomo sospettato di aver aiutato i ribelli. L’hanno punito decapitando suo figlio. La fonte arriva da un disertore dell’esercito di Assad. Disertore perché stanco di assistere ad uno scempio del genere. Forse alla fine sarà un’esagerazione, ma casi come questi sono all’ordine del giorno. E l’Onu proprio per questo invita ancora una volta Assad a terminare con gli scontri. Neanche la vigilanza, inviata dalla Lega araba, ha fermato le violenze. È una lotta che durerà ancora a lungo. L’ha detto Assad che non si fermerà, perché vuole estirpare il terrorismo, visto nei ribelli, terrorismo appoggiato dalla Lega araba e dai paesi dell’occidente.
I paesi dell’occidente, ora più che mai, cercano di far qualcosa, soprattutto quando la “primavera araba” ha portato con sé la prima vittima occidentale. È un reporter francese che ha perso la vita. A causa di un ordigno esploso nelle vicinanze del bus che stava conducendo i giornalisti stranieri in un ospedale per una visita, guidati dal ministero dell’informazione. E questa morte provocherà più attenzione alla corte di Assad? Più pressione? Ma siamo sicuri che dopo Assad si torni alla normalità? Questa rivolta sta portando fuori alleanze davvero forti, come quella della Russia, che più volti invita gli Usa a non farsi gli affari degli altri. Salvo poi ricredersi e presentare una proposta di risoluzione al consiglio di sicurezza delle Nazioni Uniti per la Siria, condannando le violenze da ambo le parti. Una piccola reazione che potrebbe significare isolamento per Assad, ma anche un alla ‘Siria ci pensano gli amici della Siria’, come Russia e Cina. Questo non è molto secondo i rappresentanti francesi e inglesi, la Russia potrebbe fare di più per fermare le violenze.
E intanto continuano i morti. Quasi ogni giorno ci sono attentati, esplosioni, colpi di mortaio. È una guerra a tutti gli effetti. Una guerra civile. E credo che durerà ancora a lungo, salvo una presa di posizione internazionale con un intervento militare, ma come accaduto in Afganistan, potrebbe essere l’inizio di una guerra ancora più lunga. La via diplomatica sembrerebbe la strada migliore, Assad con un buon accordo potrebbe farsi da parte, con un accordo stipulato dai suoi amici russi, cinesi, iraniani, dovrebbero essere loro a prendersi la briga di fermare questa guerra civile. Ma poi gli interessi occidentali, e israeliani stessi? Damasco è un punto cruciale per tutto il Medio-oriente. Soprattutto per Israele. Una vittoria dei ribelli e una conseguente vittoria islamica potrebbe isolare e rendere ancora più difficile la coesistenza in quella regione degli israeliani o anzi loro avrebbero meno potere. Siamo davanti ad una partita internazionale di Risiko. Ogni stato con il proprio obiettivo da far valere. Ogni mossa prontamente studiata. E a pagare questo gioco come sempre sono i cittadini. Come sempre in ogni gioco internazionale a pagare sono sempre quelli che non contano nulla. I cittadini come i carri armati del Risiko, pedine da scambiare, da buttare.

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Lo scenario egiziano

La terra dei Faraoni, dove un tempo era stato padrone del mondo fino allora conosciuto, ora è alla prese con una democratizzazione lenta, dopo la caduta dell’ultimo “faraone”, il despota Mubarak, al governo ininterrotto da trent’anni e caduto per le folate del vento sospinto dalla primavera araba. Quel vento che era partito dalla vicina Tunisia e poi diradatosi in tutto il Nord Africa. Famosi sono diventati quei ragazzi che da piazza Tahrir protestavano sfidando il despota e facendo in modo che il tiranno abbia lasciato il trono. Sembrava una festa, la vittoria della democrazia. Giusto il tempo che l’esercito si sostituisse e sono tornati i malumori. Quei ragazzi di Piazza Tahrir si sono sentiti traditi dal governo di emergenza, che deve trainare il paese fino alla fine delle elezioni, la terza tornata di voto sarà a gennaio, mentre il voto per il nuovo Senato si effettuerà in marzo. E sono tornati a scendere in piazza, a gridare contro il governo provvisorio, e contro le violenze. Come se nulla fosse cambiato. Da un regime all’altro e si sono cominciati a chiedere per cosa hanno combattuto nei mesi scorsi? E dalla primavera si è arrivati all’autunno e quegli stessi ragazzi sono tornati a sfilare per le strade, a sfidare l’esercito, e soprattutto a morire per delle idee di libertà, di democrazia. E sono tornati i morti. Prima dell’elezione del 28 novembre, numerose sono state le vittime tra gli scontri esercito e manifestanti. Dopo il voto, un po’ di pace e adesso alla vigilia della seconda tornata elettorale altri spargimenti di sangue. La polizia dell’esercito carica i manifestanti, ne esce fuori un morto. Poi ne arrivano altri. In poco tempo. Lo scenario è sempre piazza Tahrir, Il Cairo, dove i delusi della prima tornata, i ragazzi che avevano cominciato la rivoluzione.
Intanto si vota. La prima tornata, svoltasi il 28 novembre ha riportato notizie che pochi si aspettavano. La vittoria dei partiti islamici. Due su tutti: i Fratelli musulmani e i salafiti di El-Nour che si dividono circa il 60% dei votanti. Il restante dei voti è andato alla parte liberale, la stessa appoggiata dai ragazzi di Piazza Tahrir. Ed è qui che sta la novità, soprattutto per noi che stiamo in Occidente. Dopo la rivoluzione di primavera, molti si aspettavano che uscisse fuori dalle urne la vittoria dei partiti liberali sostenuti dai manifestanti, e invece il voto ha dato un altro esito. La differenza è che è solo il Nord, più vicino all’occidente, aspira ad un paese più moderno. Il Sud è molto più legato alle tradizioni islamiche. In questi luoghi, la rivoluzione di primavera è stata un’eco lontana. Ci sono state delle manifestazioni, ma nessun morto, nessuna carica, tutto nella normalità. Quasi tutti sono d’accordo sulla figura negativa di Mubarak, che ormai era dedito a corruzione e a esaudire i propri interessi, tralasciando alla povertà il resto del paese, cosa che in posti più poveri ha pesato fortemente, ma nello stesso tempo non ha visto, e non ha creduto e non ci crede che la rivoluzione sia la salvezza per l’Egitto. In quanto, troppo vicina agli ideali occidentali che sono impuri verso le leggi severe del Corano. Come il sesso prematrimoniale. Ecco per loro uno stato così liberale non dovrebbe nascere, ma deve essere fondato sulle leggi dell’Islam. Insomma un nuovo stato islamico. Dove costruire la costituzione di questo grande stato africano. Non sono persone anziane, senza un’istruzione, ma è la voce che viene dai giovani del Sud dell’Egitto, guide turistiche che hanno studiato le lingue occidentali, che hanno studiato la storia del proprio paese.
Quale sia la scelta di questo popolo, nelle lunghe tornate elettorali, è di secondo piano, l’importante è che sia una scelta libera e indipendente. Ecco, questa è stata la vittoria dei ragazzi di piazza Tahrir, che adesso si dimostrano essere la minoranza, non importa, quello che volevano, secondo me, l’hanno ottenuto. La libertà di scegliere il proprio futuro. E questo al Sud l’hanno capito. La loro scelta è nell’Islam, da cui si sono formati, e da cui vorrebbero dipendere per far ripartire il proprio paese. E sì, perché oggi l’Egitto versa in difficoltà. Con la rivoluzione, le violenze, i morti, i viaggi turistici si sono dimezzati, e senza turismo il paese è fermo. Il turismo, soprattutto al sud di Luxor è l’unica fonte di salvezza. E ripongono le proprie speranze nel far ripartire il flusso di turisti occidentali verso le città archeologiche, lungo il Nilo o lungo la costa del mar Rosso. Chiunque prenda le redini del paese deve preoccuparsi di far ripartire la sua economia turistica.
Ci sarà anche un gioco di accordi politici. La scelta dei salafiti e dei Fratelli musulmani delle proprie alleanze. Le prime dichiarazioni da parte del partito di El-Nour dicono che non si accorderanno mai con chi predica un islam più moderato. E i Fratelli musulmani dove si uniranno con i liberali o con gli islamici più radicali? In poche parole è ancora lungo il cammino.
Ma c’è ancora un altro scenario. Molto più triste. Al governo transitorio c’è l’esercito. E se alla fine del voto non accettassero ciò che è uscito dalle urne? Cosa succederà poi nelle strade del Sud e del Nord? Io prevedo una solo risposta, abbastanza semplice: guerra. Spero soltanto di sbagliarmi.

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Non si ferma la morte in Siria

E le mie dita battono sulla tastiera per raccontare ancora morti, stragi e una rivolta che non trova una fine. Parlo ancora della Siria. E dei morti che aumentano, mese dopo mese. Siamo a nove mesi. Le cifre parlano di quattromila morti. Altre sono ancora più impressionanti e arrivano a diecimila vittime, senza contare le ventimila che non si sanno che fine abbiano fatto, più le settantamila persone che in questo momento si trovano in carcere. Arrestati durante le manifestazioni di protesta. Una guerra civile. Non si può dire altro.
Assad è sempre ben saldo sul suo trono di rosso vermiglio, che assorbe sempre di più il sangue dei suoi stessi concittadini. Ma si sa, è difficile lasciare il potere, anche quando sembra giunto alla fine e con le unghie si cerca di tenerlo il più a lungo possibile, sotto il proprio controllo. Ma a volte il potere perdo il senso, diventa follia.
E allora quasi diventa una notizia di routine, che va in secondo piano, i morti che si sommano, settimana dopo settimana. 30, 40 alla settimana. È l’esercito che reprime le manifestazioni che non si sono fermate mai, dal marzo scorso. E ancora scendono in piazza, anche i bambini, dove a Homs, l’altro giorno ha visto cadere due bambini di 10 e 12 anni. Quanto costa la libertà? Vedere morire i bambini, sparare in una folla, inerme, è crudele, ma è la dimostrazione che non sono semplici rivolte, che non sono manifestazioni sparse, e sporadiche. Questo dimostra che è guerra civile. E nella guerra civile sono i civili, e soprattutto i bambini a pagarne le conseguenze più amare.
Intanto il mondo si indigna e cerca di far qualcosa, dopo un po’ di immobilismo, legato a troppi interessi economici che la Siria ha sia con l’Occidente, sia con i paesi arabi. E lo dimostra anche la divisione della Lega Araba sulle sanzioni da effettuare. Dopo la sospensione del paese di Assad dalla Lega, si era pensato a inasprire con forti sanzioni economiche il governo siriano, ma ha avuto l’opposizione di Iraq e Libano, molto legate le loro economie agli aiuti siriani.
Dall’altro canto, l’opposizione, il Consiglio Nazionale Siriano, (CNS), guidato da Burhan Ghalioun, è in Europa, dove l’altro giorno ha incontrato in Svizzera Hilary Clinton, ed è stato a Roma, ospite del ministro degli Esteri Terzi. Dopo il colloquio il capo della Farnesina ha dichiarato che bisogna inasprire le sanzioni contro il regime di Bashar al-Assad. E soprattutto fare in modo di convincere paesi, come la Russia, a non mettere il veto a proposte di sanzioni contro il governo siriano.
Isolare Assad in politica estera potrebbe aiutare le opposizioni a far cessare le violenze. Ma i rapporti economici di Assad con nazioni potenti come Cina e Russia rallenta tutto. E l’opposizione cerca contatti anche tra i paesi arabi vicini, come l’Iran, sostenitrice di Assad. E intanto le strade si colorano di sangue.
Fare in fretta, forse non è la soluzione migliore, si correrebbe lo stesso rischio avvenuto in Egitto, nelle ultime settimane prima del voto. Senza governi di transizione o governi fantocci appoggiati dalle comunità internazionali, ma ci vorrebbe il buon senso di Bashar, le sue dimissioni, o comunque la sua definitiva caduta, con i propri passi o sulle spalle di altri, la fine delle violenze e un voto democratico, dove il popolo decida le proprie sorti.
Non sono convinto che sia così semplice. Ma è la situazione migliore che potrebbe non provocare altro caos. Eppure tutto era cominciato con una richiesta così semplice: riforme. Riforme più democratiche, la voglia di poter decidere con le proprie idee le sorti del paese che si ama. Idee queste che sbattono contro il muro del potere, un potere cieco che non vede altro che la sua poltrona dorata e nulla più. E gli occhi sono chiusi mentre si spara ad altezza d’uomo contro la folla che protesta, che cammina cercando la propria libertà. Si sentono solo le grida strozzate dal pianto di gente che cade, credendo in quello che fanno. E i passi aumentano, e i corpi si ammassano, diventano martiri di una libertà crudele. Questa è la guerra civile. Da una parte e dall’altra nessuno cederà il passo. Intanto il mondo guarda e lentamente fa qualcosa. Ha le mani legati da banconote e da interessi che non si vogliono spezzare. Ancora.

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