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Gli Usa presentano: piromani in divisa

Sdegno, vergogna e rabbia. Queste sono le parole che scaturiscono, poiché li rappresentano perfettamente, dai sentimenti in me suscitati lo scorso martedì 21 febbraio. Prima di tutto, però, bisogna contestualizzare.

Fuori dalla base aerea americana di Bagram, a nord di Kabul, il 21 febbraio si è svolta una manifestazione più che animata, naturalmente non si è perso tempo e subito i media mettono in bocca agli afghani infuriati parole di estremismo islamico quali “Morte agli infedeli!”, accompagnate da un bel contorno di bombe molotov. Bisogna a questo punto dichiarare la scintilla che ha incendiato gli animi a Kabul, e incendiato è decisamente la parola giusta. I soldati americani hanno bruciato alcune copie del Corano in bella vista di fronte alla popolazione. Ora, sinceramente, parlando di altre religioni, che ne so, di cristiani, non si sarebbero forse incazzati vedendo il proprio libro sacro bruciato? Ancor di più, io penso, se i piromani fossero di un’altra religione e soprattutto occupanti (o forse meglio invasori) del proprio paese. E ciò è avvenuto, solo che a bruciare era il libro dei terroristi, quindi non è così importante.

Il generale John Allen, che guida la Nato in Afghanistan, si è subito scusato, non si possono fare troppe figure di merda in un giorno solo, o forse sì, visto che è riuscito a dichiarare che “non si è trattato in alcun modo di un atto intenzionale”. No, si figuri, è stata combustione spontanea, d’altronde i libri del Medio Oriente sono famosi proprio per questo.

Idiozie a parte il generale ha prontamente affermato di aver ordinato l’apertura di un’inchiesta sui fatti avvenuti. Per diletto provo a fare dei pronostici:

  1. il caso verrà insabbiato e tutto tornerà alla normalità, in questo momento l’ipotesi meno plausibile, anche se, si sa, gli americani sono specialisti nell’arte dell’insabbiamento;
  2. il colpevole verrà trovato e risulterà o un americano che guarda caso sarà affetto da disturbi mentali oppure un fondamentalista islamico che voleva scatenare una rivolta della popolazione per ottenere la morte di tutti gli infedeli.

In realtà comunque io non mi scioccherei più di tanto se a compiere un’azione del genere fosse stato addirittura un afghano. La presenza nel proprio paese di forze armate straniere non ha mai rallegrato nessun popolo, ciò valeva tanto per gli italiani sotto il controllo nazista quanto vale oggi per gli afghani sotto quello statunitense…volevo dire della Nato. Per i primi, decisamente più liberi di agire, ha dato vita alla lotta partigiana e quindi alla liberazione, si potrà dire lo stesso per i secondi? Sinceramente lo spero.

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Un nuovo massacro

E sono qui di nuovo a scrivere di un’altra pagina di proteste che naturalmente finiscono con il sangue. Inutile parlare di protesta, ormai siamo di fronte ad una guerra civile, quella che si sta combattendo in Siria. Da una parte le truppe lealiste, fedeli al governo di Bashar al-Assad, e dall’altra i civili, i militari dissidenti e le forze di opposizione che hanno istituito il CNS, il Consiglio Nazionale Siriano. Sono scontri giornalieri, le notizie arrivano, come al solito sono notizie che variano, che dipendono dalle fonti. Notizie che riguardano i morti. Dall’inizio delle proteste di marzo, si contano almeno 14mila vittime, molti di meno secondo le stime del governo. Si combatte e si parla. Ecco come è questa guerra civile siriana.

Si parla, soprattutto a New York, nel palazzo di vetro per cercare una risoluzione che vada bene per tutti. E l’hanno trovata, anche la Russia, sempre contraria a qualsiasi risoluzione per non far storcere il naso all’amico Bashar, ha detto sì a questo piano, che si avvicina a quello già proposto dalla Lega araba. Le dimissioni di Assad con la cessione dei suoi poteri al suo vice. La protezione dei civili, la liberazione di tutti gli arrestati in questi mesi, e il ritiro dell’esercito da tutte le città della Siria. Esclusi interventi militari. Ora il piano entro le prossime 48 ore verrà votato dal consiglio di sicurezza dell’Onu. Aspettando le reazioni.

Non sono mancate. Oltre 260 i morti negli ultimi scontri a Homs, dove l’esercito lealista ha bombardato la città, in un vero e proprio assedio. Smentito dall’agenzia di stato. Il solito andare e venire di notizie che non si possono sapere. I pochi giornalisti presenti non riescono neppure a scrivere e si spera nelle informazioni che fuggono dai confini e arrivano in Turchia, dove risiede il cervello del CNS. Massacri, senza tener conto di civili, di bambini. Si spara, si uccide.

Dopo il bombardamento di venerdì, nella mattinata di sabato l’esercito lealista ha ripreso a sparare, mentre gli oppositori cercano di raccogliere i corpi dei bombardamenti precedenti. Come raccontato da un giornalista della tv panaraba al-Arabiya. E si continua a scendere in piazza a protestare con la voce rotta dalle morti di amici, parenti, ma sono sempre lì a protestare. E come non condividere. E come non ammirarli. Un esponente del CNS, Bassam El Abdulla, dichiarava e se venissero a massacrarvi? Come reagirete? Parlo per me, esattamente come stanno facendo loro, combattendo.

La risoluzione Onu che sta per essere votata conferma il non intervento militare. E quindi si continuerà a morire. Moriranno tra loro, forse è quello che hanno pensato nel palazzo di vetro. Moriranno loro. È un problema loro che deve essere risolto da loro. Oltre a condannare le violenze, a spingere Assad a dimettersi con le parole, tanto il potere passerà al suo vice. Che cosa cambierebbe se passasse al suo vice? Fa parte sempre del suo governo. Ci vorrebbero subito delle elezioni, elezioni armate, e controllate, altrimenti sarebbero a rischio brogli. Ma forse è meglio così, un intervento militare in quella regione sarebbe una bomba. Se si colpisce la Siria, come potrebbe reagire l’Iran? Colpirebbe Israele? Pensando così sarebbe davvero una follia e soprattutto ci sarebbe ancora una guerra senza un esito certo. Un nuovo Afganistan, in questo momento non è auspicabile. Ma intanto l’esercito lealista massacra e non si ferma. E sono sicuro che non si fermerà nemmeno con questa risoluzione. Siamo pronti a leggere ancora notizie di sangue. Di morte. Forse a leggere qualcuno si scoccerà, ma a scrivere ci saremo ancora…credo, spero che ci saranno ancora.

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Risiko mediorientale

Ancora una volta, la quarta, da quando sono cominciate le manifestazioni, che il presidente siriano Bashar al-Assad è tornato a parlare in pubblico. E sono state parole rivolte all’Occidente. Parole rivolte alla Lega araba e parole rivolte ai propri cittadini, un monito a continuare la lotta. La lotta contro il complicato complotto che alcuni siriani, in combutta con il mondo occidentale cercano di far cadere il suo governo. Non vuole arrendersi, e forse non ne ha neanche il motivo e continua la sua battaglia aizzando i suoi sostenitori contro i terroristi che stanno rendendo instabile il suo paese. Non ha mai dato l’ordine all’esercito di sparare ai suoi sudditi, e intanto continuano le battaglie nelle strade di Homs, Dera’a, Damasco. Ma se non ha dato l’ordine chi ha detto all’esercito di sparare? Quindi non ha in mano l’esercito e quindi il suo potere è inesistente? E allora se dichiara questo viene logico dire che deve dimettersi per non far aumentare altre vittime civili. E invece no. Lui sa che mente. Anche nei tre discorsi precedenti aveva dichiarato che non avrebbe dato ordine di sparare alla folla, è il suo modo di agire, se da una parte offre la mano per la pace, dall’altra è pronto a sparare senza distinzione. Sì, senza distinzione anche se la vittima è solamente un bambino di sette mesi. Come accaduto nella piccola cittadina di Jisr al-Shughur, dove gli uomini di Assad hanno punito un uomo sospettato di aver aiutato i ribelli. L’hanno punito decapitando suo figlio. La fonte arriva da un disertore dell’esercito di Assad. Disertore perché stanco di assistere ad uno scempio del genere. Forse alla fine sarà un’esagerazione, ma casi come questi sono all’ordine del giorno. E l’Onu proprio per questo invita ancora una volta Assad a terminare con gli scontri. Neanche la vigilanza, inviata dalla Lega araba, ha fermato le violenze. È una lotta che durerà ancora a lungo. L’ha detto Assad che non si fermerà, perché vuole estirpare il terrorismo, visto nei ribelli, terrorismo appoggiato dalla Lega araba e dai paesi dell’occidente.
I paesi dell’occidente, ora più che mai, cercano di far qualcosa, soprattutto quando la “primavera araba” ha portato con sé la prima vittima occidentale. È un reporter francese che ha perso la vita. A causa di un ordigno esploso nelle vicinanze del bus che stava conducendo i giornalisti stranieri in un ospedale per una visita, guidati dal ministero dell’informazione. E questa morte provocherà più attenzione alla corte di Assad? Più pressione? Ma siamo sicuri che dopo Assad si torni alla normalità? Questa rivolta sta portando fuori alleanze davvero forti, come quella della Russia, che più volti invita gli Usa a non farsi gli affari degli altri. Salvo poi ricredersi e presentare una proposta di risoluzione al consiglio di sicurezza delle Nazioni Uniti per la Siria, condannando le violenze da ambo le parti. Una piccola reazione che potrebbe significare isolamento per Assad, ma anche un alla ‘Siria ci pensano gli amici della Siria’, come Russia e Cina. Questo non è molto secondo i rappresentanti francesi e inglesi, la Russia potrebbe fare di più per fermare le violenze.
E intanto continuano i morti. Quasi ogni giorno ci sono attentati, esplosioni, colpi di mortaio. È una guerra a tutti gli effetti. Una guerra civile. E credo che durerà ancora a lungo, salvo una presa di posizione internazionale con un intervento militare, ma come accaduto in Afganistan, potrebbe essere l’inizio di una guerra ancora più lunga. La via diplomatica sembrerebbe la strada migliore, Assad con un buon accordo potrebbe farsi da parte, con un accordo stipulato dai suoi amici russi, cinesi, iraniani, dovrebbero essere loro a prendersi la briga di fermare questa guerra civile. Ma poi gli interessi occidentali, e israeliani stessi? Damasco è un punto cruciale per tutto il Medio-oriente. Soprattutto per Israele. Una vittoria dei ribelli e una conseguente vittoria islamica potrebbe isolare e rendere ancora più difficile la coesistenza in quella regione degli israeliani o anzi loro avrebbero meno potere. Siamo davanti ad una partita internazionale di Risiko. Ogni stato con il proprio obiettivo da far valere. Ogni mossa prontamente studiata. E a pagare questo gioco come sempre sono i cittadini. Come sempre in ogni gioco internazionale a pagare sono sempre quelli che non contano nulla. I cittadini come i carri armati del Risiko, pedine da scambiare, da buttare.

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Lo scenario egiziano

La terra dei Faraoni, dove un tempo era stato padrone del mondo fino allora conosciuto, ora è alla prese con una democratizzazione lenta, dopo la caduta dell’ultimo “faraone”, il despota Mubarak, al governo ininterrotto da trent’anni e caduto per le folate del vento sospinto dalla primavera araba. Quel vento che era partito dalla vicina Tunisia e poi diradatosi in tutto il Nord Africa. Famosi sono diventati quei ragazzi che da piazza Tahrir protestavano sfidando il despota e facendo in modo che il tiranno abbia lasciato il trono. Sembrava una festa, la vittoria della democrazia. Giusto il tempo che l’esercito si sostituisse e sono tornati i malumori. Quei ragazzi di Piazza Tahrir si sono sentiti traditi dal governo di emergenza, che deve trainare il paese fino alla fine delle elezioni, la terza tornata di voto sarà a gennaio, mentre il voto per il nuovo Senato si effettuerà in marzo. E sono tornati a scendere in piazza, a gridare contro il governo provvisorio, e contro le violenze. Come se nulla fosse cambiato. Da un regime all’altro e si sono cominciati a chiedere per cosa hanno combattuto nei mesi scorsi? E dalla primavera si è arrivati all’autunno e quegli stessi ragazzi sono tornati a sfilare per le strade, a sfidare l’esercito, e soprattutto a morire per delle idee di libertà, di democrazia. E sono tornati i morti. Prima dell’elezione del 28 novembre, numerose sono state le vittime tra gli scontri esercito e manifestanti. Dopo il voto, un po’ di pace e adesso alla vigilia della seconda tornata elettorale altri spargimenti di sangue. La polizia dell’esercito carica i manifestanti, ne esce fuori un morto. Poi ne arrivano altri. In poco tempo. Lo scenario è sempre piazza Tahrir, Il Cairo, dove i delusi della prima tornata, i ragazzi che avevano cominciato la rivoluzione.
Intanto si vota. La prima tornata, svoltasi il 28 novembre ha riportato notizie che pochi si aspettavano. La vittoria dei partiti islamici. Due su tutti: i Fratelli musulmani e i salafiti di El-Nour che si dividono circa il 60% dei votanti. Il restante dei voti è andato alla parte liberale, la stessa appoggiata dai ragazzi di Piazza Tahrir. Ed è qui che sta la novità, soprattutto per noi che stiamo in Occidente. Dopo la rivoluzione di primavera, molti si aspettavano che uscisse fuori dalle urne la vittoria dei partiti liberali sostenuti dai manifestanti, e invece il voto ha dato un altro esito. La differenza è che è solo il Nord, più vicino all’occidente, aspira ad un paese più moderno. Il Sud è molto più legato alle tradizioni islamiche. In questi luoghi, la rivoluzione di primavera è stata un’eco lontana. Ci sono state delle manifestazioni, ma nessun morto, nessuna carica, tutto nella normalità. Quasi tutti sono d’accordo sulla figura negativa di Mubarak, che ormai era dedito a corruzione e a esaudire i propri interessi, tralasciando alla povertà il resto del paese, cosa che in posti più poveri ha pesato fortemente, ma nello stesso tempo non ha visto, e non ha creduto e non ci crede che la rivoluzione sia la salvezza per l’Egitto. In quanto, troppo vicina agli ideali occidentali che sono impuri verso le leggi severe del Corano. Come il sesso prematrimoniale. Ecco per loro uno stato così liberale non dovrebbe nascere, ma deve essere fondato sulle leggi dell’Islam. Insomma un nuovo stato islamico. Dove costruire la costituzione di questo grande stato africano. Non sono persone anziane, senza un’istruzione, ma è la voce che viene dai giovani del Sud dell’Egitto, guide turistiche che hanno studiato le lingue occidentali, che hanno studiato la storia del proprio paese.
Quale sia la scelta di questo popolo, nelle lunghe tornate elettorali, è di secondo piano, l’importante è che sia una scelta libera e indipendente. Ecco, questa è stata la vittoria dei ragazzi di piazza Tahrir, che adesso si dimostrano essere la minoranza, non importa, quello che volevano, secondo me, l’hanno ottenuto. La libertà di scegliere il proprio futuro. E questo al Sud l’hanno capito. La loro scelta è nell’Islam, da cui si sono formati, e da cui vorrebbero dipendere per far ripartire il proprio paese. E sì, perché oggi l’Egitto versa in difficoltà. Con la rivoluzione, le violenze, i morti, i viaggi turistici si sono dimezzati, e senza turismo il paese è fermo. Il turismo, soprattutto al sud di Luxor è l’unica fonte di salvezza. E ripongono le proprie speranze nel far ripartire il flusso di turisti occidentali verso le città archeologiche, lungo il Nilo o lungo la costa del mar Rosso. Chiunque prenda le redini del paese deve preoccuparsi di far ripartire la sua economia turistica.
Ci sarà anche un gioco di accordi politici. La scelta dei salafiti e dei Fratelli musulmani delle proprie alleanze. Le prime dichiarazioni da parte del partito di El-Nour dicono che non si accorderanno mai con chi predica un islam più moderato. E i Fratelli musulmani dove si uniranno con i liberali o con gli islamici più radicali? In poche parole è ancora lungo il cammino.
Ma c’è ancora un altro scenario. Molto più triste. Al governo transitorio c’è l’esercito. E se alla fine del voto non accettassero ciò che è uscito dalle urne? Cosa succederà poi nelle strade del Sud e del Nord? Io prevedo una solo risposta, abbastanza semplice: guerra. Spero soltanto di sbagliarmi.

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Non si ferma la morte in Siria

E le mie dita battono sulla tastiera per raccontare ancora morti, stragi e una rivolta che non trova una fine. Parlo ancora della Siria. E dei morti che aumentano, mese dopo mese. Siamo a nove mesi. Le cifre parlano di quattromila morti. Altre sono ancora più impressionanti e arrivano a diecimila vittime, senza contare le ventimila che non si sanno che fine abbiano fatto, più le settantamila persone che in questo momento si trovano in carcere. Arrestati durante le manifestazioni di protesta. Una guerra civile. Non si può dire altro.
Assad è sempre ben saldo sul suo trono di rosso vermiglio, che assorbe sempre di più il sangue dei suoi stessi concittadini. Ma si sa, è difficile lasciare il potere, anche quando sembra giunto alla fine e con le unghie si cerca di tenerlo il più a lungo possibile, sotto il proprio controllo. Ma a volte il potere perdo il senso, diventa follia.
E allora quasi diventa una notizia di routine, che va in secondo piano, i morti che si sommano, settimana dopo settimana. 30, 40 alla settimana. È l’esercito che reprime le manifestazioni che non si sono fermate mai, dal marzo scorso. E ancora scendono in piazza, anche i bambini, dove a Homs, l’altro giorno ha visto cadere due bambini di 10 e 12 anni. Quanto costa la libertà? Vedere morire i bambini, sparare in una folla, inerme, è crudele, ma è la dimostrazione che non sono semplici rivolte, che non sono manifestazioni sparse, e sporadiche. Questo dimostra che è guerra civile. E nella guerra civile sono i civili, e soprattutto i bambini a pagarne le conseguenze più amare.
Intanto il mondo si indigna e cerca di far qualcosa, dopo un po’ di immobilismo, legato a troppi interessi economici che la Siria ha sia con l’Occidente, sia con i paesi arabi. E lo dimostra anche la divisione della Lega Araba sulle sanzioni da effettuare. Dopo la sospensione del paese di Assad dalla Lega, si era pensato a inasprire con forti sanzioni economiche il governo siriano, ma ha avuto l’opposizione di Iraq e Libano, molto legate le loro economie agli aiuti siriani.
Dall’altro canto, l’opposizione, il Consiglio Nazionale Siriano, (CNS), guidato da Burhan Ghalioun, è in Europa, dove l’altro giorno ha incontrato in Svizzera Hilary Clinton, ed è stato a Roma, ospite del ministro degli Esteri Terzi. Dopo il colloquio il capo della Farnesina ha dichiarato che bisogna inasprire le sanzioni contro il regime di Bashar al-Assad. E soprattutto fare in modo di convincere paesi, come la Russia, a non mettere il veto a proposte di sanzioni contro il governo siriano.
Isolare Assad in politica estera potrebbe aiutare le opposizioni a far cessare le violenze. Ma i rapporti economici di Assad con nazioni potenti come Cina e Russia rallenta tutto. E l’opposizione cerca contatti anche tra i paesi arabi vicini, come l’Iran, sostenitrice di Assad. E intanto le strade si colorano di sangue.
Fare in fretta, forse non è la soluzione migliore, si correrebbe lo stesso rischio avvenuto in Egitto, nelle ultime settimane prima del voto. Senza governi di transizione o governi fantocci appoggiati dalle comunità internazionali, ma ci vorrebbe il buon senso di Bashar, le sue dimissioni, o comunque la sua definitiva caduta, con i propri passi o sulle spalle di altri, la fine delle violenze e un voto democratico, dove il popolo decida le proprie sorti.
Non sono convinto che sia così semplice. Ma è la situazione migliore che potrebbe non provocare altro caos. Eppure tutto era cominciato con una richiesta così semplice: riforme. Riforme più democratiche, la voglia di poter decidere con le proprie idee le sorti del paese che si ama. Idee queste che sbattono contro il muro del potere, un potere cieco che non vede altro che la sua poltrona dorata e nulla più. E gli occhi sono chiusi mentre si spara ad altezza d’uomo contro la folla che protesta, che cammina cercando la propria libertà. Si sentono solo le grida strozzate dal pianto di gente che cade, credendo in quello che fanno. E i passi aumentano, e i corpi si ammassano, diventano martiri di una libertà crudele. Questa è la guerra civile. Da una parte e dall’altra nessuno cederà il passo. Intanto il mondo guarda e lentamente fa qualcosa. Ha le mani legati da banconote e da interessi che non si vogliono spezzare. Ancora.

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Terrorismo e indipendentismo: due modi per chiamare la stessa cosa

E‘ l’alba di mercoledì 19 ottobre 2011: nel sud-est della Turchia, al confine con l’Iraq, 26 soldati vengono uccisi e altri 18 feriti da un attacco sferrato dai separatisti curdi. Il Pkk, il Partito del Lavoratori del Kurdistan, questa volta si è dato da fare. E’ la peggiore offensiva lanciata da questa organizzazione separatista, considerata naturalmente terroristica, degli ultimi quindici anni; per ritrovare un episodio simile bisogna arrivare all’ormai lontano maggio del 1993, quando vengono uccisi a Bingol 33 soldati di leva. Subito dopo aver ricevuto la notizia, il presidente Abdullah Gul annuncia pubblicamente che la vendetta della Turchia sarà “enorme” e “molteplice”; difatti qualche ora più tardi l’aviazione militare si esibisce in una serie di bombardamenti sulle montagne del Nord dell’Iraq per rappresaglia, e a quanto sembra dalle dichiarazioni ufficiali 15 militanti ribelli sono rimasti uccisi.
Sono episodi che fanno riflettere. Fanno riflettere sul fatto che ci si sbalordisce e si rabbrividisce di fronte a un numero di due cifre di morti tra i soldati regolari, vittime di attentati terroristici, mentre viene presentata quasi normale una notizia secondo la quale i Turchi si vantavano di aver ucciso dai 145 ai 160 guerriglieri curdi solo lo scorso agosto. Non sono solo i Turchi però i nemici dei curdi. Questo popolo infatti è stimato essere composto da circa 20 o 30 milioni di persone, tutte della stessa etnia, con la stessa cultura, parlanti la stessa lingua e abitanti una zona del Medio Oriente chiamata appunto Kurdistan, che comprende il sud-est della Turchia, il nord dell’Iraq, il nord-est della Siria e parte dell’ovest dell’Iran. Tale popolazione è ritenuta uno dei più grandi gruppi etnici  privi di unità nazionale al mondo. In Iran, giusto per fare un esempio di quello che il Pkk e gli altri gruppi separatisti curdi sparsi negli altri paesi vorrebbero evitare di subire, nel 1981 la repressione di Teheran fece sì che morissero 18 operai curdi che lavoravano in un villaggio di Sarugliamish; in Iraq invece vi è stata la più grande repressione che i curdi abbiano mai affrontato nel Novecento: nel 1983 sparirono 8000 persone facenti parte di questa etnia e tuttora di loro non si sa più nulla, nel più recente 1988 invece 5000 furono i morti causati da un attacco chimico che aveva come unico scopo l’eliminazione dei curdi iracheni. Ancora, e questo è un fatto molto più recente, il 12 ottobre scorso, in Siria, è stato assassinato Mesh’al Tammo, leader dei curdi siriani, secondo gli attivisti anti-Assad sarebbe stato ucciso dagli uomini del governo per aver “mobilitato la minoranza curda nelle proteste antigovernative” (Amnesty international, http://www.amnesty.it/siria-assassinato-leader-curdo).
Con queste mie parole non voglio difendere nessuno, né i curdi che cercano con la forza e con il dialogo di ottenere uno stato per loro, né coloro che li reprimono o cercano di difendersi. Vorrei solo far notare che, sì, la violenza la maggior parte delle volte non è la soluzione, ma quando c’è, e quindi quando avviene uno scontro, ci sono sempre almeno due punti di vista differenti. Per questo motivo, a mio parere, è d’obbligo, per ottenere una visione, se non ottimale, almeno discreta e non monodimensionale della situazione, vedere, ascoltare entrambe le parti, perché ognuna di esse ha almeno una ragione dalla propria. In questo caso, da una parte vi è un popolo che cerca la propria libertà, e la propria indipendenza; dall’altra almeno quattro popoli che cercano di impedirglielo. Tutti e due agiscono allo stesso modo: usando le armi. Infine mi sento in dovere di sottolineare una cosa: solo per il fatto che gli Usa e l’Ue hanno deciso di tacciare queste organizzazioni come “terroristiche”, non significa che queste siano tali sul serio. Riporto un esempio forse assurdo ma che può meglio esplicare la mia affermazione: quando nel Medioevo alcuni membri di una comunità sostenevano che una donna fosse una strega, tutti finivano per pensarlo. Allo stesso modo sembra accadere ai giorni nostri… In fondo terrorismo e indipendentismo sono spesso due diversi modi per chiamare la stessa cosa.

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E’ morto Gheddafi, è nata la Libia

Muhammar Gheddafi è morto lo scorso 20 ottobre. La notizia – e la relativa foto del cadavere annessa – ha fatto subito il giro del mondo. L’annuncio è arrivato direttamente da CNT. L’ex raìs è stato trovato dai ribelli mentre con il suo convoglio cercava di fuggire dalla città di Sirte ormai totalmente in mano ai ribelli. La conquista di questa città, roccaforte lealista e punto geograficamente strategico, ha infatti segnato la svolta per questa rivoluzione che dura ormai da nove lunghissimi mesi.
Le dinamiche delle morte sono ovviamente ancora poco chiare, ma la maggior parte delle fonti sostiene che il Colonnello sarebbe stato catturato vivo, e avrebbe poi perso la vita in un conflitto armato con i membri del CNT, dopo aver tentato la fuga. Sarebbe effettivamente plausibile, inoltre, la voce secondo la quale il vero e proprio esecutore di Gheddafi sia stato un ragazzino quasi ventenne, che, subito dopo averlo ucciso, ha mostrato con orgoglio la pistola d’oro sottratta al dittatore. Altre fonti, che trovano però pochi riscontri nella realtà, sostengono che l’ex raìs sia stato invece ucciso dalla NATO, che avrebbe poi consegnato il corpo ai ribelli.
La foto del cadavere martoriato di uno degli uomini più potenti e ricchi del mondo ha suscitato scalpore, ed era prevedibile. Non è difficile far tornare alla mente della popolazione mondiale il dibattito riguardante le foto mai mostrate della morte di Osama Bin Laden. I libici non hanno decisamente seguito l’esempio statunitense: quella foto viene mostrata senza alcun rimpianto, anzi. Le reazioni politiche a caldo, subito dopo la notizia della morte, sono state svariate; Obama ha affermato: “Libici, avete vinto la vostra rivoluzione”, direttamente dall’Eliseo Nicolas Sarkozy dichiara: “Si tratta di una tappa importante per la liberazione della Libia, si apre ora una nuova pagina di riconciliazione, unità e libertà per il popolo libico”. In Italia le reazioni della casta politica sono state svariate, e non sempre in accordo l’una con l’altra. Il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, questa volta cerca di moderare il commento e, volendo evitare scandali ormai all’ordine del giorno, si rifugia dietro un citazione latina:  “Sic transit gloria mundi” (“Il mondo passa e cosi la sua concupiscenza”). Diversa, e senza dubbio sconcertante, la reazione del deputato della Lega Nord Borghezio: “Un grande leader, un vero rivoluzionario, non confondibile con i nuovi dirigenti libici portati al potere dalle baionette della NATO e dalle multinazionali del petrolio, onore quindi al templare di Allah”. Umberto Bossi invece non si smentisce mai, queste sono state infatti le sue prime parole: “Ora che Gheddafi è morto, bisogna far tornare indietro tutti i libici presenti nel nostro paese”. Conclude questa lunga lista di commenti il segretario del PD Bersani, con un rispettoso e super partes “Una morte non si festeggia mai”.
La NATO annuncia che ritirerà le truppe dalla Libia il prossimo 31 ottobre, si riaprono le porte del futuro di questa nazione. Ora le redini sono tenute ben strette dal CNT, che dovrà affrontare probabilmente la sfida più grande per un popolo che è sempre stato governato e che ora assapora la libertà. Ci vorrà collaborazione, bisognerà iniziare tutto dalle fondamenta, c’è uno stato da ricostruire, e ci auguriamo tutti che la Libia diventi più solida che mai.

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Un doppio sguardo a Mamma Africa

Parlerò dell’Africa in questo articolo; non si tratta di notizie eclatanti riguardanti il continente nero, e non vorrei nemmeno scrivere il solito inno denunciando la povertà ingiustificata che ormai da anni l’affligge. Vorrei descrivere l’Africa, e non solo attraverso un paio d’occhi, perché quelli di certo non bastano, vorrei parlare di come essa possa stupire anche dopo che si pensa di conoscerla alla perfezione, vorrei che il mondo – o perlomeno qualcuno di voi – abbia voglia di sentirla dentro, di scoprirla davvero, proprio come è capitato a me. L’Africa richiama alla mente umana istinti primordiali spazzati via dall’eccessiva civilizzazione occidentale, si appiccica sulla pelle d’ogni uomo che incontra e poi non basta una doccia per farla scivolare via. E’ come un odore immenso che dopo un po’ dà alla testa creando anche una certa dipendenza. A volte quell’odore mi fa male, che lo si chiami mal d’Africa o in qualsiasi altro modo. Avevo una casa in Africa tempo fa, più precisamente in Kenya, nella cittadina turistica di Malindi. Ero una bambina, purtroppo ricordo molto poco, ma non posso dimenticare quanto mi dispiacesse ogni volta tornare in Italia. Non ricordo bene quella casa, ma ricordo bene tutto ciò che c’era fuori: gli odori, i sapori e la gente – e con “gente” intendo ogni singola persona -, tutto fuori dalle mura di quella costruzione era casa mia, e sono certa che potrebbe e dovrebbe essere la casa di ognuno di noi. Quell’odore – chiedo scusa per la mia insistenza su questo aspetto, ma chi ha messo piede in Africa credo possa capirmi – non lo si dimentica, non lo si dimentica neanche scappando dall’altra parte del mondo, lo si ricorda anche quando gli anni passano e la corrotta società odierna cerca di sostituirlo con il profumo fresco di una banconota o con il nocivo odore dell’inquinamento. Poi, se ci si torna, e in qualche modo – anche solo mentalmente – in Africa si ritorna sempre, allora credo ci si renda conto che in realtà si è sempre voluto stare lì, ci si rende conto che le nostre vite civilizzate sono tanto belle quanto inutili, e senza dubbio dannose. Io sono tornata in Kenya, mi ci sono fermata sia mentalmente che fisicamente e mi sono sentita piccola come non mi ero sentita mai, mi sono sentita schiacciata da un cielo pieno di stelle che sembrano sigillare davvero tutto quello che c’è sotto. Basta esser capaci di aprire gli occhi – e purtroppo non tutti riescono a farlo – per sentirsi piccoli, superficiali e inutili di fronte a quest’umanità così diversa, ci si sente stupidi e si prova pena per tutti coloro che per secoli hanno sancito una superiorità che in realtà non c’è. E credo si capisca immediatamente che questa smania d’essere migliori, per poi cucirsi addosso l’immagine di una società occidentale caritatevole nei confronti dei più poveri, denoti in realtà una sostanziale mancanza d’umiltà, e forse d’intelligenza. Non vorrei  denigrare la società in cui siamo costretti a vivere, eppure, secondo me, il terzo mondo dovrebbe essere il primo.

Di Valentina Di Clemente

Quest’anno ho avuto la possibilità di passare due settimane in Kenya, a Malindi. E’ stata la prima volta che ho messo piede nel continente africano, e per continente africano non intendo quello reclamizzato dalle tv di tutto il mondo, di cui si conoscono così bene i problemi legati a dittature e petrolio, ma neppure quella parte di Africa che può addirittura permettersi di ospitare i campionati mondiali di calcio. No, il Kenya non è l’Egitto, non è la Libia e non è il Sud Africa. Il Kenya è parte di quella realtà che si conosce appena, magari solamente per sentito dire, oppure grazie alla tv, è parte di quel continente definito “nero”, non perché ci vivano persone di colore o perché faccia paura, ma perché nero è il destino di milioni di persone che vivono nel degrado totale senza più speranze, questa è purtroppo la dura realtà dell’autentica “Mamma Africa”, dove tutto è cominciato, se si dà per scontato che il creazionismo non sia una teoria scientifica.
Il destino dell’Africa centrale però si può ancora cambiare. Il vero problema è il modo in cui si cerca di farlo. Quando noi europei o americani vediamo alla tv la faccia di un bambino malato che sorride sdentato ci inteneriamo e pensiamo che quell’euro che mandiamo grazie a un messaggio possa servire a qualcosa; quando mandiamo un mucchio di soldi a qualcuno in Africa che ha bisogno, che ne so, di cure o di acqua pensiamo fortemente di aver fatto la cosa giusta. I soldi però non danno la felicità, si dice, e in questi casi in un certo senso rispecchia la realtà dei fatti. Per fare un esempio l’ex presidente kenyota Daniel Toroitich arap Moi, uno degli uomini più ricchi dell’Africa, è stato al potere 24 anni, in questo lunghissimo periodo di presidenza si è intascato i soldi che sarebbero dovuti essere destinati alla costruzione di infrastrutture grazie alla sua posizione, e non è da meno il presidente attuale: Mwai Kibaki, grande amico di Moi, tanto per cambiare. Purtroppo le cose in Africa stanno così: gli occidentali mandano i soldi al governo in modo che li investa, questo una piccola percentuale li investe, mentre il resto finisce nelle sue tasche. I fatti sono questi, non è un segreto, ma evidentemente a noi va bene così, tanto mica hanno il petrolio loro!
Se veramente si vuole aiutare l’Africa, i bambini, i malati, tutti insomma, bisogna astenersi dal mandare direttamente dei soldi. Non lo dico come accusa nei confronti di chi ha pensato di essere un po’ generoso almeno una volta nella sua vita, anzi, ben venga! Purtroppo però le nostre amate tv, da cui apprendiamo a volte anche l’80% del nostro sapere quotidiano, non spiegano come fare veramente del bene, ma pensano solamente a far sembrare il canale più interessato all’umanità e a far sentire le persone più in pace con loro stesse. Più che cercare di incrementare una ricchezza che non esiste dunque bisogna puntare prima di tutto all’istruzione. La cosa che per noi è più difficile da comprendere è che noi vediamo l’istruzione come qualcosa che ci è dovuto, un diritto scontato, ma lì non è assolutamente così. Ci sono classi nelle scuole pubbliche kenyote in cui un insegnante ha più di novanta bambini da seguire; noi ci lamentiamo (a ragione ovviamente) perché nelle nostre aule trenta alunni stanno stretti, loro non hanno nemmeno il tempo di lamentarsi. Quella che i nostri ragazzi e bambini vedono come un reato contro la propria libertà, per un bambino o un ragazzo africano è il solo e unico mezzo di liberazione. E’ solo grazie alla scuola che un popolo ha la possibilità di emanciparsi, Nelson Mandela disse che “l’istruzione e la formazione sono le armi più potenti che si possono utilizzare per cambiare il mondo”, difatti senza istruzione un popolo rimane oppresso, calmo e fiducioso nella sua ignoranza. Tra coloro che l’hanno capito da tempo ormai si possono citare la Chiesa, ma anche il nostro presidente del Consiglio. L’istruzione è dunque l’unica via che permetta ai popoli africani di liberarsi dalle catene europee e da quelle dei loro presidenti parassiti.
Io ovviamente non sto suggerendo di andare tutti in Africa cazzuola in mano a costruire scuole. Posso però, tramite un esempio, far capire che cosa a mio parere sarebbe utile fare. Un’idea per nulla sbagliata potrebbe essere quella di costituire un’associazione che si occupi di costruire scuole e che soprattutto faccia arrivare insegnanti dai paesi con un livello di istruzione più elevato, che raccolga i soldi in tre rate, una all’inizio dei lavori, una a metà e una a lavori ultimati, che presenti un resoconto e delle prove tangibili del funzionamento delle strutture e così via dicendo. Magari non diventeranno tutti professori di Harvard o Yale, ma comunque sarà un ottimo inizio, perché di generazione in generazione l’istruzione si autoalimenta e cresce esponenzialmente, fino alla vera emancipazione dei popoli centroafricani.
L’Africa è un continente perduto. Perduto semplicemente perché è stato dimenticato, magari non da Dio, ma sicuramente dagli uomini. Si sa però che le cose dimenticate si possono sempre ricordare e tutto ciò che si è perduto può essere ritrovato. Per i Greci dal vaso di Pandora l’ultima a uscire fu la speranza, perché mai per gli africani dovrebbe essere da meno?

Di Alessandro Pietrantonio

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Indignados: il nuovo sogno americano

“Facevo il mio lavoro di giornalista, che consiste nel raccogliere informazioni. E sempre mi veniva contestata la stessa accusa: ‘Sei dalla loro parte’.”
Queste sono le parole di Anna Politkovskaja. Parole che esprimono esattamente che significava per lei essere una giornalista, amare il proprio lavoro, nonostante da ogni parte venisse denigrata, non capita, etichettata. Una grande giornalista resta per me, una persona che ha dato la sua vita per raccogliere e raccontare le informazioni. Un eroe dei nostri tempi. E il 7 ottobre cade l’anniversario della sua uccisione. Una morte che ancora non ha dei mandanti, anche se ha trovato un colpevole. E per ricordare la sua figura lascio uno dei suoi tanti articoli pubblicati. Le sue parole meglio di ogni ricordo.

Cinquantasette ore dopo

Gli ultimi giorni sono passati nel delirio più completo. Mosca seppellisce gli ostaggi. Oggi, ieri, domani. È insopportabile…I defunti hanno volti tranquilli, per nulla deformati dalla morte, come se fossero addormentati; in effetti li hanno addormentati: la nostra nazione ha soltanto calcolato male la dose…
Non scrivo mai reportage dai funerali, ma questa volta farò un’eccezione. Lena, una vecchia conoscente, ha seppellito il marito Sergej e il figlio Andrjusa. Il 23 erano andati tutti insieme a teatro, sedevano vicini ma soltanto Lena è sopravvissuta.
…In chiesa i feretri di Andrjusa e Sergej stavano uno di fianco all’altro. La gente era così numerosa che non si riusciva a passare. Nessuno parlava. Non una parola di politica. Solamente Lena, ogni tanto, si muoveva avanti indietro per lo stretto passaggio, mormorando qualcosa. Quando si fermava, appoggiava una mano su una bara, una sull’altra, e sorreggendosi sulle gambe, lasciava cadere la testa tra le due casse e rimaneva così, come un uccellino con le ali spiegate, o uno ferito che tenta con tutte le sue forze di rimettersi in piedi.
Anche io sono colpevole di fronte a Lena, ora e per sempre. Sono la sola a conoscerne la ragione. Ed è una colpa che non verrà mai espiata.
Comincia il servizio funebre, aleggia una strana sensazione. Chissà perché sono pochi a farsi il segno della croce. Non c’è neanche un rappresentante dello Stato, non uno della Duma, né del Consiglio della Federazione. “Partito e governo”, sono loro che hanno lasciato entrare i terroristi a Mosca. Sono arrabbiata, arrabbiatissima, anche se non è il luogo adatto per il rancore. A completare il quadro c’è il prete, che padroneggia male la sua voce roca e debole. E stona persino quando canta. Sarà raffreddato? All’inizio non capisco perché debba andare proprio così, nella chiesa del cimitero di Kunzevskij, con questo prete. Torno ad arrabbiarmi: da noi va sempre a finire in questo modo…
Ma poi capisco che probabilmente il sacerdote avrà avuto moltissimo lavoro in questo periodo, e perso la voce per la serie infinita di servizi funebri degli ultimi giorni. Anche lui è un essere umano e le sue corde vocali non hanno retto; non avranno mandato nessuno ad aiutarlo.
Inaspettatamente il servizio funebre si conclude in fretta, più o meno dopo venti minuti. Verso la fine la voce del pope è quasi un sussurro. Lena con le ali spalancate tra le due bare e il prete senza voce sono le “mie” icone di questa tragedia d’ottobre, le cui conseguenze saranno più forti della tragedia stessa. Lena e il prete hanno infranto l’immagine di una cecena-kamikaze con la pistola in una mano, nell’altra una granata con la linguetta infilata nel pollice e la carica esplosiva legata alla cintura; hanno spazzato via la sua conversazione con un’altra di queste “bombe viventi” a proposito della famiglia lasciata a Groznyj, la sua ostinata allegria a qualche ora dalla morte; hanno annullato le immagini, trasmesse senza sosta sulle nostre reti, di combattimenti sconfitti, riversi in una pozza di sangue, le fotografie scattate attraverso i finestrini degli autobus agli ostaggi asfissiati dal gas; e infine le domande, domande e ancora domande…
Perché c’erano così pochi medici per la rianimazione? Perché i soccorsi non avevano antidoto in quantità adeguata? Perché, con l’uso del gas, il Cremlino ha messo ostaggi e terroristi sullo stesso piano? E dove sono i “dispersi”? perché gli investigatori dell’FSB (la polizia politica federale) incaricati dell’inchiesta, quando interrogano gli ostaggi negli ospedali, non consegnano loro un certificato di “vittime”? E se lo fanno, come mai su quei documenti tanto approssimativi spesso manca il cognome della vittima, così da rendere impossibile rivolgersi al tribunale?
Come tutti, anch’io sono sommersa da domande senza risposta.
Eppure quelle due immagini – “il prete senza voce” e “Lena tra due bare” – restano i miei punti fermi.  Il primo passo, la prima cosa da fare è preoccuparsi per chi soffre. Pensare alla loro sorte, alle loro condizioni, alla loro salute, garantire le cure mediche necessarie, il supporto sociale e psicologico. Per sopravvivere dopo la sopravvivenza. Fare tutto il necessario perché diventi veramente possibile una seconda nascita.
Dopo il funerale volo per qualche ora a Parigi, ma non tardo a pentirmene. Il canale France 2 mi ha invitato a partecipare al programma di punta del sabato sera; accetto solo perché mi dicono che in Occidente non riescono a capire quello che sta succedendo da noi, in “Oriente”. Durante lo show, condotto da Thierry Ardisson, una star della tv francese, prima che tocchi a me si esibisce un cantante di cui ora non ricordo il nome, ho dimenticato di annotarlo. C’è anche il ministro della Sanità del governo Maschadov, un tale Umar: ho subito dimenticato anche il suo cognome. Per cominciare, fiumi di parole sui ceceni, che da tanto lottano instancabilmente per ottenere la loro libertà, (il cantante li ammira moltissimo, il conduttore pure), così a me rimangono pochissimi minuti.
Ma per dire cosa? Proprio ora che ho un posto dove esprimermi liberamente.
Parlo male, poco e non dico niente di quello che vorrei. Ovviamente è un peccato. Perché se ti danno l’opportunità di esprimerti, devi coglierla al volo. Ma non ci provo neanche, non sono in sintonia con l’ambiente, lì non c’è nessuno che abbia voglia di sentire quello che mi preoccupa davvero. E siccome vengo direttamente dal funerale, vorrei parlare soprattutto delle vittime, delle pesantissime conseguenze. Intorno al ministro della Sanità dell’Ickeria (e anche lui lì c’entra poco e la cosa lo turba) si scatenano alcune francesi, come me non più giovani, che gli esprimono la loro ammirazione. Sono esaltate e romanticamente superficiali. Già dopo cinque minuti comincia a venirmi la nausea: queste francesi sono così lontane dalla realtà, e non sono le uniche.
Anche noi lo siamo, ma in senso opposto.
Torno a Mosca, è il primo novembre. Una rappresentanza di ceceni moscoviti ha partecipato al Congresso mondiale ceceno, svoltosi a Copenaghen subito dopo l’assedio, che ha scatenato un’ondata di proteste senza precedenti da parte del Cremlino contro la Danimarca, con cancellazioni di visite e di incontri ufficiali, fino all’arresto di Achmed Zakaev, a mo’ di risarcimento e scuse per i russi. Così il primo novembre, a seguito di una decisione presa dal Congresso, quella stessa rappresentanza cecena depositerà una corona davanti al Teatro Dubrovka.
Anch’io ero stata invitata a partecipare, ma non ci sono andata per due motivi. Il primo è semplice: non mi piacciono le manifestazioni di massa e non ho mai reso omaggio a nessuno insieme alla folla. Il secondo motivo è ancora più semplice: non ne avevo il tempo, ero sull’aereo.
C’è anche un terzo motivo, ed è il più importante. Ma non so bene come spiegarlo, e mi fa star male. Ci proverò in qualche modo. In quella cerimonia c’era qualcosa che non andava, e non perché, come ora pensano in molti, “i ceceni hanno tutte le colpe”. E neppure per qualche mio rancore personale verso i ceceni: ovviamente non ho nulla contro di loro. Non mi è assolutamente piaciuto il comportamento tenuto dalla maggior parte dei ceceni importanti in quella cinquantasette ore, quando tutto era appeso ad un filo, l’intero Dubrovka poteva saltare per aria da un momento all’altro, e una loro parola agli uomini guidati da Baraev il giovane poteva avere un peso maggiore che quella di chiunque altro. Io, almeno, ne ero convinta. Ma quelle parole non sono arrivate. Non è successo nulla. Hanno deluso le aspettative. E ora questo appartiene alla storia. Un’altra ragione per non sopportare quelle nauseanti signore francesi.
Solo Aslambek Aslachanov, ceceno e deputato della Duma, ha avuto il coraggio di recarsi dai terroristi, senza temere per la propria sorte. Eppure gli assalitori del Nord-Ost lo consideravano un generale dell’MVD (ministero degli Affari interni) e un “federale”. Ma Aslachanov ci è andato lo stesso, nonostante a casa lo aspettassero i figli piccoli…ci è andato e basta. Anche questo ormai fa parte della storia.
E gli altri, dov’erano? Dov’era Malik Sajdulaev? E quell’Umar, di cui ho dimenticato il cognome, e non desidero ricordarlo, lo stesso ricco signore che possiede l’albergo alla stazione Kievskij di Mosca? E Gantamirov? E Chadzev? E tanti altri ancora…
Tutti, fino a Kadyrov, cui è tanto attaccata la maggior parte dei ceceni di Mosca, e che quando vola da Groznyj nella capitale induce a fare cattivi pensieri sui veri interessi di entrambe le parti. Kadyrov, già avanti negli anni, si è coperto di un tale incancellabile disonore, valutando la propria vita più importante di cinquanta spettatori innocenti del Nord-Ost. (I terroristi avevano invitato Kadyrov – tra tutti i possibili negoziatori proprio lui, il capo della Cecenia, il prescelto di Putin – e in cambio avrebbero ridato la libertà a cinquanta ostaggi. Ma Kadyrov non ci è andato, spiegando in seguito che non lo avevano avvertito).
In quelle cinquantasette ore i ceceni importanti non hanno fatto altro che confabulare di nascosto. Solo quello. Vergognosamente poco. E nessuno ha biasimato Kadyrov: non sono riusciti a persuaderlo a entrare nella storia come salvatore di cinquanta, tra donne e bambini. Una diaspora, quasi al gran completo, avvenuta in cinquantasette ore. Ne sono usciti in parte soltanto a Copenaghen.
Personalmente lo ritengo uno schifo. Una mancanza di umanità. Ma può anche darsi che io mi stia sbagliando, e meriti un rimprovero: i ceceni di una certa importanza avevano paura, e ancora ne hanno, delle conseguenze per i fatti del Dubrovka, si preoccupavano della loro sopravvivenza in una società pronta a scatenarsi ancor più duramente nei loro confronti. Sì, deve essere così.
È quasi come un listino prezzi. E la paura costa cara. Non c’era modo di pagare un prezzo minore? A quanto pare in quel momento i rappresentanti della Cecenia non si rendevano contro che gli ostaggi, quasi inevitabilmente destinati alla morte, avevano ancora più paura; che centinaia e più di loro (non sappiamo quanti per la precisione), in ogni minuto di quelle cinquantasette ore, le ultime della loro vita, si preparavano a morire. E così noi oggi continuiamo ad andare ai funerali, con un prete cui manca la voce per le troppe cerimonie funebri che anche le sue corde vocali non riescono più a sopportare.
Dopo tutto questo è giusto tener conto del terrore che ha scatenato quella diaspora cecena? Non credo proprio. Se mettiamo da parte cose come la paura – tutti l’hanno avuta, senza eccezioni, sia gli assedianti che gli assediati – torniamo al punto di partenza: perché i rappresentanti ceceni in quelle prime cinquantasette ore si sono comportati così?
Perché gli è mancato il coraggio. Il coraggio di intervenire nei confronti dei loro stessi giovani, trasformatisi in radicali incapaci di scendere a compromessi. Così sono strisciati via di soppiatto. O, forse, hanno provato ribrezzo. Si sentivano in alto, ma sono scesi tremendamente in basso.
E anche questo appartiene ormai alla nostra storia. Il mito di una nazione dal grande coraggio non esiste più, è svanito il 23 ottobre 2002.
Intanto in Cecenia continuano i rastrellamenti. La gente continua a soffrire, sta male esattamente come prima. I paesi sono isolati. La zona oltre la sbarra con la scritta CECENIA si è di nuovo trasformata in un poligono.
Da questo lato della sbarra va un po’ meglio, ma non a molti.

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