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A me gli occhi! Così parlò Trasumanar

E’ passato più di un anno ormai da quando la nostra avventura “trasumanistica” ha avuto inizio. Era gennaio o febbraio dell’anno passato, quando Benny Nonasky ed io abbiamo trovato un progetto in comune: fondare un giornale.

Alla fine creare una rivista vera e propria si è dimostrato essere più duro del previsto, ma alla fine siamo riusciti a creare una sorta di ibrido tra un blog  e un settimanale. E siamo ancora in piedi. Questo grazie anche e soprattutto a chi finora ci ha sostenuto: amici, parenti, lettori anche sconosciuti.

Questo editoriale però non voleva essere una noiosa storia della fondazione di “Trasumanar”. Lo scopo principale è teoricamente, almeno per come l’avevo pensato, si divideva in due: per prima cosa un banalissimo ma sentito ringraziamento a tutti (chi ha scritto e chi ha letto); in secundis una spiegazione in breve di com’è cambiato il giornale in quest’ultimo periodo. Sostanzialmente non è stata una metamorfosi evidente quale quella kafkiana, però è mutato il modo di concepire il nostro “Trasumanar”. Non è più una rivista, come amavamo definirci fino a qualche tempo fa, ma un blog. Attenzione! Non deve essere presa come una retrocessione o una degradazione, affatto. E’ stato semplicemente una metamorfosi, dovuta a vari problemi organizzativi che si vedono in tal modo risolti, o almeno così speriamo. Niente più frequenza, niente più eventi su facebook, ma sempre gli stessi autori, sempre la stessa voglia di scrivere e sempre nuovi argomenti. Inoltre la più che gradita fusione con il blog economico-politico “Il business non dorme mai” avrà sicuramente un riscontro positivo per quanto riguarda la visibilità dell’uno e dell’altro sito. Queste sono le nuove politiche del nuovo “Trasumanar”. Come si dice:”anno nuovo, vita nuova!”.

 

P.s. per gli amanti della carta: è in arrivo a breve anche il nuovo formato cartaceo ufficiale.

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Tre passaggi per una filosofia terminale

Viviamo in un mondo diviso in due fazioni. Una parte descrivibile come un campo minato, l’altra come un vaso di rose in perpetuo appassire e sbocciare. Entrambe le sezioni sono unite da un cavo alimentato da falsità tradotte in linguaggio, alfabeti, grammatiche differenti, statistiche, rivoluzioni rosa, slogan politici. Una gran massa di dati e informazioni che non combaciano mai e che si autodistruggono e si auto generano in continuazione. Definiamolo gioco. Gioco che mina la stabilità di ogni uomo, sia monetaria che fisico-mentale. La tensione governa i mercati e regola i movimenti (le spese, il lavoro, gli hobby) delle persone. E’ un incertezza globale che spella il nesso tra diritti e doveri. Questa situazione si rivolge sia al manovale che ad un bambino del terzo mondo o al ricco petroliere nigeriano. Le disuguaglianze sono note a chiunque. Il gran cartello “Noi siamo il 99%” sventolato un po’ ovunque e partito dal movimento americano Occupy Wall Street, ci dimostra il livello di base col quale noi ci rapportiamo: la disparità. Mai colmata. E, tutt’ora, tra recessioni e proteste, si tende ad occultare con quella infida falsità che naviga tra la parte distruttiva e quella dedita all’ipocrisia. Quest’ultima è quella che più si eleva ai nostri occhi perché è quella che ci viene servita continuamente dai mass media e dai partiti politici. Faccio un esempio: in Italia oltre il 31% delle persone non ha lavoro, mentre il Governo parla di grande misure per incentivarlo, mentre si scopre che si spendono oltre 2 miliardi per le auto blu dei politici o che il loro stipendio è doppio a quello di altri paesi dell’Eurozona. Altro aspetto è l’incapacità della coerenza linguistica: i governi europei lodano Monti, Moody declassa mezza Europa; la Grecia è quasi in bancarotta, la UE annuncia: “nessun paese uscirà fuori dall’Euro”, diversi paesi dell’Europa non sono convinti che la Grecia rispetterà le promesse per uscire dalla recessione, i mercati oscillano, le proteste aumentano per tagli assurdi e mortificanti, forse domani verrà lasciato un primo prestito di 30 miliardi per far fronte alle scadenze di fine marzo dei Titoli di Stato. Questa situazione sembra una pallina da flipper che rimbalza da una parte all’altra, senza freni e senza possibilità di scelta; sperando – obbligatoriamente masochista – di non doversi mai fermare, per evitare di perdere la partita. Game over. Se Bauman sostiene che: “La sicurezza personale è diventata uno dei principali, forse il principale argomento di vendita in tutti i tipi di strategie di marketing. “Legge e ordine”, sempre più ridotti alla promessa di incolumità personale, sono ormai […] il principale argomento di vendita nei manifesti politici e nelle campagne elettorali. Evidenziare le minacce all’incolumità personale è diventato uno dei principali, forse il principale punto di forza nelle battaglie per gli indici d’ascolto da parte dei mass media.” Si può però ribattere con quest’altra idea di Sloterdijk: “[…] l’orgoglio personale è oggi il peccato più grande, e il nostro diritto fondamentale è sempre di più semplicemente il ‘diritto della dipendenza’. Il benessere è oggi una droga dalla quale sempre più persone dipendono. Una buona idea umana trasformata in una specie di oppio per il popolo.” I due interventi qui espressi si possono riassumere in: gli uomini, viziati dalla paura e dalle promesse di sicurezza (come il benessere), non comprendono più la realtà orribile nel quale vivono e cercano di sopravvivere.

Le parole di Marx “l’astrazione diviene per la prima volta praticamente vera”, riportandola nella realtà odierna, è di un’attualità disarmante.

Se il corpo fisico è vittima del colesterolo e di hamburger ingurgitati per la fretta di non esser mai in tempo per tutto quello che c’è da fare, la depressione e la rassegnazione sono vittime del contrario: la consapevolezza di veder, lento lento, il tempo andare via senza aver prodotto un qualcosa (sempre condivisibile) che ci renda soddisfatti e ci dia quel qualcosa che possiamo definire “senso del vivere”.

Voglio concludere dicendo che il problema non è se Berlusconi verrà condannato a 5 anni di carcere o se due più da fa quattro. Le risposte le conosciamo (o le conosceremo a breve). Il problema è se il dato di fatto di alcune forme di nepotismo o di raggiante autodistruzione verso un mondo in continuo declino siano una cosa normale o obsoleta. Io pendo verso la seconda opzione. E di risposte o di scuse qui non ne servono. Ora servono solo dei gesti concreti che restituiscano quello che mai si è voluto avere: la giustizia (la giusta causa), che si evolve nella necessità (la solidarietà) e si conclude nella tranquillità (la libertà) di vivere e soffrire e gioire per le cose più comuni, personali.

Che partono dall’alto, ma che derivano dal basso. E dal basso si alimentano; crescono e muoiono.

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Una riflessione per il nulla

A conti fatti: il nulla. Standard & Poor’s declassa Italia e Francia. Dopo una manovra possente, mirata e calcolata per regolare il termostato del Pil e del debito; dopo i discorsi affettuosi di Monti con Sarkozy e quelli rigidamente amorevoli con la Merkel: il nulla: la crisi continua ad investire l’Europa e i suoi passi avanti verso un consolidamento duraturo e serio. Non bastano neppure le parole di conforto e di soddisfazione di Mario Draghi. Bisogna pur sempre dire che sono parole e che poche cose sono state fatte e raggiunte. Si è parlato di mezzi e possibilità, ma oltre all’abbandono dell’Inghilterra e alla manovra italiana, di altro se n’è visto ben poco. Si parla di unione finanziaria, di maggior credito all’Esfs, di maggior potere conferito alla Bce o di Euro bond o di Tobin Tax. Ma come sempre manca la cosa essenziale: l’unione europea – intesa come comunità che condivide idee e statuto o leggi reciproche e (almeno) simili o condivisibili. Qui è sempre “ognuno per la sua strada”, o meglio: “ognuno ad abbeverare, prima, l’erba del proprio giardino”. E intanto il tempo passa, la crisi aumenta, la Germania perde potere, l’America di Obama si spazientisce, la Cina continua a lievitare con la sua bolla immobiliare, il Giappone con quella nucleare, e, comunque, tutti insieme a guardare e a criticare. Il nulla. Perché è questo il vero fardello. Nessuno sembra concepire che qui non c’è nulla da guadagnare, ma solo da perdere. Che questa non è una guerra o una ricerca di petrolio. Qui parliamo di banche e mercato. Qui parliamo di un sistema drogato che necessita di pulizia e manutenzione costante. Questa non è la solita storia. Sono ormai quattro anni che il mondo tecnico e commerciale è depresso. E più la depressione aumenta, più il nulla si avvolge intorno a noi. Il punto centrale è che ormai non ci interessa più effettivamente cosa intorno e dentro a/in noi sta accadendo. Monti non è un politico né sembra un essere umano con sentimenti, è una macchina che sta costruendo uno stato che è da lunghi anni manca di politici ed esseri umani con qualche sentimento. Questa è la nostra identificazione. Se ancora oggi un Cosentino viene salvato, se un Malinconico viene cacciato per spese eccessive e truccate, se una Fornero persegue a lamentarsi e a scomparire e poi tornare a lamentarsi, se le lobby ancora tengono in pugno l’intero parlamento e se ancora i vecchi di prima sono i giovani di oggi: a conti fatti: il nulla. Il nulla politico. Il nulla generazionale. Il nulla sentimentale. Il nulla culturale e sociale. Il nulla. Nessuno sembra guardare a come stia diventando e come si stia concimando il futuro.
Non saranno i saldi perenni a salvarci. Né avere una farmacia ogni dieci passi. L’unica cosa può essere un ritorno ad una politica partecipativa. Dove le regole non vengono gestite da singoli nomi, ma da elementi che credono a quelle parole fatte diventare utopie tipo: legalità, lavoro, ricerca, cultura, legge uguali per tutti, tasse, sanità. Sembra un discorso fragile e troppo generale, ma è la base essenziale per far sì che uno Stato esista e cresca.
Siamo fermi da lungo tempo. Anche l’Europa. Di passi avanti se ne son fatti davvero pochi. Il migliore fin’ora: la fine del talkshow “Il bunga bunga.” Ma questo non è sufficiente. Non sono sufficienti le parole a ogni summit o convegno internazionale. Serve una concreta mossa che risvegli l’interesse nella vita e nello stato, sia civile che politico. Quel 30% di disoccupati è un numero in crescita. Ed è quella crescita che porta al nulla. E che in Europa si sta coltivando.

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