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Mezcal: nuove idee, un nuovo sito

Mezcal è un ristorante messicano della cintura di Torino che ha deciso di rinnovare la propria immagine sul web e presto anche su carta, con il nuovo menù da asporto e le etichette personalizzate per il loro vino casareccio. 15 anni di esperienza nelle cucine messicane hanno permesso ai proprietari di aprire un locale che risponde a tutte le esigenze della clientela di un ristorante messicano ad hoc.

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Il sito era già presente online, ma i fondatori del locale hanno deciso di reinventare la propria immagine su internet nonché di farsi trovare sul web dalle centinaia di persone che ogni mese cercano un ristorante messicano a Torino. Si sono così affidati allo studio grafico Fandango Visual Design per la creazione di un nuovissimo sito e per essere posizionati su Google attraverso le migliori tecniche SEO.

Il nuovo sito è stato realizzato naturalmente con le più moderne tecniche di responsive design, per permettere all’utente medio che lo visita di vivere la migliore esperienza possibile tramite qualunque dispositivo, sia esso un computer, un tablet o uno smartphone.

Sul sito è possibile trovare due differenti tipi di menu: quello classico con tutti i prodotti che si possono trovare nel ristorante e quello da asporto e domicilio. Esatto! Ora Mezcal propone ai propri clienti un servizio a domicilio per farti portare i loro prodotti tipici messicani direttamente a casa tua.

La sezione più importante del sito web, escludendo il Chi siamo in cui si spiega la storia del locale, è decisamente la Mezcaloteca. Il prodotto di punta del locale è proprio il mezcal, un distillato della pianta di agave, che non a caso dà anche il nome al ristorante. Nella Mezcaloteca è possibile trovare l’elenco di tutte le varietà di mezcal che potrete assaggiare in questo ristorante messicano.

Per concludere, vi consigliamo caldamente di non perdervi lo scoppiettante capodanno in casa Mezcal, con un menù messicano ma in linea con le tradizioni del capodanno italiano.

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Elettricastore srl si rinnova!

Elettricastore srl è il negozio online che ha risposto alle esigenze di migliaia di italiani in cerca di un risparmio concreto su climatizzatori, riscaldamento, attrezzature, illuminazione e molto altro. Finalmente rinnova il suo sito web con contenuti nuovi, offerte imperdibili, un design innovativo e soprattutto a prova di utente.

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Il nuovo sito si avvale naturalmente di una moderna tecnologia responsive che permette la visualizzazione e la navigazione dello stesso da qualunque tipo di dispositivo, che sia uno smartphone, un computer o un tablet. I filtri e la barra di ricerca ti aiuteranno nella ricerca del prodotto perfetto per le tue esigenze.

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La spedizione è rapida e sempre inclusa nei prezzi. Non avrete nessuna sorpresa. Il prezzo che trovate sul sito è quello finale anche compreso di Iva. Per le spedizioni Elettricastore srl si affida a Mail Boxes Etc., azienda più che affermata a livello nazionale e internazionale nel campo delle consegne.

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AATV NONE: è ora online!

E’ arrivato anche su internet l’Azienda agrituristico venatoria None! Da alcuni giorni è stato pubblicato il sito di questa nuova azienda venatoria di Scalenghe (località del basso Pinerolese). E’ un’azienda nuova sia perché è stata aperta ufficialmente al pubblico il 1 di Ottobre, sia per quanto riguarda il mondo del web ovviamente. Il sito internet ha come obiettivo quello di informare i suoi potenziali clienti e visitatori della gamma di servizi offerti e della loro qualità, ma anche informazioni utili sulla propria azienda e della sua storia e su quella del territorio su cui sorge.

L’intera progettazione e realizzazione sono nati dalla collaborazione tra Fandango Visual Design, uno studio grafico del torinese, e Stone Web Design, webmaster freelance.

Tutto è stato progettato nei minimi particolari per poter offrire all’utente di tutti i giorni la migliore esperienza di navigazione possibile grazie alle nuove tecniche di design responsive. Ognuno può facilmente trovare tutto ciò che gli interessa in pochi semplice clic.

Fondamentale in questo sito web è ovviamente la descrizione dei suoi servizi, in cui si può leggere una descrizione del territorio, della fauna e molto altro. Come si può vedere in modo più approfondito Aatv None si occupa principalmente dell’addestramento cani da caccia, ma non solo. Oltre a questo su tutto il terreno di 800 ettari è possibile anche allenare il proprio cane, cacciare in squadre nelle quattro zone adibite alla caccia, persino ricevere i consigli esperti di un addestratore professionista. E’ inoltre disponibile un ampio parcheggio interno in cui lasciare la propria macchina, un agriturismo e un albergo convenzionati per rifocillarsi, il tutto sempre all’interno del territorio dell’azienda agrituristico venatoria. Ogni zona venabile è facilmente raggiungibile grazie alle stradine sterrate dislocate per il territorio.

Per chi volesse saperne di più sulla storia di queste zone e dell’azienda stessa è disponibile naturalmente una sua descrizione e la sua storia precedente all’attuale gestione.

L’intero sito internet dell’Aatv None (così si chiama per chi conosce i termini) è stato realizzato a misura di utente medio: permette difatti una navigazione fluida e immediata grazie anche alle più recenti tecnologie di responsive design e adattamento a tutti i dispositivi (anche mobili).

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Quella forza unita che si chiamava Lega

Sembrava il partito più unito di tutte le forze parlamentari e non. Quel movimento sorto agli inizi degli anni Novanta: la Lega. Fino a qualche tempo fa era la vera forza della maggioranza, ora vive un dissidio interno. Si cerca di tenere nascosto tutto il più possibile, ma qualcosa esce. Malumore. Cosa non ha funzionato in questo partito che è cresciuto vertiginosamente in questi ultimi anni?
La forza della Lega Nord stava, (uso un tempo passato perché ora le cose sembrano cambiate), nel non confondersi con i soliti partiti politici, nel senso che combatteva il clientelismo parlamentare della vecchia repubblica, e soprattutto l’attaccamento alle poltrone. E quindi viveva molto più a contatto con la gente, ne ascoltava i problemi e da questi partiva per risolverli in quel di Roma. A volte in maniera folcloristica, a volte con idee chiare, semplici, come piace alla gente, al popolo. E il successo è assicurato. Come faceva una volta il buon vecchio partito comunista, vicino alla gente, ai problemi reali. Immigrati, lavoro, sicurezza. Questo importa in questo momento al popolo e la Lega in pieno ci aveva preso. E poi è sempre stato un partito unito, tutti dicevano la stessa cosa. Fino a qualche giorno fa. Ecco i malumori.
La Lega è al governo, spinge per il federalismo, spinge per qualcosa, ma quello che finora ha avuto sono stati alcuni uffici dei ministeri spostati a Monza. Grande vittoria, poi un giudice dice che quei ministeri devono essere spostati. Ma non è questo il problema.
A Varese c’è qualcosa che non va. Il coordinatore provinciale viene scelto dal capo, Umberto Bossi, senza una scelta democratica ad acclamazione ufficialmente, ma alla fine è una scelta imposta, qualcuno si arrabbia, qualcuno se ne va indignato. È strano sentire questo in un partito che ha sempre nascosto i malumori, ha sempre fatto dell’unità il suo punto di forza. Qualcosa non funziona.
Manifestano i sindaci di tutta Italia. In prima fila ci sono anche Tosi e Fontana, sindaci di Verona e Varese, due leghisti. E qualcuno a Roma storce il naso. Si continua. Tosi dal canto suo spera in un cambio di governo, soprattutto spera in un allontanamento della figura di Berlusconi e con una nuova maggioranza, per fare quelle riforme tanto necessarie per un paese ormai immobile. Parole che non si dovevano dire in un momento così delicato. Tuona da Roma l’ira del Bossi. Insulti piovono a raffica. È sempre stato il suo comportamento, ma mai l’ha fatto contro un esponente del suo stesso partito.
Ecco dove è il male di questa Lega. Sta nell’appoggio al governo. Molti leghisti sono stanchi di Berlusconi. Si sono resi conto che così il paese non va. Non ci sarà il federalismo, nonostante gli slogan dell’Umberto di secessione, che provocano solo risa e sconcerto. Non è più credibile questo slogan. Almeno ora. In Parlamento è evidente che esistono due linee. Una filo-berlusconiana, e una no. Ed è quello del ministro dell’interno Maroni, la linea che vorrebbe un cambio al vertice. Nelle fiducie al governo si vota sempre a favore, anche se molti lo fanno tappandosi il naso. E perché sentono che la gente si sta allontanando, sentono che il loro messaggio non è più quello di una volta. Lottavano contro le poltrone e sono ben stretti a non perderle, ed è questo il loro comportamento. Ecco dove non funziona. Come se si fossero “impoltroniti”, come se l’aria della capitale avesse deviato il pensiero iniziale di questo movimento, folcloristico (mi piace questa parola per identificarli) ma che funzionava e pure bene.
Lunedì ci sarà un incontro tra Tosi e Bossi. Molto probabilmente il capo cercherà di portare nei ranghi uno dei suoi uomini migliori, nonostante sia della linea maroniana. Altrimenti poi ci sarebbe davvero il caos anche in Lega. Chissà se sentiremo altre parolacce e insulti da una parte e dall’altra, oppure una calma che serva, soprattutto al governo di andare avanti ancora per un po’. Forse l’Umberto quando ha urlato secessione non pensava di dividere l’Italia, forse pensava alla divisione della Lega. Chissà forse è proprio così.

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E’ morto Gheddafi, è nata la Libia

Muhammar Gheddafi è morto lo scorso 20 ottobre. La notizia – e la relativa foto del cadavere annessa – ha fatto subito il giro del mondo. L’annuncio è arrivato direttamente da CNT. L’ex raìs è stato trovato dai ribelli mentre con il suo convoglio cercava di fuggire dalla città di Sirte ormai totalmente in mano ai ribelli. La conquista di questa città, roccaforte lealista e punto geograficamente strategico, ha infatti segnato la svolta per questa rivoluzione che dura ormai da nove lunghissimi mesi.
Le dinamiche delle morte sono ovviamente ancora poco chiare, ma la maggior parte delle fonti sostiene che il Colonnello sarebbe stato catturato vivo, e avrebbe poi perso la vita in un conflitto armato con i membri del CNT, dopo aver tentato la fuga. Sarebbe effettivamente plausibile, inoltre, la voce secondo la quale il vero e proprio esecutore di Gheddafi sia stato un ragazzino quasi ventenne, che, subito dopo averlo ucciso, ha mostrato con orgoglio la pistola d’oro sottratta al dittatore. Altre fonti, che trovano però pochi riscontri nella realtà, sostengono che l’ex raìs sia stato invece ucciso dalla NATO, che avrebbe poi consegnato il corpo ai ribelli.
La foto del cadavere martoriato di uno degli uomini più potenti e ricchi del mondo ha suscitato scalpore, ed era prevedibile. Non è difficile far tornare alla mente della popolazione mondiale il dibattito riguardante le foto mai mostrate della morte di Osama Bin Laden. I libici non hanno decisamente seguito l’esempio statunitense: quella foto viene mostrata senza alcun rimpianto, anzi. Le reazioni politiche a caldo, subito dopo la notizia della morte, sono state svariate; Obama ha affermato: “Libici, avete vinto la vostra rivoluzione”, direttamente dall’Eliseo Nicolas Sarkozy dichiara: “Si tratta di una tappa importante per la liberazione della Libia, si apre ora una nuova pagina di riconciliazione, unità e libertà per il popolo libico”. In Italia le reazioni della casta politica sono state svariate, e non sempre in accordo l’una con l’altra. Il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, questa volta cerca di moderare il commento e, volendo evitare scandali ormai all’ordine del giorno, si rifugia dietro un citazione latina:  “Sic transit gloria mundi” (“Il mondo passa e cosi la sua concupiscenza”). Diversa, e senza dubbio sconcertante, la reazione del deputato della Lega Nord Borghezio: “Un grande leader, un vero rivoluzionario, non confondibile con i nuovi dirigenti libici portati al potere dalle baionette della NATO e dalle multinazionali del petrolio, onore quindi al templare di Allah”. Umberto Bossi invece non si smentisce mai, queste sono state infatti le sue prime parole: “Ora che Gheddafi è morto, bisogna far tornare indietro tutti i libici presenti nel nostro paese”. Conclude questa lunga lista di commenti il segretario del PD Bersani, con un rispettoso e super partes “Una morte non si festeggia mai”.
La NATO annuncia che ritirerà le truppe dalla Libia il prossimo 31 ottobre, si riaprono le porte del futuro di questa nazione. Ora le redini sono tenute ben strette dal CNT, che dovrà affrontare probabilmente la sfida più grande per un popolo che è sempre stato governato e che ora assapora la libertà. Ci vorrà collaborazione, bisognerà iniziare tutto dalle fondamenta, c’è uno stato da ricostruire, e ci auguriamo tutti che la Libia diventi più solida che mai.

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Un doppio sguardo a Mamma Africa

Parlerò dell’Africa in questo articolo; non si tratta di notizie eclatanti riguardanti il continente nero, e non vorrei nemmeno scrivere il solito inno denunciando la povertà ingiustificata che ormai da anni l’affligge. Vorrei descrivere l’Africa, e non solo attraverso un paio d’occhi, perché quelli di certo non bastano, vorrei parlare di come essa possa stupire anche dopo che si pensa di conoscerla alla perfezione, vorrei che il mondo – o perlomeno qualcuno di voi – abbia voglia di sentirla dentro, di scoprirla davvero, proprio come è capitato a me. L’Africa richiama alla mente umana istinti primordiali spazzati via dall’eccessiva civilizzazione occidentale, si appiccica sulla pelle d’ogni uomo che incontra e poi non basta una doccia per farla scivolare via. E’ come un odore immenso che dopo un po’ dà alla testa creando anche una certa dipendenza. A volte quell’odore mi fa male, che lo si chiami mal d’Africa o in qualsiasi altro modo. Avevo una casa in Africa tempo fa, più precisamente in Kenya, nella cittadina turistica di Malindi. Ero una bambina, purtroppo ricordo molto poco, ma non posso dimenticare quanto mi dispiacesse ogni volta tornare in Italia. Non ricordo bene quella casa, ma ricordo bene tutto ciò che c’era fuori: gli odori, i sapori e la gente – e con “gente” intendo ogni singola persona -, tutto fuori dalle mura di quella costruzione era casa mia, e sono certa che potrebbe e dovrebbe essere la casa di ognuno di noi. Quell’odore – chiedo scusa per la mia insistenza su questo aspetto, ma chi ha messo piede in Africa credo possa capirmi – non lo si dimentica, non lo si dimentica neanche scappando dall’altra parte del mondo, lo si ricorda anche quando gli anni passano e la corrotta società odierna cerca di sostituirlo con il profumo fresco di una banconota o con il nocivo odore dell’inquinamento. Poi, se ci si torna, e in qualche modo – anche solo mentalmente – in Africa si ritorna sempre, allora credo ci si renda conto che in realtà si è sempre voluto stare lì, ci si rende conto che le nostre vite civilizzate sono tanto belle quanto inutili, e senza dubbio dannose. Io sono tornata in Kenya, mi ci sono fermata sia mentalmente che fisicamente e mi sono sentita piccola come non mi ero sentita mai, mi sono sentita schiacciata da un cielo pieno di stelle che sembrano sigillare davvero tutto quello che c’è sotto. Basta esser capaci di aprire gli occhi – e purtroppo non tutti riescono a farlo – per sentirsi piccoli, superficiali e inutili di fronte a quest’umanità così diversa, ci si sente stupidi e si prova pena per tutti coloro che per secoli hanno sancito una superiorità che in realtà non c’è. E credo si capisca immediatamente che questa smania d’essere migliori, per poi cucirsi addosso l’immagine di una società occidentale caritatevole nei confronti dei più poveri, denoti in realtà una sostanziale mancanza d’umiltà, e forse d’intelligenza. Non vorrei  denigrare la società in cui siamo costretti a vivere, eppure, secondo me, il terzo mondo dovrebbe essere il primo.

Di Valentina Di Clemente

Quest’anno ho avuto la possibilità di passare due settimane in Kenya, a Malindi. E’ stata la prima volta che ho messo piede nel continente africano, e per continente africano non intendo quello reclamizzato dalle tv di tutto il mondo, di cui si conoscono così bene i problemi legati a dittature e petrolio, ma neppure quella parte di Africa che può addirittura permettersi di ospitare i campionati mondiali di calcio. No, il Kenya non è l’Egitto, non è la Libia e non è il Sud Africa. Il Kenya è parte di quella realtà che si conosce appena, magari solamente per sentito dire, oppure grazie alla tv, è parte di quel continente definito “nero”, non perché ci vivano persone di colore o perché faccia paura, ma perché nero è il destino di milioni di persone che vivono nel degrado totale senza più speranze, questa è purtroppo la dura realtà dell’autentica “Mamma Africa”, dove tutto è cominciato, se si dà per scontato che il creazionismo non sia una teoria scientifica.
Il destino dell’Africa centrale però si può ancora cambiare. Il vero problema è il modo in cui si cerca di farlo. Quando noi europei o americani vediamo alla tv la faccia di un bambino malato che sorride sdentato ci inteneriamo e pensiamo che quell’euro che mandiamo grazie a un messaggio possa servire a qualcosa; quando mandiamo un mucchio di soldi a qualcuno in Africa che ha bisogno, che ne so, di cure o di acqua pensiamo fortemente di aver fatto la cosa giusta. I soldi però non danno la felicità, si dice, e in questi casi in un certo senso rispecchia la realtà dei fatti. Per fare un esempio l’ex presidente kenyota Daniel Toroitich arap Moi, uno degli uomini più ricchi dell’Africa, è stato al potere 24 anni, in questo lunghissimo periodo di presidenza si è intascato i soldi che sarebbero dovuti essere destinati alla costruzione di infrastrutture grazie alla sua posizione, e non è da meno il presidente attuale: Mwai Kibaki, grande amico di Moi, tanto per cambiare. Purtroppo le cose in Africa stanno così: gli occidentali mandano i soldi al governo in modo che li investa, questo una piccola percentuale li investe, mentre il resto finisce nelle sue tasche. I fatti sono questi, non è un segreto, ma evidentemente a noi va bene così, tanto mica hanno il petrolio loro!
Se veramente si vuole aiutare l’Africa, i bambini, i malati, tutti insomma, bisogna astenersi dal mandare direttamente dei soldi. Non lo dico come accusa nei confronti di chi ha pensato di essere un po’ generoso almeno una volta nella sua vita, anzi, ben venga! Purtroppo però le nostre amate tv, da cui apprendiamo a volte anche l’80% del nostro sapere quotidiano, non spiegano come fare veramente del bene, ma pensano solamente a far sembrare il canale più interessato all’umanità e a far sentire le persone più in pace con loro stesse. Più che cercare di incrementare una ricchezza che non esiste dunque bisogna puntare prima di tutto all’istruzione. La cosa che per noi è più difficile da comprendere è che noi vediamo l’istruzione come qualcosa che ci è dovuto, un diritto scontato, ma lì non è assolutamente così. Ci sono classi nelle scuole pubbliche kenyote in cui un insegnante ha più di novanta bambini da seguire; noi ci lamentiamo (a ragione ovviamente) perché nelle nostre aule trenta alunni stanno stretti, loro non hanno nemmeno il tempo di lamentarsi. Quella che i nostri ragazzi e bambini vedono come un reato contro la propria libertà, per un bambino o un ragazzo africano è il solo e unico mezzo di liberazione. E’ solo grazie alla scuola che un popolo ha la possibilità di emanciparsi, Nelson Mandela disse che “l’istruzione e la formazione sono le armi più potenti che si possono utilizzare per cambiare il mondo”, difatti senza istruzione un popolo rimane oppresso, calmo e fiducioso nella sua ignoranza. Tra coloro che l’hanno capito da tempo ormai si possono citare la Chiesa, ma anche il nostro presidente del Consiglio. L’istruzione è dunque l’unica via che permetta ai popoli africani di liberarsi dalle catene europee e da quelle dei loro presidenti parassiti.
Io ovviamente non sto suggerendo di andare tutti in Africa cazzuola in mano a costruire scuole. Posso però, tramite un esempio, far capire che cosa a mio parere sarebbe utile fare. Un’idea per nulla sbagliata potrebbe essere quella di costituire un’associazione che si occupi di costruire scuole e che soprattutto faccia arrivare insegnanti dai paesi con un livello di istruzione più elevato, che raccolga i soldi in tre rate, una all’inizio dei lavori, una a metà e una a lavori ultimati, che presenti un resoconto e delle prove tangibili del funzionamento delle strutture e così via dicendo. Magari non diventeranno tutti professori di Harvard o Yale, ma comunque sarà un ottimo inizio, perché di generazione in generazione l’istruzione si autoalimenta e cresce esponenzialmente, fino alla vera emancipazione dei popoli centroafricani.
L’Africa è un continente perduto. Perduto semplicemente perché è stato dimenticato, magari non da Dio, ma sicuramente dagli uomini. Si sa però che le cose dimenticate si possono sempre ricordare e tutto ciò che si è perduto può essere ritrovato. Per i Greci dal vaso di Pandora l’ultima a uscire fu la speranza, perché mai per gli africani dovrebbe essere da meno?

Di Alessandro Pietrantonio

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Indignados: il nuovo sogno americano

“Facevo il mio lavoro di giornalista, che consiste nel raccogliere informazioni. E sempre mi veniva contestata la stessa accusa: ‘Sei dalla loro parte’.”
Queste sono le parole di Anna Politkovskaja. Parole che esprimono esattamente che significava per lei essere una giornalista, amare il proprio lavoro, nonostante da ogni parte venisse denigrata, non capita, etichettata. Una grande giornalista resta per me, una persona che ha dato la sua vita per raccogliere e raccontare le informazioni. Un eroe dei nostri tempi. E il 7 ottobre cade l’anniversario della sua uccisione. Una morte che ancora non ha dei mandanti, anche se ha trovato un colpevole. E per ricordare la sua figura lascio uno dei suoi tanti articoli pubblicati. Le sue parole meglio di ogni ricordo.

Cinquantasette ore dopo

Gli ultimi giorni sono passati nel delirio più completo. Mosca seppellisce gli ostaggi. Oggi, ieri, domani. È insopportabile…I defunti hanno volti tranquilli, per nulla deformati dalla morte, come se fossero addormentati; in effetti li hanno addormentati: la nostra nazione ha soltanto calcolato male la dose…
Non scrivo mai reportage dai funerali, ma questa volta farò un’eccezione. Lena, una vecchia conoscente, ha seppellito il marito Sergej e il figlio Andrjusa. Il 23 erano andati tutti insieme a teatro, sedevano vicini ma soltanto Lena è sopravvissuta.
…In chiesa i feretri di Andrjusa e Sergej stavano uno di fianco all’altro. La gente era così numerosa che non si riusciva a passare. Nessuno parlava. Non una parola di politica. Solamente Lena, ogni tanto, si muoveva avanti indietro per lo stretto passaggio, mormorando qualcosa. Quando si fermava, appoggiava una mano su una bara, una sull’altra, e sorreggendosi sulle gambe, lasciava cadere la testa tra le due casse e rimaneva così, come un uccellino con le ali spiegate, o uno ferito che tenta con tutte le sue forze di rimettersi in piedi.
Anche io sono colpevole di fronte a Lena, ora e per sempre. Sono la sola a conoscerne la ragione. Ed è una colpa che non verrà mai espiata.
Comincia il servizio funebre, aleggia una strana sensazione. Chissà perché sono pochi a farsi il segno della croce. Non c’è neanche un rappresentante dello Stato, non uno della Duma, né del Consiglio della Federazione. “Partito e governo”, sono loro che hanno lasciato entrare i terroristi a Mosca. Sono arrabbiata, arrabbiatissima, anche se non è il luogo adatto per il rancore. A completare il quadro c’è il prete, che padroneggia male la sua voce roca e debole. E stona persino quando canta. Sarà raffreddato? All’inizio non capisco perché debba andare proprio così, nella chiesa del cimitero di Kunzevskij, con questo prete. Torno ad arrabbiarmi: da noi va sempre a finire in questo modo…
Ma poi capisco che probabilmente il sacerdote avrà avuto moltissimo lavoro in questo periodo, e perso la voce per la serie infinita di servizi funebri degli ultimi giorni. Anche lui è un essere umano e le sue corde vocali non hanno retto; non avranno mandato nessuno ad aiutarlo.
Inaspettatamente il servizio funebre si conclude in fretta, più o meno dopo venti minuti. Verso la fine la voce del pope è quasi un sussurro. Lena con le ali spalancate tra le due bare e il prete senza voce sono le “mie” icone di questa tragedia d’ottobre, le cui conseguenze saranno più forti della tragedia stessa. Lena e il prete hanno infranto l’immagine di una cecena-kamikaze con la pistola in una mano, nell’altra una granata con la linguetta infilata nel pollice e la carica esplosiva legata alla cintura; hanno spazzato via la sua conversazione con un’altra di queste “bombe viventi” a proposito della famiglia lasciata a Groznyj, la sua ostinata allegria a qualche ora dalla morte; hanno annullato le immagini, trasmesse senza sosta sulle nostre reti, di combattimenti sconfitti, riversi in una pozza di sangue, le fotografie scattate attraverso i finestrini degli autobus agli ostaggi asfissiati dal gas; e infine le domande, domande e ancora domande…
Perché c’erano così pochi medici per la rianimazione? Perché i soccorsi non avevano antidoto in quantità adeguata? Perché, con l’uso del gas, il Cremlino ha messo ostaggi e terroristi sullo stesso piano? E dove sono i “dispersi”? perché gli investigatori dell’FSB (la polizia politica federale) incaricati dell’inchiesta, quando interrogano gli ostaggi negli ospedali, non consegnano loro un certificato di “vittime”? E se lo fanno, come mai su quei documenti tanto approssimativi spesso manca il cognome della vittima, così da rendere impossibile rivolgersi al tribunale?
Come tutti, anch’io sono sommersa da domande senza risposta.
Eppure quelle due immagini – “il prete senza voce” e “Lena tra due bare” – restano i miei punti fermi.  Il primo passo, la prima cosa da fare è preoccuparsi per chi soffre. Pensare alla loro sorte, alle loro condizioni, alla loro salute, garantire le cure mediche necessarie, il supporto sociale e psicologico. Per sopravvivere dopo la sopravvivenza. Fare tutto il necessario perché diventi veramente possibile una seconda nascita.
Dopo il funerale volo per qualche ora a Parigi, ma non tardo a pentirmene. Il canale France 2 mi ha invitato a partecipare al programma di punta del sabato sera; accetto solo perché mi dicono che in Occidente non riescono a capire quello che sta succedendo da noi, in “Oriente”. Durante lo show, condotto da Thierry Ardisson, una star della tv francese, prima che tocchi a me si esibisce un cantante di cui ora non ricordo il nome, ho dimenticato di annotarlo. C’è anche il ministro della Sanità del governo Maschadov, un tale Umar: ho subito dimenticato anche il suo cognome. Per cominciare, fiumi di parole sui ceceni, che da tanto lottano instancabilmente per ottenere la loro libertà, (il cantante li ammira moltissimo, il conduttore pure), così a me rimangono pochissimi minuti.
Ma per dire cosa? Proprio ora che ho un posto dove esprimermi liberamente.
Parlo male, poco e non dico niente di quello che vorrei. Ovviamente è un peccato. Perché se ti danno l’opportunità di esprimerti, devi coglierla al volo. Ma non ci provo neanche, non sono in sintonia con l’ambiente, lì non c’è nessuno che abbia voglia di sentire quello che mi preoccupa davvero. E siccome vengo direttamente dal funerale, vorrei parlare soprattutto delle vittime, delle pesantissime conseguenze. Intorno al ministro della Sanità dell’Ickeria (e anche lui lì c’entra poco e la cosa lo turba) si scatenano alcune francesi, come me non più giovani, che gli esprimono la loro ammirazione. Sono esaltate e romanticamente superficiali. Già dopo cinque minuti comincia a venirmi la nausea: queste francesi sono così lontane dalla realtà, e non sono le uniche.
Anche noi lo siamo, ma in senso opposto.
Torno a Mosca, è il primo novembre. Una rappresentanza di ceceni moscoviti ha partecipato al Congresso mondiale ceceno, svoltosi a Copenaghen subito dopo l’assedio, che ha scatenato un’ondata di proteste senza precedenti da parte del Cremlino contro la Danimarca, con cancellazioni di visite e di incontri ufficiali, fino all’arresto di Achmed Zakaev, a mo’ di risarcimento e scuse per i russi. Così il primo novembre, a seguito di una decisione presa dal Congresso, quella stessa rappresentanza cecena depositerà una corona davanti al Teatro Dubrovka.
Anch’io ero stata invitata a partecipare, ma non ci sono andata per due motivi. Il primo è semplice: non mi piacciono le manifestazioni di massa e non ho mai reso omaggio a nessuno insieme alla folla. Il secondo motivo è ancora più semplice: non ne avevo il tempo, ero sull’aereo.
C’è anche un terzo motivo, ed è il più importante. Ma non so bene come spiegarlo, e mi fa star male. Ci proverò in qualche modo. In quella cerimonia c’era qualcosa che non andava, e non perché, come ora pensano in molti, “i ceceni hanno tutte le colpe”. E neppure per qualche mio rancore personale verso i ceceni: ovviamente non ho nulla contro di loro. Non mi è assolutamente piaciuto il comportamento tenuto dalla maggior parte dei ceceni importanti in quella cinquantasette ore, quando tutto era appeso ad un filo, l’intero Dubrovka poteva saltare per aria da un momento all’altro, e una loro parola agli uomini guidati da Baraev il giovane poteva avere un peso maggiore che quella di chiunque altro. Io, almeno, ne ero convinta. Ma quelle parole non sono arrivate. Non è successo nulla. Hanno deluso le aspettative. E ora questo appartiene alla storia. Un’altra ragione per non sopportare quelle nauseanti signore francesi.
Solo Aslambek Aslachanov, ceceno e deputato della Duma, ha avuto il coraggio di recarsi dai terroristi, senza temere per la propria sorte. Eppure gli assalitori del Nord-Ost lo consideravano un generale dell’MVD (ministero degli Affari interni) e un “federale”. Ma Aslachanov ci è andato lo stesso, nonostante a casa lo aspettassero i figli piccoli…ci è andato e basta. Anche questo ormai fa parte della storia.
E gli altri, dov’erano? Dov’era Malik Sajdulaev? E quell’Umar, di cui ho dimenticato il cognome, e non desidero ricordarlo, lo stesso ricco signore che possiede l’albergo alla stazione Kievskij di Mosca? E Gantamirov? E Chadzev? E tanti altri ancora…
Tutti, fino a Kadyrov, cui è tanto attaccata la maggior parte dei ceceni di Mosca, e che quando vola da Groznyj nella capitale induce a fare cattivi pensieri sui veri interessi di entrambe le parti. Kadyrov, già avanti negli anni, si è coperto di un tale incancellabile disonore, valutando la propria vita più importante di cinquanta spettatori innocenti del Nord-Ost. (I terroristi avevano invitato Kadyrov – tra tutti i possibili negoziatori proprio lui, il capo della Cecenia, il prescelto di Putin – e in cambio avrebbero ridato la libertà a cinquanta ostaggi. Ma Kadyrov non ci è andato, spiegando in seguito che non lo avevano avvertito).
In quelle cinquantasette ore i ceceni importanti non hanno fatto altro che confabulare di nascosto. Solo quello. Vergognosamente poco. E nessuno ha biasimato Kadyrov: non sono riusciti a persuaderlo a entrare nella storia come salvatore di cinquanta, tra donne e bambini. Una diaspora, quasi al gran completo, avvenuta in cinquantasette ore. Ne sono usciti in parte soltanto a Copenaghen.
Personalmente lo ritengo uno schifo. Una mancanza di umanità. Ma può anche darsi che io mi stia sbagliando, e meriti un rimprovero: i ceceni di una certa importanza avevano paura, e ancora ne hanno, delle conseguenze per i fatti del Dubrovka, si preoccupavano della loro sopravvivenza in una società pronta a scatenarsi ancor più duramente nei loro confronti. Sì, deve essere così.
È quasi come un listino prezzi. E la paura costa cara. Non c’era modo di pagare un prezzo minore? A quanto pare in quel momento i rappresentanti della Cecenia non si rendevano contro che gli ostaggi, quasi inevitabilmente destinati alla morte, avevano ancora più paura; che centinaia e più di loro (non sappiamo quanti per la precisione), in ogni minuto di quelle cinquantasette ore, le ultime della loro vita, si preparavano a morire. E così noi oggi continuiamo ad andare ai funerali, con un prete cui manca la voce per le troppe cerimonie funebri che anche le sue corde vocali non riescono più a sopportare.
Dopo tutto questo è giusto tener conto del terrore che ha scatenato quella diaspora cecena? Non credo proprio. Se mettiamo da parte cose come la paura – tutti l’hanno avuta, senza eccezioni, sia gli assedianti che gli assediati – torniamo al punto di partenza: perché i rappresentanti ceceni in quelle prime cinquantasette ore si sono comportati così?
Perché gli è mancato il coraggio. Il coraggio di intervenire nei confronti dei loro stessi giovani, trasformatisi in radicali incapaci di scendere a compromessi. Così sono strisciati via di soppiatto. O, forse, hanno provato ribrezzo. Si sentivano in alto, ma sono scesi tremendamente in basso.
E anche questo appartiene ormai alla nostra storia. Il mito di una nazione dal grande coraggio non esiste più, è svanito il 23 ottobre 2002.
Intanto in Cecenia continuano i rastrellamenti. La gente continua a soffrire, sta male esattamente come prima. I paesi sono isolati. La zona oltre la sbarra con la scritta CECENIA si è di nuovo trasformata in un poligono.
Da questo lato della sbarra va un po’ meglio, ma non a molti.

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