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Quanto è lontana la luce nel tunnel

Pensavamo che avremmo potuto cambiare qualcosa, essere i protagonisti. Ci siamo illusi. Tutto sta peggiorando, si sta deteriorando. Abbiamo festeggiato la caduta del governo Berlusconi. Siamo stati sciocchi, io il primo. Quella data rappresenta l’esplosione di una bomba che portava dentro sé un germe, un virus. I mali di questo continente si sono ingigantiti. La crisi sta mostrando il volto oscuro dell’essere umano, un’altra volta, dopo soli settant’anni.
Il riferimento al passato non è casuale. Nel 1947, dopo che il mondo ha visto circa 60.000.000 di MORTI, è stata approvata la nostra Costituzione, da molti giudicata la più bella del mondo per i suoi principi e i suoi valori! Si parla di diritti al lavoro, alla famiglia, all’istruzione, alla salute! Cosa ne rimane oggi? Le cosiddette morti “bianche” o  imprenditori che si suicidano perché non riescono più a pagare lo stipendio ai loro dipendenti distruggendo intere famiglie, magari precarie, che non possono permettersi dei figli perché sanno di non poterli mantenere;  famiglie che non possono essere riconosciute tali perché i componenti amano il sesso “sbagliato”; migliaia di ragazzi che ogni anno cercano lavoro all’estero perché qui non c’è posto per i loro studi;  ragazzi che ogni anno dal Sud emigrano al Nord per continuare a studiare perché la loro terra continua ad essere una colonia. Questo è ciò che ne rimane. E in questi giorni stanno cercando di massacrarla ulteriormente.
Potrei andare avanti con gli esempi ma i motivi di questo articolo sono tanti e a tutti vorrei dedicare un piccolo spazio.
Pensiamo ancora al passato, più precisamente al Manifesto di Ventotene, il fondamento dell’Unione Europea. Qui si parla di un’Europa unita, di un federalismo, di un’unione politica, di una democrazia continentale (per gli illusi)! Cosa ne rimane? Il diktat economico dei tre: Angela Merkel, il “socialista” Hollande che però non esita a dichiarare il suo sostengo all’esecutivo italiano e di conseguenza al suo operare (tutt’altro che socialista), e infine Monti. Si è creata l’Europa economica che prevale sulla democrazia dei singoli stati, attraverso l’uso spregevole dell’intimidazione, e libera dal controllo politico a causa di Stati e leader politici ancora vacillanti sull’effettivo cedimento dei poteri sovrani, l’opposto di ciò in cui Spinelli e Rossi credevano. Quando si capirà che l’unica strada per la fine dei conflitti sia economici sia politici è quella dell’unione, dell’internazionalismo? L’Europa non è dei tre, ma dei ventisette: finché premier di singoli stati verranno considerati leader europei, l’unione non avverrà.
Ciò che spaventa è che di democratico non rimane più nulla sia a livello italiano sia, come brevemente ho accennato, a livello europeo.
La riflessione sulla mancanza effettiva di democrazia, riferendoci al nostro paese, non deve scaturire dalla frase che risulta essere di moda oggi: “Questo governo non è democratico perché non l’abbiamo eletto noi”. Noi non abbiamo mai eletto nessun governo, piuttosto la coalizione che, una volta eletta, l’avrebbe formato! Quindi una Fornero o i membri di questo esecutivo avremmo potuto ritrovarli nel governo precedente, o di Prodi (per intenderci). La riflessione dovrebbe piuttosto cominciare quando i rappresentanti del popolo, i parlamentari, non vengo eletti direttamente da questo, ma dai partiti! In questo caso sì che i politici non agiscono più in nome del popolo ma delle aziende-partiti che li hanno eletti. O ancora, quando si sentono esecutivi affermare frasi del tipo “Il governo andrà avanti comunque con le sue decisioni”, pronunciate soprattutto quando manca un patto o compromesso con le parti sociali e i sindacati: quando non c’è confronto tra Stato e società civile si parla di autocrazia perché le leggi ricadono su un popolo che non ha contribuito a produrle! Qui sì che allora manca democrazia! Soprattutto manca democrazia quando il popolo, di cui è fondamento, è totalmente escluso dalla società in cui vive, inebriato dalla ricerca del benessere sfrenato, dall’altra realtà della televisione e della sua individualità. Quando i cittadini che ne fanno parte hanno troppo, non mettono in gioco nulla, perché avrebbero tanto da perdere!  Quindi lasciano che tutto sia lecito, purché non si tocchi il loro eden personale. Questo non è un popolo democratico che sempre deve porre attenzione sulla cosa pubblica. Ecco quando si deve parlare di carenza democratica!
Di democratico rimane poco probabilmente perché l’uomo, oltre ad essere indifferente, è pure smemorato e la crisi economica non aiuta.
Stanno rinascendo i partiti neo-fascisti e neo-nazisti, in tutt’Europa. In alcuni paesi ci sono sempre stati, ma oggi crescono grazie alla paura che le persone nutrono verso un mondo di cui non si fidano più. Gli estremismi raggiungono anche il Maghreb, così si spiega la maggioranza dei voti ai Fratelli Musulmani in Egitto. La religione diventa una via d’uscita metafisica da un mondo non più sopportabile. La paura acceca così anche la memoria in Europa. L’aspetto oscuro dell’uomo che viene rievocato con i nazismi in Grecia, ad esempio, o ai continui atti xenofobi sempre più numerosi. I diritti degli immigrati, fascia della società più debole, calpestati. L’ira sfocia attraverso anche i social networks dove vengono richiamati i forni crematori e parole di odio verso coloro che ci rubano il lavoro, o perlomeno così dicono.
Poveri italiani, poveri europei, ci siamo dimenticati di essere stati immigrati, di aver colonizzato, sterminato, ucciso anche noi stessi. E ora ci arrabbiamo se le nostre vittime vengono a chiederci aiuto.
Povera Italia, povera Europa che pretendono di esportare la democrazia, la stessa che stanno uccidendo,  e che non vogliono capire la voce e le ragioni di chi non finisce mai di combattere all’insegna di quei valori per cui i nostri avi si sono battuti, conquistandoli.
So che siamo tanti, alziamo la voce,  non fermiamoci mai. Ma soprattutto, restiamo umani.
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La giovane indifferenza

L’indifferenza è già di per sé una delle più nocive malattie morali di cui il nostro animo possa essere affetto; diventa micidiale quando la si riscontra nella mia generazione, nei giovani. Quando colpisce chi avrà la responsabilità un giorno, nemmeno tanto lontano, di cambiare questo Paese, lasciatoci in eredità da generazioni che evidentemente non hanno saputo offrirci di meglio. E non mi nascondo dall’accusarle e dall’attribuire le loro colpe: hanno fallito. Come hanno fallito, con responsabilità maggiori, gli intellettuali/giornalisti/editorialisti e tutti coloro che avrebbero dovuto essere una guida, dei consiglieri, dei lumi per il popolo, e che invece non hanno rispettato la loro deontologia professionale, vendendosi, mascherando la verità e obnubilando le nostre menti; nel nostro passato altri lo fecero prima di loro, portandoci alla guerra e al fascismo: Piero Gobetti, una delle più illuminate menti del nostro ‘900, non esitò a definirli “una vile razza bastarda”.
Ripropongo con tutta la sua enfasi questo giudizio, ma non solo. Piero parlò di due caratteristiche che ogni persona deve far proprie e diffondere: la dignità e l’intransigenza. Dignità come supremo valore, intransigenza nel rispettarlo e pretenderlo. Ed è proprio da qui che deve cominciare la nostra ricostruzione: intransigenza nel non accettare e dignità nel non subire passivamente determinati contesti e scelte politiche. Per questo è necessaria la nostra più profonda ed attiva partecipazione alla vita politica e sociale della nostra comunità e alle iniziative che vengono propugnate dai vari movimenti delle nostre città, dalle manifestazioni e assemblee di piazza al volontariato. Il nostro imperativo categorico è quello di diffondere, come Gobetti avrebbe desiderato, valori costruttivi per il nostro bene comune e, nello stesso momento, isolare coloro che li vogliono distruggere. E’ indubbio affermare che questo lavoro di rigenerazione è da concretizzarsi subito.
Non possiamo più permetterci una vita basata solo sul nostro “io”, perché facciamo parte di una collettività che ha bisogno più che in qualsiasi altro momento del nostro contributo: l’individualismo ha da sempre caratterizzato il nostro popolo, molti studiosi italiani, da Mazzini a Turiello, hanno cercato di capirne le cause. Ora è arrivato il momento di pensare ad un “noi”. Democrazia è partecipazione; un popolo stagnante e inerte ne è la degenerazione. Non possiamo più permetterci di pensare che le iniziative di protesta dei nostri compagni liceali ed universitari siano inutili, che non servano a nulla; sono accuse vecchie e soprattutto non costruttive. La democrazia ha bisogno di voce, di protesta, di dissensi, e se “i rappresentanti del popolo” (o meglio dire impiegati dei partiti) non vogliono sentire e infangano gli ideali portanti di queste iniziative, allora bisogna alzare la voce: mai arrendersi, mai rassegnarsi. Rassegnazione e denigrazione sono sintomi d’indifferenza. Siamo protagonisti, non inutili spettatori. Non possiamo più permetterci di pensare che il voto sia l’unico  nostro contributo alla vita politico-sociale: è l’ultimo atto di un percorso di presa di coscienza, che non si forma né davanti alla televisione, talvolta né davanti ai giornali: il voto bisogna respirarlo insieme alla comunità. Non possiamo più permettercidi pensare che la politica non sia una cosa che ci riguarda: per anni abbiamo formulato questo pensiero, perché stanchi o non interessati. Dobbiamo comprendere che la politica e i politici non si stancano mai di pensare o al nostro bene, come dovrebbe essere, o ai loro interessi personali, come è. E le conseguenze ricadono comunque su di noi, a prescindere dalla nostra stanchezza o dal nostro disinteresse. Svegliamoci. Non possiamo più permetterci di pensare che l’unico modo per sopravvivere sia andarsene dal nostro Paese: i patrioti della Resistenza sarebbero così morti invano, insieme ai valori che cercarono di trasmettere donandoci la libertà; la Costituzione della nostra Repubblica sarebbe stata così inutilmente scritta, le speranze dei nostri padri così ignobilmente distrutti, le parole di Calamandrei ed Antonicelli così tristemente inascoltate. Cominciamo a comprendere che rappresentiamo il cambiamento in virtù del quale non possiamo più permetterci di non pensare.
Dopo aver letto queste poche righe potreste reputarmi un utopista; può darsi, anzi forse è proprio così, ma non voglio smettere di credere nel cambiamento e nella mia generazione. Norberto Bobbio avrebbe detto: “Se l’ideale è la tramutazione, non tramuto nulla se non comincio a mutare me stesso. L’utopia comincia domani, e può anche non cominciare mai; la tramutazione comincia oggi e non ha mai fine”.
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151 anni di storia e lo Stato non ha imparato quasi nulla

Il nostro Stato non ha imparato nulla, è smemorato, diffidente e riluttante nei confronti della storia. D’altronde tutta acqua passata, la si studia, si impara a memoria e poi si dimentica. Questa però non si dimentica mai di noi, forse perchè da noi è stata creata e sempre nutrita: si ripresenta perpetuamente con vesti diverse e sempre moderne – paradossalmente anch’essa, seppur un po’ vecchiotta si adegua ai tempi – a degli uomini, anche loro, col passare dei secoli, diversi ma smemorati. Forse con gli anni ha capito questo difetto e si prende gioco di questi… o forse no? Potrei sbagliarmi a considerarla così crudele. Se invece volesse semplicemente offrirgli un generoso aiuto per comprendere meglio il presente?
Interpretazioni a parte, lo Stato, “l’ordinamento che gestisce la vita collettiva di un gruppo sociale all’interno di un certo territorio e che ha il monopolio legittimo della forza”, deve essere il primo a intuire e superare i tranelli, malvagi o salvifici, della storia e saperli riutilizzare a suo favore. Quando tutto questo non avviene, si rischia di ricadere in errori atavici e secolari. Un pericolo più che mai attuale, che mi spaventa e induce alla riflessione.
Allora le comari si affacciarono all’uscio, colle conocchie in mano a sbraitare che volevano ammazzarli tutti, quelli delle tasse”. Così, il verista Giovanni Verga, ne “I Malavoglia”, ha raccontato come la popolazione della cittadina siciliana di Aci Trezza del 1881, e più in generale del Sud Italia, visse lo Stato italiano a vent’anni dall’unione. Un occupante, invasore, estraneo, tassatore, ladro di uomini da mandare al fronte per combattere e morire in guerre sconosciute ai più. La cosiddetta “piemontesizzazione” dell’Italia, con l’allargamento del vecchio ed inadeguato Statuto Albertino, non fu una soluzione lungimirante ed efficiente per l’Italia. Così si sviluppò, da un disagio sociale, il movimento antagonista del brigantaggio, trasformatosi nella mafia parassita che tutti conosciamo. Eppure all’epoca, ignorando i motivi sociali della sua formazione, venne utilizzato il “pugno duro” a cui conseguì la sciagurata decisione di impegnare l’esercito per fronteggiare quell’ostacolo, senza successo. Anzi, fu una delle guerre più atroci e sanguinose, i cui effetti e pregiudizi sono perdurati nel tempo, sino ad oggi. Un errore di portanza storica, un vero e proprio handicap per il futuro del neonato Paese.
Analizzando la storia italiana, scopriamo però che non solo la popolazione meridionale subì un’occupazione straniera. Se si compie un gigantesco salto temporale, necessario per mantenere il filo logico del ragionamento, nel Nord Italia del 1943-45 scopriamo che anche la popolazione settentrionale subì un’occupazione, principalmente quella tedesca affiancata, con un ruolo decisamente minoritario, alla Repubblica fascista di Salò. Proprio da questa occupazione militare, nacque il movimento partigiano della “Resistenza”, che cambiò radicalmente la storia italiana.
E’ evidente la differenza temporale, economico, politico e sociale dei due episodi storici presi in analisi, ma l’attenzione si deve porre sulla loro sostanza: ad un’occupazione indesiderata corrispose una reazione, da parte degli occupati, che in entrambi i casi ha mutato profondamente la società che viviamo oggi.
In virtù degli episodi storici fin qui riportati, si può affermare che la storia, come inizialmente sostenuto “con vesti diverse”, stia tendendo un tranello che gli organi dello Stato si ostinano a non riconoscere. Mi sto riferendo alla militarizzazione del cantiere per il Treno ad alta velocità in Val Susa. Stessa sostanza, stesso schema del passato: imposizione dello Stato, reazione della popolazione locale, risposta più dura da parte degli apparati statali: dal rifiuto del Presidente della Repubblica Napolitano di incontrare i sindaci No Tav durante la sua recente visita a Torino, alla proposta maroniana di inviare l’esercito italiano nel territorio Val Susino. Prevedibile quale sarà la risposta della popolazione. Da una parte la storia dà qualche indizio: i valsusini continueranno a lottare, a prescindere dal compimento dell’opera o meno (come hanno fatto i briganti e i partigiani) semplicemente perché in quelle terre ci vivono e sentono in egual modo lo Stato come un nemico occupante. Il “come” continueranno a lottare non ci è dato saperlo con certezza, a causa dei cambiamenti politico, economico e sociali che il paese ha subito durante i suoi anni di vita, ma si può ipotizzare: non sarà, secondo me, una rivolta violenta, ma si può sicuramente affermare che non verrà mai perdonato allo Stato questo sopruso e se ne diffiderà a lungo, il che, in una Repubblica democratica, avrà degli effetti e delle ripercussioni gravissime.
Ma vi è un aggravante: oggi, a differenza delle circostanze degli avvenimenti storici qui riportati, abbiamo uno Costituzione che nell’articolo 44.2 recita “La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane”, un articolo 5 dello Statuto piemontese che ribadisce: “La Regione, nella politica di programmazione, adotta le misure necessarie a conservare e difendere l’ambiente naturale per assicurare, alla collettività ed ai singoli, condizioni che ne favoriscano lo sviluppo civile e ne salvaguardino la salute”; ma soprattutto, viviamo in una democrazia, dove il popolo, sovrano, deve essere sempre interpellato nelle decisioni che riguardano il Paese.

Un canto, sollevatosi tra i sentieri della Val Clarea, mentre ero insieme a quelle gioiose, indignate e solidali persone, ha ispirato questa riflessione. Ma soprattutto una frase di quel canto, che suonava più o meno così: “Questa mattina, mi sono alzato e ho trovato l’invasor”.

(dal blog di Luca Minici: http://pensierocostituzionale.blogspot.it/)

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