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Il mio Festival dei Minchioni

Con la cultura abbiamo capito che si mangia, ma si mangia a scapito del più debole, del soggetto privo della possibilità di poter giungere direttamente e liberamente al piatto nel quale è riposto il cibo. E’ un emblema del sistema in cui viviamo. E’, in senso lato, la piramide alimentare. E’ un errore strutturale – molto – italiano, dove la casta (qualunque essa sia, in qualsiasi campo ci arrabattiamo) è regia, scenografia, tecnico delle luci, fino a bigliettaio e venditore di popcorn prima di entrare in sala.

Io cerco sempre delle regole. Principalmente in un campo promiscuo e sovrappopolato come quello della letteratura.

Se internet ha aperto delle porte, negl’ultimi anni queste sono state sradicate insieme alle pareti, rendendo tutto un pappone senza condimenti né serietà di contenuto (ricercato); universalmente.

In generale, in positivo riscontriamo l’informazione, la divulgazione, la rapidità e la possibilità virtuale di essere ovunque e con chiunque.

Nei contenuti, però, si riscontra una globale confusione. L’incertezza, le troppe proposte quasi tutte a tinta unita, la violenza finanziaria di determinati prodotti, che sbandierano il termine libertà come religione ma traducendolo in una sorveglianza costante a scopo personale o di mercato, rendono questo importante complesso una sfida o un luogo per “perderci tempo”. La soluzione è pratica: riconoscere e frequentare il buono, trascurando il superfluo e l’inutile. Ma in un mondo dove si indottrina ad apprezzare il superfluo, tralasciando il senso e il valore umano/sociale dell’Oggetto, come fare?

Camminiamo su di un piano emozionale e spregiudicato. Ogni cosa, la parola in sé, è divenuta mercato. Non importa il valore artistico, la ricerca scientifica del linguaggio, l’intenzione parossistica, lo studio o il livello di preparazione, l’importante è avere il denaro per poterlo fare. Certo, la bravura è premiata – a lungo andare. Ma qui si cade sul pantano dei giovani. Suddetti, soggetti a un movimento globale di prostituzione mediatica, soggiogati da “tante belle parole” pubblicistiche e tecnologiche, vivono un processo di violenza perpetuato da un mercato interessato unicamente al valore materiale del prodotto e non di quello spirituale (cioè umano/sociale).

Il problema, spero sia semplice da capire, non sono i giovani.

L’impasse deriva da una politica che non ha saputo gestire il futuro, rimandandolo in continuazione. Fermi sull’istruzione, sulla giustizia, sull’incentivare e promuovere, finanziando, la cultura e la sperimentazione e la ricerca in qualsiasi campo, ha spento molte ragioni di crescita e sviluppo, condividendo (spesso) e accettando (fino a quando gli altarini non escono fuori dalle maglie degli scorretti) la deturpazione e la scorrettezza di determinati processi di equità e professionalità, sia a livello nazionale che mondiale. Questo va da Pompei ai libri sugli scaffali di ogni libreria. E’ quella che sono solito definire “cultura mafiosa”, dove tutto si fa in base alle richieste sporche di un’elite o di qualche potente nostrano. Dal micro al macro, in modo diverso per ogni diversa situazione, i tentacoli si allungano e strozzano una crescita necessaria per il domani. L’esempio più vicino è quello che è avvenuto in questi giorni nella Lega o del caso Lusi per il Pd. Ma il mio concetto di “cultura mafiosa” si estende anche ad altro, differente dalla politica, come il caso del mercato del libro.

Partiamo da questa metafora: è come essere contadino che vende carne ad un macellaio per tornare il giorno dopo ad acquistarla.

Io trovo ingiusto e, in molti casi, sproporzionato e subdolo il meccanismo di pubblicazione richiesto da (quasi tutte) le case editrici. Tornando all’esempio della carne, e parafrasandolo in altri termini: se creo un prodotto e voglio venderlo, non posso essere io a pagare per poterlo fare. E’ incoerente. Dovrei essere io a recepire un compenso per il lavoro svolto, non il contrario. Eppure è così che va il mondo.

In questo modo si incentiva “il mercato mafioso”, cioè: chi ha la possibilità di pagare (non valutando il valore artistico del prodotto) può accedere in questo campo – non menzionando le amicizie dirette o gli amici di amici degli amici, ext. ext.

Molto spesso la spesa per una “partecipazione dell’autore” avviene con la scusante che il mercato è saturo ed è difficile entrarci per una piccola o media casa editrice. L’incongruenza nasce dalla risposta che sono loro a rendere così grasso e vuoto il mercato. Come? Si richiede un contributo, che oscilla dai 500 ai 3000 euro. In sostituzione, la casa editrice, ricambierà questa spesa mandandoti a casa (se, ad esempio, il libro costa 10 euro e tu hai pagato 1000 euro per la pubblicazione) 100 copie del tuo libro. Capita anche che manchi l’editing o che il rapporto tra autore e casa editrice sia solo di comunicazione “stampa, pagamento, spedizione libro a casa”; abbandonando l’autore al suo destino, con le sue bellissime 100 copie regalate ad amici e parenti.

Comprendiamo facilmente che l’autore è costretto a pagare per poter vedere la sua opera trasformata in libro. Comprendiamo anche che 1000 euro si possono trovare e che questo è un sistema errato, denunciato, eppure ancora prevalente nel nostro paese.

Questo è un’umiliante percorso autogestito e autofinanziato, dove non esiste rapporto di scambio o di crescita, né di collaborazione o familiarità. Per questo cerco delle regole.

Se il mercato è saturo, è perché non esiste una valutazione competente che regoli il processo di scouting che, successivamente, porta una continuità di espansione e crescita (personale come generale).

Come ha affermato il poeta Bas Kwakman: <<La brutta poesia non è mai un ponte verso la bella poesia.>>

Se niente viene gestito con professionalità, e il prodotto si produce solo perché viene pagato (neppure venduto!), il buono viene sommerso dal marcio. Il brutto non ha paragone perché non c’è la conoscenza per distinguerlo dal bello. Se, in Italia, il film di Checco Zalone ha portato al cinema milioni di italiani, mentre il film “Una separazione” di Asghar Farhadi ne ha raccolto poco più di 700 mila, si comprende che c’è una disparità di comprensione e apprendimento, derivato da un’istruzione tecnica/specialistica assente (sia personale come generale). Mi si può ribattere che l’arte si apprezza in base ai propri gusti, ma se abbiamo dei gusti orribili o dei gusti impreparati per comprendere la portata di una vera opera d’arte, come fare?

Per questo parlo di una corrente inesistente e di un sistema balordo e cinico. Per questo parlo di riformare e promuovere e denunciare, dove è possibile (un po’ ovunque), tutto questo grande casino popolare.

Da qui passo al Festival dell’Inedito. E, per agganciarmi a tutto quello che finora ho detto, partiamo dall’evidenza degl’altarini.

Per partecipare bisogna pagare. Anche se parliamo di un programma dedicato al commercio di material-works letterario inedito, col quale si cerca di poter ricavare un guadagno, prima che questo avvenga, bisogna che il lavoratore-autore sborsi una cifra per comprendere se egli sia idoneo a partecipare a tale mercatino-festival.

Si parte da un target per giungerne ad un altro superiore in caso sia richiesta una valutazione scritta (sia positiva che negativa).

In caso l’autore sia apprezzato dalla giuria, scelta la sua opera, costui verrà inserito in uno stand (anch’esso a pagamento) dove potrà mostrare la sua opera ai vari personaggi influenti delle case editrici e partecipare ad un concorso che come premio ha una pubblicazione gratuita. Ammetto che non so se in caso di richiesta di pubblicazione sia dovuta quella “famosa” richiesta di contributo da parte dell’autore (ma, in molti casi, avviene così visto il sistema delle case editrici descritto in precedenza). Ammetto anche che parliamo di un’idea piacevole, se non fosse per questo brutto inconveniente del “pagarsi”, irrispettoso verso coloro che propongono le proprie opere inedite.

Un’altra cosa positiva è la presa di posizione di molti autori contro tale meccanismo, inutile e deleterio.

La cosa più ridicola è vedere come molte persone prendano le distanze (come la SIAE o il Comune di Firenze, che antecedentemente alle denuncie, erano finanziatori del Festival) e come i dirigenti della manifestazione hanno reagito alle accuse: non scusandosi ed eliminando (se non il Festival) la quota di partecipazione (visto che come dice un consigliere comunale vale solo il 10% dell’intero evento), ma, semplicemente, abbassando le quote. Il problema principale non è questo: il problema si verificherà se qualcuno domani pagherà per aderire, sostenendo tale sistema, sporco e clientelare. E avverrà sicuramente (sempre che il Festival non venga chiuso) perché, come dicevo sopra, questa è l’unica strada che si ha per raggiungere determinati livelli. Altrimenti si è fuori.

Quindi, deducendo che il prodotto creato dal lavoratore, per renderlo merce dell’unico mercato, deve pagare e non venderlo, vorrei proporre una mia cosa. Io vorrei creare un luogo dove tutte le persone di buon senso possano venire, gratuitamente, per collassare il sistema.

E’ un luogo dove non c’è niente oltre un grande falò. Qui ognuno potrà buttare la propria opera in segno di negazione assoluta. Cioè di assenza futura. Perché, in altro modo, lo sta facendo gente di questo nostro Stato in tutti i settori; da anni ormai. Questo suicidio artistico di massa è un boicottaggio verso coloro che sfruttano e non seminano.

Estinguere la corrente.

Un voto nullo.

Cioè, ripeto, un’assenza futura.

Immaginate di essere voi coloro che prendono le redini di questo schifo già in auge e in perenne requiem.

E’ un idea tremenda, la mia. Lo so. Ma mai come ora farei a qualsiasi cosa per pulire e dare una regolarità a un domani che vedo come oggi.

Senza altarini, benvenuti al mio Festival dei Minchioni.

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Il sosia

La storia prende la piega che il narratore ha voluto creare, impostare, figurare e, anche, delegittimare, riformare, rivedere. Forse è stato il viaggio in Russia. Magari Putin gli ha rimembrato i mezzi per tentare il ribaltone, e cioè: gridare alla malvagità di un nemico (quasi) inesistente. Per Putin: il terrorismo ceceno. Per Berlusconi: il comunismo. Ma, questa volta, a proporlo è stato il delfino Alfano, il successore. E’ carino vedere che il tempo passa e porta mutamenti, mentre tanta gente continua ancora a parlare di fantasmi di un passato che nel presente non supera la soglia del 4% elettorale. Perché, diciamocelo chiaramente, non si può definire il Pd un partito comunista. Neppure quello di Vendola. Forse, Alfano e Berlusconi, parlano di un qualcosa che identificano nell’unione dei vari partiti finora citati? Non penso. Penso soltanto che è un ritornello senza alcuna fantasia né ritegno verso una fazione politica ormai in via d’estinzione. Però c’era d’aspettarselo. Ormai pure i gesti delle mani sono simili a quelli del padrone. I comici saranno felici di avere un nuovo Cesare da ridicolizzare. E, spero, che questo valga anche per i cittadini italiani. Proviamo tenerezza per un uomo – e un partito – che, abbandonato da Lega e Terzo Polo, prova a giocare la carta della disperazione. Si allontanano sempre più dalla realtà, ora che il paese necessità di avere e ricostruire una realtà distrutta da quel Berlusconi che ha portato il delirio, la falsità, la corruzione, ovunque abbia messo mano (o baciato e stretto mani). E mi dispiace vedere Dell’Utri, mafioso, sorridere e dire che ora la giustizia ha trionfato. Come è banale, sempre e ancora, sentire Berlusconi e Alfano lodare l’ingiustizia e sentirsi soddisfatti quando gli errori e il reato hanno il sopravvento sulla giusta causa e sulla verità dei fatti. Qui sembra che il tempo si sia arrestato. Un quadro di Hopper dove risulta vedersi una grande distesa verde sul quale giace un morto e accanto un cane che gli urina addosso. Perdonate la violenza dell’immagine. E’ il rispetto assente per chi è morto per tentare di salvare un paese che ha sempre tentato di non salvarsi. Come dice Giancarlo Caselli, procuratore di Torino, ed ex capo della procura di Palermo: “La requisitoria del sostituto procuratore generale della Cassazione Iacoviello non ha ferito solo me, ma Giovanni Falcone che ha teorizzato e concretizzato nei maxiprocessi il concorso esterno in associazione mafiosa.”

La requisitoria ha ferito tutto noi che crediamo e lottiamo contro questo sistema corrotto e malsano per tutti; per domani, per oggi.

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Il gioco dell’oca. Un’annotazione per il Premier Monti

Una constatazione: Mario Monti è un uomo che annota tutto. E lo fa seriamente.

Questo è un bene, avendo tutto scritto non si rischia di dimenticare. Ma lo scrivere ha, comunque, una subdola capacità: il tralasciare se non si ritorna a leggere le pagine precedenti. Quindi c’è la possibilità di dimenticarsene o di occultare alcune parti.

Quando Berlusconi, a pranzo col Premier, lo ha supplicato di darsi una mossa sulla riforma della giustizia (tra l’altro è stato prescritto riguardo il caso Mills, lamentandosi pure –dopo tutti gli imbrogli e i sotterfugi per sfuggire da tale sentenza- di non aver ricevuto l’assoluzione), Mario Monti ha ritenuto corretto che questo rientrasse nel suo taccuino; che lo annotasse.

Questo è un esempio dell’uso che si può fare con un quaderno personale, di lavoro, di studio.

Ma passiamo alla seconda operazione: il rivedere.

Questo, il Presidente Mario Monti, sembra non compierlo.

La riforma sui Taxi, le Professioni, le farmacie, cambia e si addolcisce giorno dopo giorno. Diciamo che le pagine vengono scritte e riscritte sempre con una grafia più piccola e riassumendo sempre di più i pensieri e le riflessioni trascritte precedentemente. Cioè, in breve, si scorpora il grande pensiero centrale in piccole parti; continuamente. Ancora più in breve, si dimenticano o si occultano le parole e le richieste o riflessioni scritte precedentemente.

Non parlando più metaforicamente, c’è un ridimensionamento costante. Questo deriva dal logorio interno da parte di lobby, parti sociali, partiti senza ideologie concrete che tentano – unicamente – di accaparrarsi il Monti per il 2013 (anche se Lui, sperando riesca a mantenerla, ha promesso di non candidarsi alle prossime elezioni).

Ok, la Grecia è salva, lo spread non emoziona più, ma il timore e la sporcizia resta. Qui non stiamo parlando di un qualcosa che funziona. Qui parliamo di un paese vissuto nel caos primordiale, dove vige la legge del chi arriva e corrompe prima vince. Qui non parliamo solo di creare posti in più per incentivare la crescita, ma discutiamo anche di una ristrutturazione di un sistema corrotto e malsano. Oppure mi sbaglio?

Va bene – finalmente – far pagare l’Ici alla chiesa. Va male invece l’eliminazione del “tesoretto” del Fisco per l’agevolazione sulle tasse. Non sarebbe stato meglio farlo nascere questo “tesoretto”, anche con entrate minime? I dati mostrano che la gente è sempre più povera, che il carrello della spesa soffre di anoressia, che lo spread comunque non ha interesse verso nulla. Era un punto in più, non un’illusione (come è stata definita). Questo dimostra incertezza. Però non è fantasia chi trema davanti a un supermercato o, una volta alla cassa, deve dire alla cassiera di eliminare qualche alimento perché non ha modo di pagarlo. L’ho visto diverse volte in quest’ultimo mese.

Non giochiamo al gioco dell’oca. Si rischia così di non arrivare mai al capolinea. Qui a noi non serve la fortuna per lanciare i dadi; a noi non servono neppure i dadi. Qui si richiede la trasparenza e la potenzialità di saper gestire, anche con severità e costanza, per eliminare quelle facezie losche che per vent’anni e oltre hanno distrutto questo nostro paese. Cerchiamo di stabilire delle regole sincere e comuni, senza scendere a patti con chi ha corrotto e con chi vuole “essere un colluso”.

Se ci guardiamo intorno, c’è pace. La gente, con la disperazione, sta perdendo l’onore e convive con la mortificazione pur di cercare di tornare a crescere e ad avere una possibilità. Ok, non siamo la Grecia, ma non serve a nulla questo monito ripetuto come una slogan pubblicitario, e il rischio che lo diventi è sempre dietro ogni porta di supermercato o di aula universitaria (non tutti hanno la possibilità di andare alla Bocconi; non tutte le università sono la Bocconi).

Gentilmente, annoti anche questo signor Presidente.

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Tre passaggi per una filosofia terminale

Viviamo in un mondo diviso in due fazioni. Una parte descrivibile come un campo minato, l’altra come un vaso di rose in perpetuo appassire e sbocciare. Entrambe le sezioni sono unite da un cavo alimentato da falsità tradotte in linguaggio, alfabeti, grammatiche differenti, statistiche, rivoluzioni rosa, slogan politici. Una gran massa di dati e informazioni che non combaciano mai e che si autodistruggono e si auto generano in continuazione. Definiamolo gioco. Gioco che mina la stabilità di ogni uomo, sia monetaria che fisico-mentale. La tensione governa i mercati e regola i movimenti (le spese, il lavoro, gli hobby) delle persone. E’ un incertezza globale che spella il nesso tra diritti e doveri. Questa situazione si rivolge sia al manovale che ad un bambino del terzo mondo o al ricco petroliere nigeriano. Le disuguaglianze sono note a chiunque. Il gran cartello “Noi siamo il 99%” sventolato un po’ ovunque e partito dal movimento americano Occupy Wall Street, ci dimostra il livello di base col quale noi ci rapportiamo: la disparità. Mai colmata. E, tutt’ora, tra recessioni e proteste, si tende ad occultare con quella infida falsità che naviga tra la parte distruttiva e quella dedita all’ipocrisia. Quest’ultima è quella che più si eleva ai nostri occhi perché è quella che ci viene servita continuamente dai mass media e dai partiti politici. Faccio un esempio: in Italia oltre il 31% delle persone non ha lavoro, mentre il Governo parla di grande misure per incentivarlo, mentre si scopre che si spendono oltre 2 miliardi per le auto blu dei politici o che il loro stipendio è doppio a quello di altri paesi dell’Eurozona. Altro aspetto è l’incapacità della coerenza linguistica: i governi europei lodano Monti, Moody declassa mezza Europa; la Grecia è quasi in bancarotta, la UE annuncia: “nessun paese uscirà fuori dall’Euro”, diversi paesi dell’Europa non sono convinti che la Grecia rispetterà le promesse per uscire dalla recessione, i mercati oscillano, le proteste aumentano per tagli assurdi e mortificanti, forse domani verrà lasciato un primo prestito di 30 miliardi per far fronte alle scadenze di fine marzo dei Titoli di Stato. Questa situazione sembra una pallina da flipper che rimbalza da una parte all’altra, senza freni e senza possibilità di scelta; sperando – obbligatoriamente masochista – di non doversi mai fermare, per evitare di perdere la partita. Game over. Se Bauman sostiene che: “La sicurezza personale è diventata uno dei principali, forse il principale argomento di vendita in tutti i tipi di strategie di marketing. “Legge e ordine”, sempre più ridotti alla promessa di incolumità personale, sono ormai […] il principale argomento di vendita nei manifesti politici e nelle campagne elettorali. Evidenziare le minacce all’incolumità personale è diventato uno dei principali, forse il principale punto di forza nelle battaglie per gli indici d’ascolto da parte dei mass media.” Si può però ribattere con quest’altra idea di Sloterdijk: “[…] l’orgoglio personale è oggi il peccato più grande, e il nostro diritto fondamentale è sempre di più semplicemente il ‘diritto della dipendenza’. Il benessere è oggi una droga dalla quale sempre più persone dipendono. Una buona idea umana trasformata in una specie di oppio per il popolo.” I due interventi qui espressi si possono riassumere in: gli uomini, viziati dalla paura e dalle promesse di sicurezza (come il benessere), non comprendono più la realtà orribile nel quale vivono e cercano di sopravvivere.

Le parole di Marx “l’astrazione diviene per la prima volta praticamente vera”, riportandola nella realtà odierna, è di un’attualità disarmante.

Se il corpo fisico è vittima del colesterolo e di hamburger ingurgitati per la fretta di non esser mai in tempo per tutto quello che c’è da fare, la depressione e la rassegnazione sono vittime del contrario: la consapevolezza di veder, lento lento, il tempo andare via senza aver prodotto un qualcosa (sempre condivisibile) che ci renda soddisfatti e ci dia quel qualcosa che possiamo definire “senso del vivere”.

Voglio concludere dicendo che il problema non è se Berlusconi verrà condannato a 5 anni di carcere o se due più da fa quattro. Le risposte le conosciamo (o le conosceremo a breve). Il problema è se il dato di fatto di alcune forme di nepotismo o di raggiante autodistruzione verso un mondo in continuo declino siano una cosa normale o obsoleta. Io pendo verso la seconda opzione. E di risposte o di scuse qui non ne servono. Ora servono solo dei gesti concreti che restituiscano quello che mai si è voluto avere: la giustizia (la giusta causa), che si evolve nella necessità (la solidarietà) e si conclude nella tranquillità (la libertà) di vivere e soffrire e gioire per le cose più comuni, personali.

Che partono dall’alto, ma che derivano dal basso. E dal basso si alimentano; crescono e muoiono.

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“Sarà colpa tua”, Supereroe M

 “L’economia italiana, tradizionalmente lenta, è oppressa da corruzione, evasione fiscale, criminalità organizzata, basso tasso di natalità, povertà (nel Sud), scarsi livelli d’istruzione, infrastrutture inadeguate e un immenso debito pubblico. L’elenco potrebbe continuare e ogni economista avrebbe un’opinione diversa su quale sia il problema più grave: un sistema giudiziario irrazionale o la burocrazia, un mercato del lavoro inefficiente o un tasso di occupazione troppo basso? E’ questa la verità italiana […]. Le riforme sono un’operazione di facciata e trascurano problemi con conseguenze molto più serie sull’inefficienza dei servizi […]. Finora Monti ha fatto poco per migliorare le prospettive di crescita, l’unico modo in cui l’Italia può sperare di ridurre un debito pubblico pari al 120% del PIL […]. “L’aumento delle licenze dei taxi e delle farmacie non avrà un grande effetto sulla crescita, ma se non andasse in porto si avrebbe l’impressione che Monti non è riuscito a fare praticamente nulla.”

 Immaginate questa scena: un immensa distesa grigia con centinaia di lapidi e su ognuna di essa il nome e l’anno di nascita e di morte. Il nome è quello di uno Stato. L’anno di nascita e di morte è relativo all’entrata nella globalizzazione, nel mercato unico mondiale, e la sua estinzione da questa folgorante struttura. Ancora l’anno di decesso è vuoto. La terra davanti ad esse è aperta e ci sono dei tizi, in ognuna di queste fosse, che scavano, scavano, scavano. Altri invece stanno fuori, appoggiati ad una pala che aspettano di ricoprire e firmare l’atto conclusivo sul marmo. Il cielo è terso. Forse cade della neve acida. Questo è il contesto generale. In più c’è, davanti a questo triste panorama, un altro tizio immobile, teso come la corda di un arco, di spalle, con un mantello rosso appeso sulle spalle e con su scritto Super M.

E’ un supereroe (è stato insignito del premio di europeo dell’anno al parlamento francese! In più in America è stato lodato e applaudito con vigore e furore!). Vicino a lui c’è un cartello, un po’ macabro, con su scritto: “Ora se qualcuno muore è tutta colpa tua.”

Bene.

Ma, bisogna confutare, per fortuna, che questo non accadrà: sono in procinto di apertura oltre 5 mila farmacie. Tutti avranno un luogo certo dove trovare la cura. Questo è l’esempio di un operazione seria per tutte le recessioni e le problematiche economiche (tutti i partner europei sono felici di queste incredibili mosse di mercato).

E’ inutile estinguere la malattia, siamo seri!

Pensate al casino che ne deriverebbe? Pace, fratellanza, gente che fa lo scontrino e paga le tasse, parlamentari che tagliano il proprio stipendio o che addirittura lo devolvono interamente a persone bisognose e precarie. Operai che hanno uno stipendio fisso. Immigrati che non lavorano più in nero e che non vengono sfruttati. Meritocrazia nei concorsi. Scuole competenti. Mafia estinta. Berlusconi in galera, cioè una giustizia finalmente libera di poter fare il suo lavoro, con la possibilità di ristrutturarsi, sfoltirsi, regolarizzarsi. E tanto tanto altro ancora.

Siamo seri: sappiamo che questo è impossibile.

Altrimenti come laverebbero e a che servirebbero i supereroi?

 

 

Ps. Quel meraviglioso affresco del nostro paese riportato a inizio pagina è stato scritto dal giornalista britannico Gavin Jones per Reuters.

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I 4 amici e il teleschermo

Stanno seduti ad un tavolo. M. con A. B. e C. (strana causalità questo inizio dell’alfabeto – di certo, involontario perché la disposizione poteva essere anche B. C. A. o B. A. C. o, ancora, A. C. B.; ma questo non è importante). Loro sono qualcuno. O, almeno, è la loro carica ad essere qualcosa. M. ha i capelli bianchi, tante rughe e una serietà da far ribrezzo. A. assomiglia a B., cioè entrambi hanno perso la calotta centrale dei capelli e mantengono un cespuglietto sui lati. Mentre C. sembra un divo del cinema con la sua folta chioma grigia patinata che non vuole tramontare mai. Parlo dei capelli perché è la cosa maggiore che li distingue. L’altra è il credo. M. è un tecnico che pende sia di qua che di là. B. va verso sinistra, ma sta comodo anche al centro. A. è tutto spostato verso destra. C., invece, ha i piedi saldi al centro, ma ha vocazioni innate di ubiquità: capita di vederlo sia al centro che a sinistra o a destra, dipende il tema trattato o il guadagno che ne riceve. Comunque questi sono loro e questo è lo scenario.
Stanno in rigoroso silenzio.
Si guardano e si studiano. In rigoroso silenzio.
Neppure il respiro disturba quel rigoroso silenzio.
Nessun movimento. Alcuna voglia di grattarsi, e non si parli neppure di qualche formicolio alle gambe o uno sbattere di ciglia!
Sul tavolo c’è uno schermo. Diciamo un 42 pollici.
Non emette ronzio. E’ attraversato da immagini e diciture.
Questo è parte dell’elenco che scorre: – Un giovane su tre è disoccupato; – La Fornero parla di passi avanti sulla questione lavoro, ma Cigl, Cisl e Uil non vogliono trattare sull’articolo 18; – Studio aperto consiglia agl’anziani, ai bambini e ai senza tetto, per il gelo, di restare a casa (ne sono morti già 7); – Passa la mozione Pini sulla questione giustizia (sulla Responabilità civile, cioè sarà il giudice che sbaglia, a rimborsare, di tasca propria, l’incidentato); – Lusi ruba 13 milioni dalle casse del Pd; – Stragi naziste in Italia, Berlino vince il ricorso
la Corte dell’Aja blocca le indennità; – Violenza di gruppo: non è necessario il carcere; – Sciolta la giunta di Ventimiglia per infiltrazione mafiosa (come se fosse umidità); – Edilizia, in 4 anni persi 300.000 posti di lavoro. Nel 2012 gli affari caleranno del 3-4%; – Cala la fiducia dei consumatori, mai così bassa dai livelli raggiunti nel 1996: il potere di acquisto delle famiglie a reddito fisso è diminuito dell’1,9%; – Bologna: laurea a Napolitano…; – Ricorso contro i tagli ai vitalizi. I leghisti guidano la rivolta; – Il capo del consiglio dice che il lavoro fisso è una monotonia. I giovani si ribellano e fanno tanto bel casino su internet; – Caso Rai (stop.); – Romano La Russa, assessore regionale del Pdl alla protezione civile della Lombardia, vuole usare i profughi per spalare neve e spargere sale; – La Camera approva il rifinanziamento per le missioni militari. La Difesa decide di usare gli aerei per bombardare. Si realizza l’idea di La Russa; – Le carceri sono sempre più affollate; – La benzina aumenta giorno dopo giorno; – 6/7 mila gatti vengono uccisi ogni anno per la nostra alimentazione…; – L’Italia si lega alla legge ACTA, si cerca in ogni modo di ostacolare la libertà d’espressione e di parola; – Migliora a gennaio l’indice di attività dei servizi nell’Eurozona, ma non in Italia; ecc. ecc.
Ecco cosa passa il teleschermo.
E loro stanno seduti e in rigoroso silenzio.
Si guardano e si studiano. In rigoroso silenzio.
Neppure il respiro disturba quel rigoroso silenzio.
Nessun movimento. Alcuna voglia di grattarsi, e non si parli neppure di qualche formicolio alle gambe o uno sbattere di ciglia!
Hanno fatto qualcosa e continuano a farlo ed è quello che passa quel teleschermo, diciamo di 42 pollici.

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L’Italia a portata di un click che non funziona

“Quasi 5,6 milioni di italiani si trovano in condizione di “divario digitale” e più di 3000 centri abitati soffrono un “deficit infrastrutturale” che rende più complessa la vita dei cittadini.”
Questi sono dati ripresi da un comunicato governativo relativi all’`Agenda digitale comunitaria [dell`agosto 2010 (COM (2010) 245 f/2)].
Il nuovo Decreto Semplificazioni, varato pochi giorni fa dal Consiglio dei Ministri, è concentrato – e mira – sulla ristrutturazione di un sistema burocratico antico e pesante, basato su scartoffie e procedimenti lenti e, troppo spesso, inutili. Tutto passa alla mano rapida del web. Eppure, rileggendo i dati sopra riportati, mi sorge un dubbio: se le linee telematiche hanno problemi di recezione globale come possono tutti gli italiani, nord centro e sud, poter usufruire di tale velocità di elaborazione dati riguardo lavoro, certificati vari, scuola? Se alcuni paesi ancora camminano con la famosa e antiquaria linea 56k, se non addirittura non conoscendo neppure questa (e mio malgrado conosco paesi e gente del sud che ancora abbonda di questi problemi e tabù, cioè internet come mezzo del male fisico-mentale o – più tristemente – come una spesa inutile per l’uso che ne concerne o che può derivarne), come si fa?.
Sono d’accordo con questa determinata soluzione riduzionista di un sistema olistico e prepotente verso la semplicità di determinate azioni che a volte richiedono un percorso lungo e irto di innumerevoli e noiosi ostacoli. Ridurre tutto a passaggi telematici è di certo un gran vantaggio, principalmente per i più giovani e per le imprese. Però c’è il problema che la mia domanda rivela: come faranno coloro che questo mezzo ancora non lo ha o lo ha come avesse un plico di 100 pagine da firmare e compilare?

Sul Sole24Ore di Domenica Fabrizio Forquet esprime forte e chiaro il problema risultante da tutto questo ottimismo che aleggia tra le sale di palazzo Chigi: assenza di riforme. Cioè “liberalizzazioni e semplificazioni, da sole, non ci tireranno fuori da qui”. Cioè dal solito sistema. Cioè dai guai del debito e del Pil. Cioè dall’impasse del nostro mercato e della nostra fiducia nella politica.
I punti nevralgici da lui menzionati – e da me condivisi – per risollevare e migliorare il degradante status quo sono: a) riduzione del carico fiscale su lavoro e imprese b) riforma del lavoro c) riforma della giustizia e, aggiungo, d) combattere l’evasione fiscale.
Questi sono i 4 punti che ostacolano, a sufficienza, il processo di evoluzione che conduce a un graduale miglioramento.
Il governo sembra essersene accorto. Parla di destinare i soldi recuperati dalla lotta all’evasione a quelle persone che pagano le tasse “veramente”. Non è roba da poco. Ma, soprattutto e ricordando l’impossibilità di unione tra partiti e parti sociali, ci vorrà tempo.

Per concludere, chiudo con la mia solita, ma sensata, tiritera.
Sulla Repubblica di domenica, Marco Panara e Elena Polidoro, pongono tre domande a diversi personaggi della politica pubblica riuniti a Davos riguardo il sempre maggiore allarme riguardo la disuguaglianza tra ricchi e poveri che sembra spinga sempre più verso la recessione. Alla domanda “In che modo i governi possono ridurla?”, in breve e in coro, la risposta è stata: incentivando educazione, istruzione e formazione (che portano a meno disoccupazione e quindi meno disuguaglianze).
In primis: riforme per il futuro.

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Il non so e non sono e la fase due

La fase due è pronta. Monti parla di una “grande azione sociale, oltre che economica”. Napolitano è fiero. Lo sarà anche qualcun altro. Eppure, chi dovrebbe brindare per queste aperture, ha già convocato scioperi e proteste. Sono le lobby farmaceutiche e quelle dei taxi. Tutto è sempre il contrario di tutto. La nuova fase parla, riguardo ad esempio ai farmacisti, di avere una farmacia ogni 3 mila abitanti; verranno assegnati oltre 5 mila nuove licenze; i giovani farmacisti potranno concorrere anche in forma associativa; gli orari, i turni, gli sconti saranno liberi. In poche parole, ci sarà concorrenza e meno guadagno per gli status quo. Questo vale, in teoria diversa, per i tassisti e gli avvocati. E in questo possiamo trovare la ragione e il torto. Se cominciassimo dal torto, dovremmo parlare della mala gestione di questo sistema, della mano libera lasciata a chiunque per poi pentirsi e ritrovarsi con le mani – ormai – legate. La ragione sta nel colpire (nel senso di riformare) quelle strutture dove il lavoro è saturo e l’andamento della bilancia non sempre è in equilibrio (questo non riguarda la casta dei notai). Come ho espresso da qualche parte, non siamo tutti dei farmacisti né degl’avvocati o tassisti. Per essere critico, la questione riguardo l’istruzione è stata molto lesinata dalla manovra. Poco e nulla è cambiato. Sì, si punterà più sulla correttezza e sulla meritocrazia, ma non c’è un entrata che possa offrire nuove assunzioni. In più, il vecchio regime è ancora in auge. La pulizia che permette una rifioritura dell’istruzione, sia riguardo al sistema scolastico e sia riguardo alle caste che al suo interno governano le regole e le poltrone, non c’è stata e chissà quando avverrà. Quando Monti si ringalluzzisce dicendo di aver offerto ai giovani (sotto i 35 anni) di poter aprire una società con “1 euro”, (“perché ci sono tanti Bill Gates in Italia”), non si rende conto che il problema non sta solo nella possibilità monetaria di aprire una società, ma anche nel gestirla, nel trovare introiti, nell’entrare nel mercato. Ma se il nostro mercato è vuoto, privo di movimenti, fermo come una crisalide in inverno, che senso ha aprirsi una società? Liberalizzare senza incentivare (parliamo del sistema mercato e non di regole che stabilizzano nuovi parametri tipo quelli dei benzinai) è come invitare a nozze dei parenti senza dare l’indirizzo o il nome della chiesa dove avverrà il matrimonio. Bello a dirsi, complicato a farsi.
Per concludere, Monti a una domanda della Gruber che gli fa notare di aver letto su internet che il suo nome viene associato alla “massoneria” risponde: <<Non so bene cosa sia la massoneria. So certamente di non essere massone. E non mi accorgo se qualcuno lo è>>.
Oltre il controsenso nel dire di non sapere per poi affermare di non esserlo un massone, mi dispiace che il Premier abbia questo limite di non riconoscere un massone: la politica italiana è lo specchio di quella casta e molti di loro lo fanno ben bene notare.

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Una riflessione per il nulla

A conti fatti: il nulla. Standard & Poor’s declassa Italia e Francia. Dopo una manovra possente, mirata e calcolata per regolare il termostato del Pil e del debito; dopo i discorsi affettuosi di Monti con Sarkozy e quelli rigidamente amorevoli con la Merkel: il nulla: la crisi continua ad investire l’Europa e i suoi passi avanti verso un consolidamento duraturo e serio. Non bastano neppure le parole di conforto e di soddisfazione di Mario Draghi. Bisogna pur sempre dire che sono parole e che poche cose sono state fatte e raggiunte. Si è parlato di mezzi e possibilità, ma oltre all’abbandono dell’Inghilterra e alla manovra italiana, di altro se n’è visto ben poco. Si parla di unione finanziaria, di maggior credito all’Esfs, di maggior potere conferito alla Bce o di Euro bond o di Tobin Tax. Ma come sempre manca la cosa essenziale: l’unione europea – intesa come comunità che condivide idee e statuto o leggi reciproche e (almeno) simili o condivisibili. Qui è sempre “ognuno per la sua strada”, o meglio: “ognuno ad abbeverare, prima, l’erba del proprio giardino”. E intanto il tempo passa, la crisi aumenta, la Germania perde potere, l’America di Obama si spazientisce, la Cina continua a lievitare con la sua bolla immobiliare, il Giappone con quella nucleare, e, comunque, tutti insieme a guardare e a criticare. Il nulla. Perché è questo il vero fardello. Nessuno sembra concepire che qui non c’è nulla da guadagnare, ma solo da perdere. Che questa non è una guerra o una ricerca di petrolio. Qui parliamo di banche e mercato. Qui parliamo di un sistema drogato che necessita di pulizia e manutenzione costante. Questa non è la solita storia. Sono ormai quattro anni che il mondo tecnico e commerciale è depresso. E più la depressione aumenta, più il nulla si avvolge intorno a noi. Il punto centrale è che ormai non ci interessa più effettivamente cosa intorno e dentro a/in noi sta accadendo. Monti non è un politico né sembra un essere umano con sentimenti, è una macchina che sta costruendo uno stato che è da lunghi anni manca di politici ed esseri umani con qualche sentimento. Questa è la nostra identificazione. Se ancora oggi un Cosentino viene salvato, se un Malinconico viene cacciato per spese eccessive e truccate, se una Fornero persegue a lamentarsi e a scomparire e poi tornare a lamentarsi, se le lobby ancora tengono in pugno l’intero parlamento e se ancora i vecchi di prima sono i giovani di oggi: a conti fatti: il nulla. Il nulla politico. Il nulla generazionale. Il nulla sentimentale. Il nulla culturale e sociale. Il nulla. Nessuno sembra guardare a come stia diventando e come si stia concimando il futuro.
Non saranno i saldi perenni a salvarci. Né avere una farmacia ogni dieci passi. L’unica cosa può essere un ritorno ad una politica partecipativa. Dove le regole non vengono gestite da singoli nomi, ma da elementi che credono a quelle parole fatte diventare utopie tipo: legalità, lavoro, ricerca, cultura, legge uguali per tutti, tasse, sanità. Sembra un discorso fragile e troppo generale, ma è la base essenziale per far sì che uno Stato esista e cresca.
Siamo fermi da lungo tempo. Anche l’Europa. Di passi avanti se ne son fatti davvero pochi. Il migliore fin’ora: la fine del talkshow “Il bunga bunga.” Ma questo non è sufficiente. Non sono sufficienti le parole a ogni summit o convegno internazionale. Serve una concreta mossa che risvegli l’interesse nella vita e nello stato, sia civile che politico. Quel 30% di disoccupati è un numero in crescita. Ed è quella crescita che porta al nulla. E che in Europa si sta coltivando.

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Il lusso non è per sempre?

La manovra, dopo giorni di contestazioni da parte delle parti sociali, di Lega e IDV, di bagarre in aula e scioperi e manifestazioni in giro per l’Italia, viene approvata alla Camera con 402 voti a favore e 75 contrari. Il Pacchetto Salva-Italia ha subito diverse modifiche e, fino a fine anno, sono previste nuove aggiunzioni e altre manomissioni e sottrazioni. Prima di rispondere alla domanda che il titolo di quest’articolo pone, facciamo una passeggiata tra i vari punti interni di questa pesante manovra:
Casa: nasce l’Imu (Imposta municipale unica) che prende il posto dell’Ici. Si pagherà dal 2012 anche la prima casa e si calcolerà su rendite catastali rivalutate del 60%. Colpiti anche gli immobili posseduti all’estero.
Pensioni: estensione per tutti dal 2012 del sistema contributivo. Età di vecchiaia fissata a 66 anni per gli uomini e 62 per le donne. Parità nel 2018. Pensioni anticipate se si raggiungeranno i 42 anni di contributi per gli uomini e 41 per le donne. Chi esce prima subirà un taglio dell’1% nell’immediato e il 2% per ogni ulteriore anno di anticipo).
Tasse: le aliquote Iva del 10% e del 21% saliranno di due punti dall’1 ottobre 2012 e dello 0.5% dall’1 gennaio 2014. Aumentano le accise sul tabacco macinato (e non sulle sigarette). Già in vigore l’aumento delle aliquote su benzina e diesel. Nelle Regioni cresce l’aliquota base dell’addizionale all’Irpef; si passa dallo 0,9% all’1,23%.
Lotta all’evasione: tracciabilità fiscale per i pagamenti oltre mille euro e uso del contante entro questo livello. Sparisce il segreto bancario.
Banche: il Tesoro potrà rilasciare la garanzia statale sui finanziamenti erogati dalla Banca d’Italia e da quelle estere fino al giugno 2012. Divieto di incroci di poltrone tra le varie banche o assicurazioni, e l’obbligo di indicare in dichiarazione dei redditi il numero di abbonati Rai.
Costi della politica: l’abolizione delle giunte provinciali e delle Provincie non sarà immediata, ma avverrà solo alla scadenza naturale  delle giunte attuali e dunque dal prossimo mandata. I membri delle Authority scendono da 50 a 28. Inpdap e Enpals vengono incorporati nell’Inps. Sui vitalizi e stipendi dei parlamentari si deciderà entro il mese di gennaio. Ci sarà un tetto massimo per gli stipendi nella Pubblica amministrazione pari al trattamento del primo presidente della Cassazione (300 mila euro annui).
Patrimoniale: i capitali rientrati con lo scudo fiscale sono colpiti da un’imposta dell’1% nel 2012, per salire all’1,35 nel 2013 e assestarsi allo 0,4% nel 2014. Tasse anche sul lusso: auto potenti e barche sopra i 10 metri e aerei privati. La tassa diminuisce col tempo (Dopo 5, 10, 15 anni dalla data di costruzione). [Analisi ripresa dalla Repubblica, 17/12/2011, articolo di Valentina Conte]
Ed è con queste ultime righe che la domanda scaturisce. La risposta, in sé, è semplice ed è la seguente: il lusso è un bene, nella maggior parte dei casi, inestinguibile. Certamente una barca può perdere il suo valore col tempo; lo perde principalmente un auto visto il suo maggiore impiego. Ma una tassa sul lusso avrebbe dovuto avere un altro senso. Basare la tassa sul valore è come dire che la ricchezza diminuisce col tempo o che la povertà è la destinazione finale di tutto quello che siamo e abbiamo. E lo sappiamo che questo non è vero. Tassare il valore del lusso e non il lusso posseduto (perché si ha la possibilità di acquistarlo) è una beffa creata appositamente per arginare un male comune in Italia: non esiste potere che può contrastare le lobby e i diversi ricchi che non conoscono distinzione tra il valore e la temporaneità del valore posseduto. Sembra difficile da spiegare, ma basta fare un esempio: se io sono un collezionista di auto e acquisto una Maserati, la utilizzo per diverso tempo e poi la colloco nel mio museo personale o la rivendo o la scambio ecc. ecc., il suo valore può perdere peso, ma non perde peso la ricchezza che io posseggo (oltretutto tenendola in un garage o in un museo o nella mia stanza, non faccio girare il mercato). La tassa sul lusso, lo dice la parola stessa, tassa il mio patrimonio in base a quello che ho e non sul valore di ciò che io posseggo. Sembra più di tassare la Natura e il procedere del tempo che la ricchezza intrinseca all’uomo che possiede quel bene.
Diciamo che mi sono impuntato su questo punto perché sembra quello meno pulito e più facile da sorvolare.
Non so se sono stato chiaro, ma è certo che la chiarezza non è un principio di questo pacchetto e, come sempre accadde e accadrà, si sta sfibrando in mille concessioni (come le liberazioni per le autostrade, le farmacie, i negozi, le edicole, i taxi) alle lobby e ai Partiti e ai ricchi imprenditori.
Quei 50 euro in più sulla bolletta di luce e gas avrà peso su chi, oggi, vive a stento e arrancando arriva a fine mese.
Monti spera che <<questo sia l’ultimo Decreto per salvare l’Italia>>.
Lui è sempre felice e speranzoso.

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Due situazioni con battute drammatiche

1. Manovra.
Il Presidente del Consiglio Mario Monti si sente fiducioso, dice che gli italiani capiranno le soluzioni prese per allentare la tensione e portare l’Italia al pareggio di bilancio entro il 2013. Eppure alla Camera vengono portati oltre 1400 emendamenti di correzione del testo e il relatore Baretta (PD) ha annunciato modifiche su indicizzazione, pensioni, Imu, tracciabilità, stipendi manager pubblici e parlamentari. Quindi questo ci dimostra che la fiducia di Mario Monti è solida.
I problemi principali sono l’Ici non pagata da parte del Vaticano e l’asta dei diritti televisivi. Bagnasco si dice disponibile a discutere sull’applicazione dell’Ici agli immobili della Chiesa. La cosa preoccupante è vedere quanto sarà lunga questa discussione. Domanda: semplice sermone o intero Corpus Domini? I vizi sono difficili da estinguere, principalmente quando sono poco chiari i suoi “effetti collaterali”, essendo che esiste un’assenza che dichiari il dichiarabile.
In più il tempo è denaro e insufficiente per lunghe chiacchierate sullo sfondo di un tramonto che potrebbe assorbire tutto il paese in un lunga e spaventosa notte. Sulla questione dei diritti televisivi, abbiamo due opzioni da prendere in considerazione: una è di lasciare che l’asta venga fatta senza alcuna asta (visto che Sky si è ritirata e alla Rai non servono nuovi palinsesti); due, far sì che l’asta senza asta venga pagata da colui che se ne appropria (quindi Mediaset). E’ semplice capire quale strada prendere: la prima. Perché Monti è fiducioso e Berlusconi pure.
Comunque, la realtà è un’altra: non esiste asta senza asta e tra i compratori, chi vince, deve pagare; principalmente in questo momento di crisi e stangate sui portafogli di pelle finta. Sarebbe una bella beffa per tutti. Significherebbe che i sacrifici non sono equi (ma questo la manovra lo sta dimostrando con le pensioni e con il taglio delle indennità dei politici), ma si basano unicamente e ancora sulla paura politica, sull’evitare che la catena vecchia e logora, ma pur sempre appesa e viva, si spezzi per dare altra luce su un sistema sporco e mafioso.

2. Unione Europea.
Il vertice dei 27 stati europei si è concluso nella mattinata di sabato. Ha portato a diverse soluzioni e un addio, quello della Gran Bretagna. Quest’ultima cosa è avvenuta perché <<Sul tavolo c’era un trattato che non difendeva i nostri interessi>>, parola di Cameron. Sinceramente, da un po’ fastidio ascoltare queste affermazioni. Conosciamo i dissidi decennali tra Europa e Gran Bretagna, ma in un momento come questo, quando tutto può esplodere e cancellare anni e anni di sacrifici e accordi e lavoro, rinunciare solo per un fatto “personale”, mi puzza di ipocrisia e dispetto. Non voglio essere cattivo, ma se di merda dobbiamo cibarci è meglio che non si creino situazioni di squilibrio: che tutti mangino dallo stesso piatto con le rispettive porzioni sui bordi.
Certo, non sarà mai così perché non esiste un’unica “politica Ue”: ogni Stato ha la sua costituzione, i suoi debiti e sui guadagni, ma – in fin dei conti – da questo vertice almeno un po’ di rinnovata coesione ha fatto sì che ne uscisse un qualcosa di chiaro e definito come obbligare i 26 Stati membri a inserire nelle costituzioni nazionali l’obbligo di azzerare il deficit (trattato chiamato “Fiscal compact”). Sarà permessa una soglia massima di sforamento pari allo 0.5%. Se si supererà, la Commissione europea farà una correzione automatica – con manovre, proposte, riforme, calendario – per rientrare nei parametri. Quindi più potere alla Commissione. Altra roba importante è l’Esm anticipato al 2012 (luglio). Oltre al fondo salva-stati dotato di 440 miliardi (200 utilizzati già per Portogallo e Irlanda), si aggiunge il Fondo di soccorso permanente (Esm) da 500 miliardi. Questo Fondo potrà prendere decisioni cruciali a maggioranza qualificata, così da aggirare i veti dei singoli governi. Invece per gli Eurobond si parlerà nel vertice di Giugno (anche se, sicuramente, se ne parlerà anche in quello di Marzo). I mercati hanno preso bene queste notizie. Lo spread scende a 421 e Milano sale del 3,37% (mentre Moody’s declassa tre banche francesi).

Il Presidente del Consiglio Mario Monti dice che non gli è sembrato un vertice dei fallimenti, anzi <<il risultato del vertice è molto buono per la zona euro>>. Ed infine, ad una domanda dei giornalisti che chiedono cosa vorrebbe regalare agli italiani per Natale, lui risponde: <<un momento di serenità e di speranza>>.
La parola è esatta: “un momento”, neanche un attimo in più.

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Alfredo e il metodo B.

Quindi la colpa sarebbe del maggiordomo. Così Berlusconi annuncia nell’intervista per il nuovo libro di Bruno Vespa (l’unico uomo a cui sia concesso di dare delle risposte). Ma, in fin dei conti, anche qui l’accusa verso il povero “Alfredo” (nome del maggiordomo) non può reggere perché 1. è Berlusconi che risponde a Lavitola e 2. le parole dette fra i due sono le sue e del direttore dell’”Avanti!”. Lo vuole processare come complice? E’ stato minacciato di ritorsione in caso non avesse risposto? Immaginiamo la scena: “Alfredo” – uomo tarchiato, alto 2 metri, con denti da tigre della Malesia – entra con prepotenza nella stanza del Cavaliere mentre lui discorre con i 36 Giusti che reggono in piedi il mondo, comincia a sbraitare e a prendere a cazzotti i poveri invitati e, una volta giunto davanti al Presidente del Consiglio, con fare omicida, lo intima a rispondere al telefono altrimenti la profezia di Ibrahimovic e Cassano (che smetteranno tra pochi anni di giocare a calcio) si avvererà nell’immediato. Lui, sottomesso a tale forza e minaccia, è costretto a rispondere a quel maledetto cellulare.
Sappiamo benissimo che non è andata così. Conosciamo, grazie alle intercettazioni, le parole, le minacce, i servizi del faccendiere, le debolezze e i ricatti inferti. Sappiamo che Tarantini fu messo in contatto con Bertolaso per Finmeccanica. Sappiamo il “facciamo fuori il Palazzo di Giustizia e assediamo Repubblica”. E sappiamo che anche questa volta lui smentisce ogni cosa; che le sue parole vengono sempre travisate; che c’è un accadimento giudiziario dal ’94 su di lui, senza un motivo ragionevole. Tornano gli attacchi alla magistratura. Torna a dire che lui non ha paura dei giudici, che nessuno a mai trovato uno straccio di prova che abbia retto al vaglio dei tribunali (tanto per ricordarne una: il caso Mondadori).  E’ un comico. E’ un uomo che riesce a inventare storielle e far ridere chiunque. Ma è anche una persona ormai costretta a qualunque ricatto, sia personale che politico. La maggioranza è stanca dei suoi errori e dei suoi problemi; ultimo il ricucire in massa sulle parole dette riguardo il cambio della legge elettorale: da porcellum in plebiscito a favore delle preferenze. E’ uno che le spara in grande, senza rendersi conto di andare contro le sue stesse idee o contro le idee del partito e dell’intero Governo. In più, il decreto sviluppo sembra scomparso. Si parla di ogni cosa, si dice: <<Prima di tutto: il decreto>>, ma oltre questo nessuno conosce niente. Tremonti dice a costo zero (cosa?). Urso-Ronchi-Scalia dicono che a costo zero è invotabile (cosa?). Qualche volta esce qualcosa, poi -puff- scompare e si riparte: Patrimoniale? Condono? Concordato? E intanto la Ue chiede rigore, con urgenza e serietà politica. Cosa dobbiamo dire? Bini-Smaghi è ancora seduta a quella poltrona mentre Draghi ha preso il posto di Trichet (i migliori auguri da tutti noi di Trasumanar) e la Francia chiede di rispettare gli accordi – dando anche un ultimatum: domenica, (scrivendo di sabato non so come andrà a finire). Di certezze in questo momento è meglio non cercarle qui, in Italia. Siamo tutti costretti a camminare con le mani alzate bene in vista perché, in massa, ci stiamo arrendendo. Ci arrendiamo alla routine, ai black bloc che distruggono ogni senso di civiltà e umanità, ai politici corrotti, alla miseria che ci costringono a subire, alla decadenza scolastica e scientifica, letteraria e imprenditoriale. Tutto ciò è risanabile, ma non con questo Governo né con la minoranza, giammai con i cattolici (che se ci fate caso, ormai lo sono tutti). E visto che la politica la fanno i politi, il male minore è far sì che ci sia una coalizione tra i vari gruppi partitici – che si allunghi alle varie organizzazioni statali e civili, alle università, oltre che ai vari settori dell’imprenditoria – portando avanti un progetto comune di risoluzione riguardo la questione economica del paese. Ora. Poi tornare a nuove elezioni. Nessuno stallo. Ma con scadenze e regole da seguire. Neanche io penso sia una eccezionale soluzione, ma già il sol inserire le idee e le questioni più urgente dalla parte civile è un buon inizio di confronto e di rassicurazione. Le orecchie da mercante, oggi, sono lo Stato. Bisogna urlarlo: i problemi di Berlusconi non sono i “nostri”.

Ps. Un cordiale saluto al povero capro espiatorio, il maggiordomo “Alfredo”.

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