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Tanti auguri 194

Negli ultimi giorni sta ritornando per le strade e i mezzi di comunicazione italiani un tema che divenne quasi di moda in Italia come in tutto il mondo occidentale nel corso degli anni Settanta: l’aborto.

Aveva fatto discutere, aveva fatto manifestare, addirittura incarcerare i cittadini italiani dell’epoca e oggi viene rispolverato e scende in piazza, stavolta però dalla parte opposta. A Roma “Migliaia in marcia contro l’aborto”, si tratterebbe di una “Marcia per la vita”, così titolano “La Stampa” e “Repubblica” i loro articoli. La gente manifesta il proprio pensiero, se si legge in questo modo la situazione ammetto che non vi sia nulla di particolarmente interessante. E’ il contenuto, l’argomento di tale corteo che dovrebbe invece allarmare le persone.

Come sostenevo poco sopra il diritto a praticare l’aborto, diritto du cui oltretutto dispone all’incirca il 90% del nord del mondo, è stato raggiunto dopo anni di lotte e proteste, finché il 22 maggio 1978 fu approvata la cosiddetta legge 194 che così recita (art.1):

Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio.

L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite.

Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite.

Questo fu un traguardo memorabile per le femministe, per i difensori dei diritti dell’individuo e per coloro che ancora credevano in ciò che definiamo democrazia.

L’unico problema che differenzia l’Italia dagli altri paesi, lo definirei un handicap molto grave, è la presenza della Chiesa nei nostri territori. Non è segreto per nessuno, o così spero, il fatto che essa tenti sempre di ostacolare il lavoro dei legislatori italiani con tutti i mezzi e finché riesce a manovrare l’opinione pubblica. Ora, non intendo colpevolizzarla della retromarcia intrapresa da questi individui riguardo l’aborto, mi è difficile però credere che coloro che sono scesi in piazza lo scorso 13 maggio siano ferventi atei, ma tutto è possibile.

La cosa forse più triste però è che tra questi manifestanti vi fossero dei giovani. Quanti non ha importanza, è cruciale però la loro presenza. Significa veramente che “i figli commettono gli stessi errori dei padri”, “la storia insegna che la storia non insegna nulla” e chi più ne ha più ne metta. Significa che questi ragazzi o sono stati trascinati a forza, oppure sono stati educati a calpestare i diritti e le possibilità di scelta altrui. Perché è proprio di questo che si tratta: un diritto, una scelta. Se una persona non vuole abortire è libera di non farlo, ma allo stesso tempo un’altra che ne ha voglia o bisogno dev’essere ugualmente libera di poterlo praticare.

A questo punto si va a incappare nella morale, nel credo religioso e tutte quelle cose che piacciono tanto alla gente la quale non si rende conto del male che fanno. Si parla di anima perlopiù, ma anche di diritto alla vita. Bisogna ricordare che l’Italia è uno stato laico sulla carta? Ebbene, l’Italia è uno stato laico. La nostra religione di stato non è il cattolicesimo, perché non ne abbiamo una. L’unica fonte di certezze o almeno l’unica soluzione dei dubbi che un paese laico fornisce a ogni cittadino è la scienza, non Dio, il Papa o Obi-Wan Kenobi. La scienza ha dimostrato che per i primi due mesi di gravidanza il feto non esiste ancora, il futuro neonato è infatto ancora un embrione, un organismo pluricellulare che non può ancora essere definito umano. Sinceramente non credo che tutti coloro che si dicono contro l’aborto piangano la perdita di ogni organismo pluricellulare del mondo, altrimenti non potrebbero mai smettere di farlo.

Detto ciò, dato che la legge crede alla scienza, al sapere dell’uomo sulla Natura, e in nessuna divinità o entità soprannaturale sarà bene ricordare a queste persone che la violazione di un diritto equivale alla violazione di una libertà e dove non c’è libertà non c’è quella che noi occidentali ci ostiniamo a voler esportare senza saperla gestire: la democrazia.

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La Padania agli italiani!

La Palestina, prima di essere un movimento politico, era uno stato autonomo. Il Kurdistan, prima di diventare un’ideologia indipendentista, era un’identità culturale oltre che una nazione. La Padania, prima di trasformarsi in una xenofoba e verde idiozia, era una semplice pianura in cui passava il fiume più lungo d’Italia.

Questi e altri sono i non-stati partecipanti alla Viva World Cup, il mondiale di calcio per nazioni non riconosciute. Da questa competizione sportiva è derivata l’ispirazione per questo articolo.

La parte che più mi ha personalmente sconvolto è proprio la partecipazione a questacoppa del mondo di una follia che mi auguro non verrà mai riconosciuta per ciò che si professa: la Padania. Il fatto che vengano messi a paragone nazioni (in senso romantico) quali la Palestina e Il Kurdistan appunto, o ancora l’Aramea, la Lapponia e altre ancora, con la nostra pianura padana è per me assolutamente sconcertante perché questi altri stati danno un contributo al minimo riconoscimento di tale idiozia, irrispettoso da parte dei celti-padani nei confronti di chi da decenni o addirittura da secoli lotta per la propria indipendenza, anche sacrificando il proprio sangue, tutto privandosi finché si è potuto di una qualsivoglia ideologia politica, socio-economica o razziale.

Se devo dare un mio parere, le persone che lottano per l’indipendenza di una reale identità nazionale, quindi in prevalenza culturale, meritano di essere almeno definiti indipendentisti, anche se magari sognatori. Coloro che invece si definiscono padani, perché abbracciano, non avendo ovviamente una vera e unitaria identità culturale, un’ideologia xenofoba, populista e stupidamente divisionista non meriterebbe affatto di avere posti a sedere in Parlamento, ma nemmeno in un Consiglio comunale. Anche perché mentre per gli altri stati di cui abbiamo parlato un partito indipendentista è legato alla storia e alla cultura del territorio in cui è nato, per la Padania è totalmente l’inverso: la storia e la cultura di un partito (la Lega Nord) sono legate a un territorio praticamente inventato su due piedi da un certo Umberto Bossi. Con ciò intendo dire che un conto è se un’identità nazionale si trova quasi costretta a costruire un partito con tanto di ideologia per agire legalmente e avere una voce nel paese “oppressore”, adattandosi quindi all’evoluzione della società in cui si trova immischiata. Un altro è se è un partito a dare vita a uno stato a sé, inventandolo completamente dal nulla, trovandosi quindi anche a dover creare una cultura praticamente nuova. Ora la Padania non è ancora fatta e il suo creatore già si è ritirato; figuriamoci, aggiungerei per fortuna, quando saranno fatti i padani!

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A me gli occhi! Così parlò Trasumanar

E’ passato più di un anno ormai da quando la nostra avventura “trasumanistica” ha avuto inizio. Era gennaio o febbraio dell’anno passato, quando Benny Nonasky ed io abbiamo trovato un progetto in comune: fondare un giornale.

Alla fine creare una rivista vera e propria si è dimostrato essere più duro del previsto, ma alla fine siamo riusciti a creare una sorta di ibrido tra un blog  e un settimanale. E siamo ancora in piedi. Questo grazie anche e soprattutto a chi finora ci ha sostenuto: amici, parenti, lettori anche sconosciuti.

Questo editoriale però non voleva essere una noiosa storia della fondazione di “Trasumanar”. Lo scopo principale è teoricamente, almeno per come l’avevo pensato, si divideva in due: per prima cosa un banalissimo ma sentito ringraziamento a tutti (chi ha scritto e chi ha letto); in secundis una spiegazione in breve di com’è cambiato il giornale in quest’ultimo periodo. Sostanzialmente non è stata una metamorfosi evidente quale quella kafkiana, però è mutato il modo di concepire il nostro “Trasumanar”. Non è più una rivista, come amavamo definirci fino a qualche tempo fa, ma un blog. Attenzione! Non deve essere presa come una retrocessione o una degradazione, affatto. E’ stato semplicemente una metamorfosi, dovuta a vari problemi organizzativi che si vedono in tal modo risolti, o almeno così speriamo. Niente più frequenza, niente più eventi su facebook, ma sempre gli stessi autori, sempre la stessa voglia di scrivere e sempre nuovi argomenti. Inoltre la più che gradita fusione con il blog economico-politico “Il business non dorme mai” avrà sicuramente un riscontro positivo per quanto riguarda la visibilità dell’uno e dell’altro sito. Queste sono le nuove politiche del nuovo “Trasumanar”. Come si dice:”anno nuovo, vita nuova!”.

 

P.s. per gli amanti della carta: è in arrivo a breve anche il nuovo formato cartaceo ufficiale.

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I nuovi utopisti immobili

Un tempo ci furono gli estremisti liberali, poi arrivarono gli illuministi, seguirono nel XIX secolo comunisti e anarchici; l’utopia è sempre esistita nella mente e nelle opere umane, poiché l’uomo è sempre stato in grado di sognare a occhi aperti. L’essere umano sogna cose possibili, ma anche cose impossibili, queste ultime sono definite (fin da Thomas More) utopie, dal greco o (“non, senza”) e tòpos (“luogo”).

Ogni forma utopistica era figlia del suo tempo: il liberalismo, ad esempio, nacque dalla necessità del ceto medio di libertà individuali atte ad aumentare i proprio profitti e sviluppare l’economia moderna. Oggi la società ha dato la vita a nuovi ideali, se così si possono chiamare, essi stessi figli dei nostri modern times. Le persone, in particolare al di sotto dei 25 anni, sembrano seguire o almeno predicare tali “ideali” quotidianamente. Gli esempi più emblematici di certe tendenze a mio avviso sono alcune canzoni del milanese Alessandro Aleotti, in arte J-Ax, ma anche luoghi comuni che spesso la gente riesce a tirare fuori. Si loda una vita di divertimenti, ma anche di assoluta indifferenza anarcoide o apatia sociale. “Fare ciò che si vuole, come lo si vuole” potrebbe essere un motto, accompagnato da un “chissene frega delle regole, dei diritti e dei doveri di un cittadino”. Criticare le istituzioni stando seduti in poltrona a bere e fumare, accompagnati da frasi del tipo “la politica è merda”, “i politici sono tutti ladri”, “non voto al referendum perché tanto non cambia un cazzo”. Alcune idee possono essere affascinanti, lo ammetto; il tratto anarcoide di questi pensieri può esserlo sicuramente. Il grande lato menefreghista però è, almeno a mio parere, davvero idiota.

Qualcuno potrà pensare a questo punto che sia errato scegliere di classificarli come utopisti: in effetti forse sarebbe meglio definire certe persone distopisti. Senza stare a inutili precisazioni letterali il fatto siginficativo è che un uomo, in quanto cittafino, non può sperare di rimanere fuori della vita sociale del proprio paese, neppure diventando un parassita, anche in tal modo infatti si farebbe parte dell’intricata rete di cui è composta la società contemporanea. In questo senso quindi credo che si possano definire in qualche modo sognatori.

Passando ora specificamente agli ideali da essi promossi, direi che sarebbe banale anche solo controbattere, ma mi vedo costretto a farlo, dato che certi “pensatori” esistono, e purtroppo non sono nemmeno pochi. Dunque, caro distopista apatico sociale, se davvero vuoi che qualcosa cambi nella società, o vuoi che sia la società stessa a cambiare, molla la canna o la bottiglia di birra, alza il culodal divano e scendi in piazza a far sentire le tue ragioni!

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La caduta delle ombre giganti

Quando la luce proietta un’ombra su un muro essa sembra più grande dell’oggetto che la provoca. Più l’oggetto si avvicina alla fonte di luce, più l’ombra aumenta di dimensioni.

Finora abbiamo guardato delle ombre sedersi sulle poltrone in Parlamento, queste ombre sembravano proiettate da giganti. Come lo schiavo di Platone nella caverna, molti di noi stavano girati verso la parete e non verso il fuoco. La fine della storia sembra però diversa per quanto riguarda le nostre ombre politiche. Noi non usciamo dalla grotta per trovare la libertà e la verità, noi ci giriamo sì, ma per osservare delle piccole statuette, che sembravano essere gigantesche, cadere l’una dopo l’altra.

La prima a cadere è stata quella che pareva la più grande di tutte, ma che si è rivelata la più piccola di statura, tarchiata, quella che cercava sempre di divertire l’uditorio, si è rivelata alla fine l’immagine di un buffone di corte con i capelli finti. ormai quella statuetta è sempre imbronciata e anche la sua squadra sembra aver smesso di ingranare, e il suo stesso cane fede…le è caduto dalla sua cuccia.

Ora è toccato invece all’ombra storta di un uomo malato, malato soprattutto per le idee che propina a un pubblico di verdi scimmie urlatrici travestite da vichinghi, infiorendo sempre meglio i propri linguaggi con parole sporche come la sua coscienza. Dietro di sé ha trascinato la propria prole: come l’ha fatta stare al suo fianco sul piedistallo davanti al fuoco, così l’ha portata nel baratro in una scomposta caduta. E se volessi citare un fomoso film fantascientifico (in cui si parla però di democrazia e applausi), è così che cadono i politici: sotto scroscianti fischi.

Chi potrà essere il prossimo? Difficile a dirsi, sembra però quasi inevitabile la caduta, almeno per la maggior parte degli italiani, che paiono ormai pronti e decisi di cambiare statuette. Spero vivamente che Ken Follet non me ne vorrà per aver paragonato i nostri politici ai veri Giganti della Grande Guerra. Purtroppo per noi così sono parsi e paiono tuttora a qualcuno.

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Doveri dell’uomo, diritti della Natura

Sono passati ormai quattro anni da quando l’Ecuador, un paese di cui in realtà pochi conoscono l’esistenza, si è fatto pioniere di un “grande passo giuridico per l’umanità”. Proprio nel 2008 infatti in questo paese dell’America Latina grazie a un referedum il popolo ha inserito all’interno della propria costituzione cinque articoli riguardanti i Diritti della Natura, o per dirla come gli indios di Pachamama (la Madre Terra).

Gli ambientalisti sono sempre più fiduciosi sul fatto che d’ora in avanti crescerà globalmente la consapevolezza che anche la natura, l’ambiente, animali, piante e minerali hanno i propri diritti che l’uomo deve rispettare. Il progetto di tali Diritti della Madre Terra in Ecuador è stato diretto dall’avvocato Mari Margil, grazie anche all’aiuto degli stessi popoli indigeni. Due anni dopo questa giurista della causa ambientale ha contribuito anche alla Dichiarazione Universale dei Diritti della Madre Terra (Cochabamba, 2010).

L’idea di base è che la Natura non debba più essere considerata da parte nostra come semplice “oggetto”, da sfruttare e manipolare a nostro piacimento. La Natura diventa un vero e proprio “soggetto” giuridico e come tale bisogna che l’uomo le riconosca pieni diritti. Soprattutto, a mio parere, c’è la necessità che noi esseri umani ci rendiamo finalmente e definitivamente conto che non siamo e non possiamo essere staccati da essa, dalla Madre Terra, dobbiamo invece comprendere e ammettere di essere parte di essa, di conseguenza dovremmo sentirci in dovere di riconoscere i diritti alla Natura.

Altri due importanti contributi alla dichiarazione dei diritti della Terra sono stati: in primis, il libro dell’avvocato Cormac Cullinan Wild Law: A Manifesto for Earth Justice (2002), pubblicato in Italia solamente quest’anno, in secundis, la conferenza intitolata appunto “I diritti della natura” svoltasi il 30 marzo scorso ad Alzano Lombardo (Bg). Il libro di Cullinan presenta la natura nella sua interezza (comprendente anche l’uomo dunque) come una Comunità, che ha appunto bisogno della propria autoregolazione, in modo tale che ogni parte della comunità possa vivere in serenità con le altre. E’ proprio questo il pensiero di base di tribù considerate primitive come gli indios amazzonici, o gli aborigeni, i quali hanno imparato, o meglio non hanno dimenticato che bisogna convivere con la natura che ci circonda e ci ospita, non combatterla e tentare di dominarla. La conferenza dello scorso venerdì ha visto invece come ospite d’onore la stessa statunitense Mari Margil, la quale ha presentato il proprio lavoro in Ecuador per i diritti di Pachamama. (per una breve intervista a Mari Margil cliccare qui)

Dunque ancora una volta non è scontato dire che la speranza è l’ultima a morire. Finché ci sarà anche solo una persona a lottare per qualcosa, soprattutto se è qualcosa di così importante che coinvolge il mondo intero e ogni uomo che lo abita, ci sarà anche la minima speranza che si possa cambiare. Lo ripeto, dobbiamo solo ricordarci che la natura siamo anche noi e ciò che accade alla Terra accade di conseguenza anche a noi, siamo un figlio legato incessantemente alla propria madre da un indissolubile cordone ombelicale.

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Il sorriso africano

E’ difficile descrivere, ed è ancora più difficile capire, le emozioni cha l’Africa può regalare. Sono state scritte pagine e pagine a milioni sull’Africa e i suoi abitanti, ma oggi io voglio concentrarmi su un aspetto in particolare che colpisce il turista appena vi sbarca per la prima volta, e in realtà anche chi vi ritorna, ossia una serenità che all’inizio può parere sconcertante e quasi fuori luogo, tutto dovuto, a mio parere, a una cosa che chiamerei senza troppe metafore “sorriso africano”.

Gli abitanti del Continente nero sembrano tutti felici, non si sa bene di cosa: felici di vivere forse, oppure felici di vedere che l’Africa non è del tutto dimenticata. Probabilmente la motivazione non è nessuna delle due. Io credo molto semplicemente che il sorriso permanente, la solarità siano una caratteristica insita nelle loro culture, culture che non hanno tentato in ogni modo di conquistare terreno dopo terreno fino ad avere il mondo intero, culture felici di ciò che avevano e di vivere dove vivevano, culture felici quindi sorridenti. Il sorriso africano non è frutto di semplici convenzioni, non nasconde la totale indifferenza verso le altre persone, il menefreghismo assoluto, l’apatia e la freddezza tipiche di un pezzo di marmo.

In Africa le persone non hanno completamente ibernato passioni e sentimenti, lì la gente è sinceramente preoccupata, anche solo minimamente, per le altre persone, o comunque ti trasmette la sensazione, attraverso un semplice sorriso, di essere felice di vederti, senza motivo, senza che ci si conosca, a mio parere è questa la prima impressione che hai nel vedere il sorriso africano, venga esso da un anziano o da un bambino. Sembra quasi che il regalo più grande che tu possa fare loro è guardarli e parlare con loro, e in un attimo ti trovi a sorridere anche tu e non ti rendi bene conto del motivo per cui lo fai ma non ne puoi fare a meno.

Tutto ciò può sembrare una banalità o un’assurdità ma è qualcosa che purtroppo solo chi l’ha vissuto può capire. Anche se l’Africa fosse vuota, senza luoghi incantevoli da visitare, senza mari, foreste e savana ricchi di fauna e di flora, anche se non ci fosse nulla fuorché i suoi abitanti rimarrebbe comunque nel cuore di ognuno dei suoi visitatori.

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La libertà di culto un optional non è

E’ una religione ormai, ne ha tutte le caratteristiche necessarie e non, a parte quella burocratico-legale del riconoscimento ufficiale da parte degli stati: sto parlando della culto Jedi.

Solo in Gran Bretagna nell’ultimo censimento si è parlato di 400000 persone che hanno dichiarato di appartenere alla Chiesa Jedi. In Nuova Zelanda se ne sono contati addirittura 53000, che su una popolazione di meno di 4 milioni e mezzo è una cifra notevole, tanto che in questo paese sta per diventare la seconda religione per numero di adepti. Persino qui in Italia c’è chi professa tale culto. I numeri insomma non gli mancano.

Hanno un sito internet ufficiale, luoghi di culto, rilasciano certificati, ma soprattutto credono in qualcosa: nell’esistenza della “Forza”. Per chi fosse digiuno di Star Wars la Forza è “energia Pura generata da tutti gli esseri viventi, presente in ogni cosa che pervade l’universo e tutto ciò che esso contiene” (cfr. Wikipedia). E’ facile pensare superficialmente che certe persone siano ridicole, superficialmente, ripeto. Suggerisco di guardare più a fondo nella questione. Ogni religione che non abbia una pura tradizione orale si ispira o si basa, oltre a qualche entità superiore, a un’idea o un insieme di idee, queste sono raccolte di norma in uno o più libri. Ebbene, perché un libro dovrebbe essere più credibile di un film? L’Antico testamento, che ha ispirato poi la religione cristiana (e non solo), è una favola pseudostorica che, se fosse scritta oggi, definiremmo fantasy. Star Wars è una fonte di ispirazionecome può esserlo stato appunto il libro di Noé e compagni per i primi cristiani, non più autorevole, non meno autorevole.

Ormai siamo entrati in un’era in cui il libroha trovato rivali più moderni e comodi. Questo ci deve far capire che libri e film possono essere classificati per preferenze, ma non per credibilità. In fondo la religione Jedi si ispira a concetti e ideali che si possono ritrovare anche in altri culti. L’unica differenza è che è più “ridicola”, ma non mi sembra corretto da parte degli stati dare giudizi simili. A me la maggior parte delle religioni sembra ridicola, ma non per questo motivo toglierei la libertà di culto a delle persone. Anche per il semplice fatto che non riconoscendo una religione non si stimola l’abbandono della stessa, ma si incoraggiano la professione del culto, l’aggressività e la formazione di sette segrete.

Insieme a tutte le libertà individuali, quella di culto sembra essere molto importante, se non (aggiungerei purtroppo) fondamentale. L’uomo ha ancora bisogno di qualcosa in cui credere e non è corretto, non è egualitario costringere le persone a non credere o anche solo declassare (termine che va di moda in questo periodo) un culto come secondario o inesistente. In una società democratica come la nostra, che ha come valori dominanti appunto quelli di libertà, uguaglianza e parità di diritti direi che è una bella contraddizione.

In conclusione voglio ribadire che è incomprensibile questa avversione da parte dei governi verso i Jedi, mi sembra stupido e ottuso il mancato riconoscimento da parte di questi, quando in girosi vedono forme di culto ben più strane e molto meno diffuse, come ad esempio quello del file sharing nella liberale Svezia. Il maestro Yoda forse direbbe: “la libertà di culto un optional non è”.

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Un anno dall’incidente

E’ passato ormai un anno dall’incidente che ha messo in ginocchio il Giappone intero. Sto parlando del disastro della centrale nucleare di Fukushima Daiichi che sicuramente è ancora nei ricordi di tutti, o almeno lo spero. Per noi italiani poi in particolar modo visto che proprio di lì a qualche mese ci sarebbero stati i quattro referendum tra cui proprio quello sull’energia nucleare.

Si era detto che il Giappone si sarebbe rialzato in fretta, i nipponici sono un popolo forte e determinato, ma contro la natura non si scherza. Soprattutto quando la sua potenza è scatenata, quasi a farlo apposta, dall’uomo stesso. E’ un discorso ormai vecchio: l’uomo piega la natura, tira un elastico che a un certo punto è praticamente inevitabile che scappi di mano, e così gli si rivolta contro. Quante volte abbiamo sentito una frase del genere? Eppure l’uomo in un’ottusa testardaggine persiste e non si corregge, se non minimamente. Un aforisma di Alessandro Morandotti dice, e nel nostro caso sembra fatto ad hoc, che “la storia insegna che la storia non insegna nulla”. Io spero davvero di sbagliarmi, che non solo il Giappone ma tutto il mondo possa capire la pericolosità dell’utilizzo di materiale radiattivo e dell’energia nucleare.

Mi rallegro leggendo di una manifestazione antinucleare che il 5 marzo scorso si è tenuta a Jakarta (Indonesia), perché in Italia per ora sembra che il problema nucleare sia stato accantonato e per qualche anno forse non ne sentiremo più parlare, ma nel resto del mondo sono ancora 435 i reattori nucleari attivi e tutti concentrati in 31 nazioni (come si evince dai dati Iaea).

Tornando al Giappone però, la situazione non è delle migliori, anzi, come si legge dal reportage di “Repubblica” entro 20 chilometri dal centro dell’esplosione non si può vivere, fino a 50 è sconsigliato farlo. Ormai la zona è deserta, a parte gli operai che devono occuparsi di evitare ulteriori incidenti. Il grave problema però oltre a questo è anche lo smaltimento delle scorie, e quello della centrale vera e propria. Per fortuna pare che la maggior parte dei giapponesi si sia “convertita” ora al antinuclearismo e stia spingendo per non riazionare le altre 54 centrali sparse per il paese. Lo stato giapponese però, come ben si sa, è fermo nelle sue decisioni e ritto nel suo orgoglio, purtroppo, come aggiunge tristemente Giampaolo Visetti “gli affari però sono affari, i soldi precedono la vita”.

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Le burle di Trenitalia

Posso dirmi pendolare ormai da più di un anno. Ogni fine settimana pago la Trenitalia per raggiungere Milano, quindi tornare indietro. Ebbene, con quello che nella ricerca si definisce metodo dell’osservazione partecipante in questo anno da pendolare ho davvero visto di tutto, ma la cosa che più mi ha sconvolto è stato veder salire il prezzo del biglietto di più di un euro in un anno (precisamente del 15,5% dallo scorso gennaio) e scendere la qualità dei servizi.

In sé il lettore distratto potrà non essere così sconvolto, un euro non è poi così tanto, basti guardare l’aumento della benzina. Mi sembra un ragionamento plausibile, ma bisogna andare più a fondo nella vicenda. Quello che fa maggiormente incazzare i pendolari, e non solo, è la letterale presa in giro che la principale società italiana per il trasporto ferroviarioha perpetrato ai danni dei consumatori del servizio.

Da gennaio scorso era presente un avviso su ogni carrozza della tratta Torino-Milano e anche su internet che annunciava che da febbraio 2012 sarebbe iniziato l’ammodernamento delle linee e dei treni, con la conseguente diminuzione di ritardi e degli svariati disagi offerti da Trenitalia ai viaggiatori (aria condizionata rotta, carrozze non funzionanti, bagni inagibili…). Il tutto accompagnato da un incremento del prezzo del biglietto. Ora è passato più di un mese, il biglietto è aumentato dal 31 gennaio, su quattro volte che ho percorso la solita tratta per quattro volte i treni hanno fatto ritardo, per quattro volte quasi tutti i bagni del treno erano inagibili (una volta uno solo su tutto il treno era funzionante), per due volte c’era almeno una carrozza chiusa e per quattro volte e per quattro volte non sono riuscito a sedermi per la quantità di gente sul treno. Devo dire per esperienza personale che la situazione in questo mese invece di migliorare è decisamente peggiorata.

Queste cose dovrebbero far riflettere, perché comunque da buoni cittadini italiani siamo presi in giro praticamente da ogni istituzione e da ogni nazione occidentalizzata, se ad essi aggiungiamo anche la Trenitalia direi che i propositi per incazzarsi davvero (che per me c’erano anche prima) ci sono tutti. Non si può pensare di rimanere per sempre lo zimbello di tutti, burattini della Chiesa, giocattoli di banche e partiti e ora oggetto delle burle di Trenitalia. Non si può.

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Gli Usa presentano: piromani in divisa

Sdegno, vergogna e rabbia. Queste sono le parole che scaturiscono, poiché li rappresentano perfettamente, dai sentimenti in me suscitati lo scorso martedì 21 febbraio. Prima di tutto, però, bisogna contestualizzare.

Fuori dalla base aerea americana di Bagram, a nord di Kabul, il 21 febbraio si è svolta una manifestazione più che animata, naturalmente non si è perso tempo e subito i media mettono in bocca agli afghani infuriati parole di estremismo islamico quali “Morte agli infedeli!”, accompagnate da un bel contorno di bombe molotov. Bisogna a questo punto dichiarare la scintilla che ha incendiato gli animi a Kabul, e incendiato è decisamente la parola giusta. I soldati americani hanno bruciato alcune copie del Corano in bella vista di fronte alla popolazione. Ora, sinceramente, parlando di altre religioni, che ne so, di cristiani, non si sarebbero forse incazzati vedendo il proprio libro sacro bruciato? Ancor di più, io penso, se i piromani fossero di un’altra religione e soprattutto occupanti (o forse meglio invasori) del proprio paese. E ciò è avvenuto, solo che a bruciare era il libro dei terroristi, quindi non è così importante.

Il generale John Allen, che guida la Nato in Afghanistan, si è subito scusato, non si possono fare troppe figure di merda in un giorno solo, o forse sì, visto che è riuscito a dichiarare che “non si è trattato in alcun modo di un atto intenzionale”. No, si figuri, è stata combustione spontanea, d’altronde i libri del Medio Oriente sono famosi proprio per questo.

Idiozie a parte il generale ha prontamente affermato di aver ordinato l’apertura di un’inchiesta sui fatti avvenuti. Per diletto provo a fare dei pronostici:

  1. il caso verrà insabbiato e tutto tornerà alla normalità, in questo momento l’ipotesi meno plausibile, anche se, si sa, gli americani sono specialisti nell’arte dell’insabbiamento;
  2. il colpevole verrà trovato e risulterà o un americano che guarda caso sarà affetto da disturbi mentali oppure un fondamentalista islamico che voleva scatenare una rivolta della popolazione per ottenere la morte di tutti gli infedeli.

In realtà comunque io non mi scioccherei più di tanto se a compiere un’azione del genere fosse stato addirittura un afghano. La presenza nel proprio paese di forze armate straniere non ha mai rallegrato nessun popolo, ciò valeva tanto per gli italiani sotto il controllo nazista quanto vale oggi per gli afghani sotto quello statunitense…volevo dire della Nato. Per i primi, decisamente più liberi di agire, ha dato vita alla lotta partigiana e quindi alla liberazione, si potrà dire lo stesso per i secondi? Sinceramente lo spero.

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Condividere è un reato!

E’ passato quasi un mese ormai dal più grande smacco al fenomeno che da alcuni è chiamato file sharing, da altri pirateria informatica: la chiusura di Megaupload da parte dell’Fbi. Di conseguenza si è scatenato un putiferio online, tanto che i media hanno parlato di “uragano Megaupload”. Siti una volta suoi rivali più acerrimi hanno chiuso i battenti o limitato la propria potenza: FileSonic non permette più la condivisione di files, Uploaded.to ha bannato gli utenti americani, FileServe ha cancellato tutti gli account che violavano la legge sul copyright; qualcosa di simile è capitato anche per gli ex avversari di Megavideo, il sito di streaming del creatore di Megaupload.

Per chi non sapesse di cosa sto parlando provo a fornire una breve spiegazione. Il file sharing, come suggerisce il nome stesso, è la condivisione di file attraverso la rete. Quando si parla di siti come Megaulpoad però si deve fare riferimento in particolare al file hosting: ossia un servizio che permetteva di caricare (uploadare) files, ospitati (hosted in inglese) dal sito in questione, oppure al contrario di scaricare tali files. In tal modo vi è la possibilità di creare una rete di condivisione di files teoricamente illimitata.

Quella che i detrattori contestano però non è la condivisione di dati e files in sé. Il problema, se così lo si vuole definire, di internet è che è una delle due forme più libere di comunicazione (l’altra è la conversazione faccia a faccia), ma è anche la forma più comoda per comunicare o condividere senza limitazioni di tipo fisico, è possibile infatti parlarsi o inviarsi ad esempio foto da una parte all’altra del globo. E’ proprio grazie a questa sua “pecca” che è nata la Primavera araba, o che in Cina alcune persone riescono, anche solo per un’ora, a sfuggire alla dittatura e alla censura. Questa libertà, però, toglie soldi al mercato globale, nel senso che i ricchi produttori di film o cd musicali ad esempio non hanno la possibilità, poverini, di arricchirsi ulteriormente. E qui spunta la violazione del copyright o diritto d’autore! La libertà economica della nostra moderna società permette di essere liberi sì come produttori, ma non come consumatori. Siamo vicini a un mondo in cui non potremo nemmeno più prestare un libro al nostro vicino. Il copyright e la condivisione di files si scontrano per la loro stessa contrapposta natura. Finora, se io voglio prestare a un mio amico un cd musicale o un gioco per il computer lo posso fare, naturalmente. Se io voglio fare la stessa cosa ma via internet (che è appunto il processo del file sharing), perché per esempio il mio amico si trova a mille chilometri di distanza, non posso farlo, equivale a pirateria.  E’ come possiamo ben notare una contraddizione bella e buona. Il fatto è che se noi prestiamo un cd a un amico il mercato, in particolare il produttore del cd, perde un potenziale cliente, ma è un danno accettabile. Se noi facciamo lo stesso su internet c’è la possibilità che il danno raggiunga cifre oltre le centinaia di migliaia di potenziali clienti, e lì i produttori si allarmano.

Le leggi e gli atti contro il file sharing sono semplici strumenti che evitano ai grossi produttori di perdere soldi. Ma se la Sony BMG Music Entertainment perde anche un centinaio di migliaia di dollari non mi sembra un grosso problema, visto che non gli sono stati rubati, semplicemente non gli sono mai arrivati. Quindi eticamente il file sharing non ha nulla di sbagliato, semplicemente la condivisione non si adatta a quello che è il capitalismo globale. Bisogna sempre tenerlo a mente: per l’economia capitalistica la condivisione (e non la pirateria) è un reato!

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