151 anni di storia e lo Stato non ha imparato quasi nulla

Il nostro Stato non ha imparato nulla, è smemorato, diffidente e riluttante nei confronti della storia. D’altronde tutta acqua passata, la si studia, si impara a memoria e poi si dimentica. Questa però non si dimentica mai di noi, forse perchè da noi è stata creata e sempre nutrita: si ripresenta perpetuamente con vesti diverse e sempre moderne – paradossalmente anch’essa, seppur un po’ vecchiotta si adegua ai tempi – a degli uomini, anche loro, col passare dei secoli, diversi ma smemorati. Forse con gli anni ha capito questo difetto e si prende gioco di questi… o forse no? Potrei sbagliarmi a considerarla così crudele. Se invece volesse semplicemente offrirgli un generoso aiuto per comprendere meglio il presente?
Interpretazioni a parte, lo Stato, “l’ordinamento che gestisce la vita collettiva di un gruppo sociale all’interno di un certo territorio e che ha il monopolio legittimo della forza”, deve essere il primo a intuire e superare i tranelli, malvagi o salvifici, della storia e saperli riutilizzare a suo favore. Quando tutto questo non avviene, si rischia di ricadere in errori atavici e secolari. Un pericolo più che mai attuale, che mi spaventa e induce alla riflessione.
Allora le comari si affacciarono all’uscio, colle conocchie in mano a sbraitare che volevano ammazzarli tutti, quelli delle tasse”. Così, il verista Giovanni Verga, ne “I Malavoglia”, ha raccontato come la popolazione della cittadina siciliana di Aci Trezza del 1881, e più in generale del Sud Italia, visse lo Stato italiano a vent’anni dall’unione. Un occupante, invasore, estraneo, tassatore, ladro di uomini da mandare al fronte per combattere e morire in guerre sconosciute ai più. La cosiddetta “piemontesizzazione” dell’Italia, con l’allargamento del vecchio ed inadeguato Statuto Albertino, non fu una soluzione lungimirante ed efficiente per l’Italia. Così si sviluppò, da un disagio sociale, il movimento antagonista del brigantaggio, trasformatosi nella mafia parassita che tutti conosciamo. Eppure all’epoca, ignorando i motivi sociali della sua formazione, venne utilizzato il “pugno duro” a cui conseguì la sciagurata decisione di impegnare l’esercito per fronteggiare quell’ostacolo, senza successo. Anzi, fu una delle guerre più atroci e sanguinose, i cui effetti e pregiudizi sono perdurati nel tempo, sino ad oggi. Un errore di portanza storica, un vero e proprio handicap per il futuro del neonato Paese.
Analizzando la storia italiana, scopriamo però che non solo la popolazione meridionale subì un’occupazione straniera. Se si compie un gigantesco salto temporale, necessario per mantenere il filo logico del ragionamento, nel Nord Italia del 1943-45 scopriamo che anche la popolazione settentrionale subì un’occupazione, principalmente quella tedesca affiancata, con un ruolo decisamente minoritario, alla Repubblica fascista di Salò. Proprio da questa occupazione militare, nacque il movimento partigiano della “Resistenza”, che cambiò radicalmente la storia italiana.
E’ evidente la differenza temporale, economico, politico e sociale dei due episodi storici presi in analisi, ma l’attenzione si deve porre sulla loro sostanza: ad un’occupazione indesiderata corrispose una reazione, da parte degli occupati, che in entrambi i casi ha mutato profondamente la società che viviamo oggi.
In virtù degli episodi storici fin qui riportati, si può affermare che la storia, come inizialmente sostenuto “con vesti diverse”, stia tendendo un tranello che gli organi dello Stato si ostinano a non riconoscere. Mi sto riferendo alla militarizzazione del cantiere per il Treno ad alta velocità in Val Susa. Stessa sostanza, stesso schema del passato: imposizione dello Stato, reazione della popolazione locale, risposta più dura da parte degli apparati statali: dal rifiuto del Presidente della Repubblica Napolitano di incontrare i sindaci No Tav durante la sua recente visita a Torino, alla proposta maroniana di inviare l’esercito italiano nel territorio Val Susino. Prevedibile quale sarà la risposta della popolazione. Da una parte la storia dà qualche indizio: i valsusini continueranno a lottare, a prescindere dal compimento dell’opera o meno (come hanno fatto i briganti e i partigiani) semplicemente perché in quelle terre ci vivono e sentono in egual modo lo Stato come un nemico occupante. Il “come” continueranno a lottare non ci è dato saperlo con certezza, a causa dei cambiamenti politico, economico e sociali che il paese ha subito durante i suoi anni di vita, ma si può ipotizzare: non sarà, secondo me, una rivolta violenta, ma si può sicuramente affermare che non verrà mai perdonato allo Stato questo sopruso e se ne diffiderà a lungo, il che, in una Repubblica democratica, avrà degli effetti e delle ripercussioni gravissime.
Ma vi è un aggravante: oggi, a differenza delle circostanze degli avvenimenti storici qui riportati, abbiamo uno Costituzione che nell’articolo 44.2 recita “La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane”, un articolo 5 dello Statuto piemontese che ribadisce: “La Regione, nella politica di programmazione, adotta le misure necessarie a conservare e difendere l’ambiente naturale per assicurare, alla collettività ed ai singoli, condizioni che ne favoriscano lo sviluppo civile e ne salvaguardino la salute”; ma soprattutto, viviamo in una democrazia, dove il popolo, sovrano, deve essere sempre interpellato nelle decisioni che riguardano il Paese.

Un canto, sollevatosi tra i sentieri della Val Clarea, mentre ero insieme a quelle gioiose, indignate e solidali persone, ha ispirato questa riflessione. Ma soprattutto una frase di quel canto, che suonava più o meno così: “Questa mattina, mi sono alzato e ho trovato l’invasor”.

(dal blog di Luca Minici: http://pensierocostituzionale.blogspot.it/)

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